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La politica di concorrenza nell’Unione europea

La politica di concorrenza nell’Unione europea

 

Antonella Galletti

Dottore di ricerca e cultore di Diritto dell’Unione europea e di Diritto internazionale nell’Università “Kore” di Enna

 

 

Abstract: L’obiettivo essenziale delle norme dell’Unione in materia di concorrenza è di garantire che la concorrenza non sia falsata. Una concorrenza efficace non è da considerarsi un fine in sé, ma la condizione per realizzare un Mercato interno libero e dinamico. Dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona, la protezione dalle distorsioni della concorrenza non è più espressamente indicata all’art. 3 tfue, bensì è inclusa nella nozione di Mercato interno ai sensi del protocollo n. 27 allegata al Trattato. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce agli articoli da 101 a 109 le norme sulla concorrenza nel Mercato interno: tali norme vietano accordi tra imprese che siano restrittivi della concorrenza; alle imprese che si trovano in posizione dominante è vietato sfruttare abusivamente la propria posizione e in tal modo pregiudicare il commercio tra gli Stati membri; le fusioni e le acquisizioni di dimensione europea sono controllate dalla Commissione europea e possono, in taluni casi, essere vietate; sono, inoltre, proibiti gli aiuti di Stato a favore di determinate imprese o prodotti che provocano distorsioni della concorrenza (tuttavia essi possono essere autorizzati in taluni casi specifici). Le norme sulla concorrenza si applicano anche alle imprese pubbliche, ai servizi pubblici e ai servizi di interesse generale.

 

Parole chiave: Mercato interno; politica di concorrenza; accordi tra imprese; aiuti di Stato; concentrazioni; abuso della posizione dominante; antitrust.

 

1.            Premessa

Le civiltà europee di ogni tempo hanno suggerito o generato processi di unificazione dei popoli del vecchio continente nella consapevolezza che esse hanno in comune un patrimonio di valori identitari (spirituali, etici, religiosi, culturali, sociali) che hanno modellato il nostro “essere europei”. Componenti talvolta dominanti di questi processi sono state le relazioni economiche e sociali intrecciate tra i diversi Paesi: scambi di beni, di strumenti produttivi, la libera circolazione delle persone, la creazione di una moneta unica, l’attuazione di strategie e politiche comuni perché questi scambi e queste libertà fossero tutelati e si intensificassero. Questi processi di integrazione sono stati tanto più profondi quanto più unificato è stato il “mercato”.

La storia ci insegna che quando le relazioni economiche e sociali tra i popoli europei si sono intrecciate e sviluppate, esse hanno spesso generato pace, prosperità, solidarietà, rafforzando nei popoli la consapevolezza di avere un comune modo di pensare e di operare, di vivere e di sentire. Le epoche più pacifiche e prospere dell’umanità sono coincise (anche se non sempre) con quelle durante le quali le relazioni economiche sono state intense e feconde. Quando, invece, gli uomini hanno chiuso le porte dei loro mercati, le hanno poi chiuse agli uomini[1].

L’Europa di Jean Monnet, Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Paul-Henri Charles Spaak conferma, nel suo atto di nascita del 9 maggio 1950, la visione unificatrice e “strumentalista” di circa venti secoli di storia. Nella Dichiarazione Schuman si legge infatti: L’Europa si farà attraverso realizzazioni concrete che creino dapprima una solidarietà di fatto […]. La messa in comune delle produzioni di carbone e d’acciaio garantirà immediatamente la fissazione di basi comuni di sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea […]. Questa proposta realizzerà le prime assise concrete di una Federazione europea […]”[2].

Ricorderemo inoltre che Monnet, grande architetto del progetto europeo, ricorda nelle sue Memorie che lo strumento scelto (il mercato) cerca di raggiungere una finalità politica ben precisa: “aprire una breccia nelle dure muraglie delle sovranità nazionali, una breccia sufficientemente limitata per unire i consensi, sufficientemente profonda per portare, attraverso i suoi felici risultati, gli Stati verso la strada progressiva dell’unità e della pace”[3].

Il Mercato unico europeo, però, non va considerato come un “valore” e neppure come una “finalità”, ma piuttosto come uno “strumento” indispensabile per condurre ad un grande disegno politico: l’unificazione europea. Il progetto ambizioso di realizzare un Mercato unico europeo, precursore di progresso e di avvenire, fu lanciato, il 14 gennaio 1985, da Jacques Delors, presidente della Commissione europea[4]. Nel suo discorso al Parlamento europeo Delors dichiarò: “Agli occhi di tutti, cittadini e imprese, si presenta una sorta d’Europa feudale che offre soltanto barriere, dogane, formalità, intralci burocratici. Occorre far esplodere tutte le forme esplicite o implicite d’opposizione alla libera circolazione. È forse presuntuoso manifestare, e quindi prendere la decisione di eliminare tutte le frontiere all’interno dell’Europa entro il 1992? […]. L’Europa deve trovare il cammino dell’immaginazione e dell’offensiva! Chi non ha nulla da proporre è presto dimenticato, fors’anche vilipeso. A chi non dispone dei mezzi necessari per realizzare le proprie ambizioni, non resta che l’aggressività verbale e procedere in balia di altri”.

 

2.            Introduzione

La politica per la concorrenza riveste un ruolo di particolare importanza tra le politiche dell’Unione europea. Senza la concorrenza nei mercati, infatti, i consumatori non potrebbero godere dei benefici che la realizzazione del Mercato unico europeo e quella dell’Unione economica e monetaria permettono. Senza la politica di concorrenza, inoltre, le imprese in regime di monopolio, o quelle che si ripartiscono il mercato oligopolistico, sarebbero i maggiori beneficiari della riduzione dei costi di transazione o dell’aumento dell’efficienza allocativa che il Mercato unico europeo e l’uem consentono. E tra le imprese, le grandi imprese si sproprierebbero di tali benefici a danno delle piccole e medie imprese[5].

Le principali componenti che costituiscono la politica di concorrenza europea sono:

-                    il divieto di intese, accordi tra imprese, pratiche concordate e decisioni di associazione incompatibili con il Mercato interno;

-                    il divieto dell’abuso della posizione dominante;

-                    la regolamentazione preventiva delle concentrazioni;

-                     il divieto degli aiuti che lo Stato concede alle imprese, quando tali aiuti sono di tipo protezionistico e creano una concorrenza sleale all’interno del Mercato unico.

Prima di esaminare le singole componenti della politica di concorrenza nell’Unione europea, è necessario premettere gli obiettivi primari che tale politica si dovrebbe porre.

Il primo obiettivo è quello di garantire la migliore allocazione delle risorse. Tutte le legislazioni antitrust cercano, infatti, di far raggiungere al sistema economico il maggior livello di concorrenza nell’ipotesi che da esso derivi un utilizzo ottimale delle risorse, al contrario di quanto accade se il sistema vivesse una situazione di monopolio o di oligopolio non concorrenziale.

Il secondo obiettivo della politica di concorrenza europea riguarda il supporto che essa può dare a incrementare l’integrazione economica (o comunque a non farla peggiorare a causa degli operatori che controllano il mercato).

Accanto a questi due obiettivi primari, la politica per la concorrenza europea ne persegue, in modo secondario, anche un terzo, la cosiddetta “tutela dei concorrenti”. Quest’obiettivo mira a proteggere le piccole e le medie imprese europee, e deriva dalla preoccupazione dei rischi connessi ad una eccessiva concentrazione del potere economico in poche grandi imprese. La presenza di tante piccole imprese è, infatti, indice che esiste un buon livello di concorrenza nel mercato, e che gli operatori principali non abusano del proprio potere.

La politica di concorrenza cerca di raggiungere questi tre obiettivi tramite le quattro componenti prima indicate: divieto generale di intese e accordi tra imprese; divieto di abuso della posizione dominante; controllo preventivo delle concentrazioni; divieto generale di aiuti di Stato.

 

3.            Le intese e gli accordi tra imprese

Con il generico termine di intese (o accordi) si intendono tutte quelle situazioni in cui due o più imprese, anziché mettere in atto comportamenti competitivi, coordinano il loro comportamento in modo tale che non ci sia concorrenza, o “troppa concorrenza” tra di esse. Tale coordinamento può essere esplicito, come nel caso degli accordi e dei cartelli (o decisioni di associazioni), ovvero implicito, come nel caso delle cosiddette “pratiche concordate”.

L’art. 101 del tfue[6] è la norma che regola le intese e gli accordi vietati. Esso stabilisce che “Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno”.

Come la lettura della stessa disposizione suggerisce, viene in rilievo sia l’alterazione attuale che quella solo potenziale della concorrenza. Per l’applicazione della disciplina antitrust non è necessario che un’alterazione si sia prodotta. È sufficiente, invece, una valutazione prognostica, che consideri, cioè, la capacità di un certo comportamento a determinare, se attuato, un’alterazione della concorrenza nel mercato[7].

L’accordo collusivo può essere reso stabile anche tramite lo scambio continuo di informazioni, sia riguardo ai prezzi, che alle altre condizioni di vendita praticate da ciascun operatore: sono tutte pratiche che la Commissione ha severamente attaccato nel corso del tempo, come nel caso IFTRA – Produttori di vetro del 1974[8].

La Commissione ha affrontato anche le cosiddette “pratiche concordate”. Tali pratiche sono diverse da un accordo esplicito in quanto manca un accordo ben delineato tra le parti, e la Corte le ha definite “consapevoli collaborazioni fra imprese a danno della concorrenza”[9]. Nel caso Materie coloranti del 1969[10], alcune imprese avevano a più riprese aumentato i propri prezzi in modo equiproporzionale, pur senza un accordo esplicito in tal senso. È questo un esempio di “parallelismo di comportamento”, che di per sé non è vietato. Infatti, tenere conto del comportamento di altre imprese nel decidere il proprio è del tutto naturale in un mercato oligopolistico; ciò che rende vietato il parallelismo è lo scambio di comunicazioni tra le parti in relazione al loro comportamento sul mercato. Nel summenzionato caso delle Materie coloranti, le imprese avevano infatti pubblicamente annunciato, con largo anticipo, l’aumento dei propri prezzi e l’ammontare di tale aumento, in modo che i “concorrenti” fossero preparati ad effettuare una mossa simile, a vantaggio di tutti.

Il paragrafo 3 dell’art. 101 permette, tuttavia, delle deroghe. Sono infatti esenti dal divieto qualsiasi accordo o categoria di accordi fra imprese, qualsiasi decisione o categoria di decisioni di associazioni di imprese, e qualsiasi pratica concordata o categoria di pratiche concordate “che contribuiscano a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico, pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dell’utile che ne deriva, ed evitando di a) imporre alle imprese interessate restrizioni che non siano indispensabili per raggiungere tali obiettivi; b) dare a tali imprese la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi”[11].

Questa tipologia di esenzione può essere concessa per singoli accordi, in base a specifiche decisioni, ovvero per categorie di accordi, in base ad appositi regolamenti. Le esenzioni accordate in base a regolamenti hanno riguardato tre principali categorie di accordi:

gli accordi di specializzazione e di ricerca e sviluppo (“accordi orizzontali”); gli accordi riguardanti la proprietà intellettuale (brevetti, licenze, ecc.); gli “accordi verticali”, cioè tra imprese che sono legate da un rapporto di fornitore/cliente (all’interno, per esempio, della stessa filiera produttiva)[12].

 

4.            L’abuso della posizione dominante

Le normative antitrust prevedono specifiche norme per impedire che imprese con un elevato potere di mercato lo utilizzino per limitare ulteriormente la concorrenza. In realtà, le legislazioni antitrust non vietano una posizione dominante di per sé in quanto tale, ma ne vietano l’abuso da parte dell’impresa leader[13].

La norma rilevante è l’art. 102 tfue, il quale stabilisce che: “è incompatibile con il mercato comune e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio degli Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di esso”.

Per decidere se esiste o meno un abuso di posizione dominante sono quindi necessari tre elementi: una posizione dominante, un abuso e un pregiudizio per il commercio all’interno dell’Unione.

Per quanto riguarda la posizione dominante, è necessario stabilire in via preliminare i confini del mercato, in termini geografici e merceologici, per definire successivamente l’esistenza di una posizione di dominanza su tale mercato. I limiti geografici del mercato vengono stabiliti da molteplici fattori, come la natura e la tipologia del prodotto in questione, e non si limitano quindi a meri criteri geografici uguali per tutti. Più delicata è invece la delimitazione merceologica dei mercati. Il criterio generalmente usato è quello della sostituibilità fra i beni (misurata dall’elasticità incrociata): quanto più tale sostituibilità è alta quanto più i beni possono essere considerati come facenti parte del medesimo mercato.

Per quanto riguarda l’esistenza di una posizione di dominanza, la Corte l’ha interpretata come “una posizione di potere economico goduta da un’impresa che può prevenire una concorrenza effettiva, agendo indipendentemente dai concorrenti, dai fornitori, dai consumatori”. Questa definizione necessita tuttavia di elementi oggettivi su cui basarsi. L’elemento quantitativo maggiormente utilizzato è la quota di mercato, unito ad altri elementi quali la quota dei concorrenti e la presenza di barriere all’entrata, ad esempio la facilità di accesso alle materie prime. Ciò ha portato a considerare come dominanti anche imprese che hanno solo il 40% circa del mercato, in situazioni in cui la quota degli altri concorrenti è molto piccola[14].

Secondo l’art. 102, “tali pratiche abusive possono consistere in particolare: a) nell’imporre direttamente od indirettamente prezzi d’acquisto, di vendita od altre condizioni di transazione non eque; b) nel limitare la produzione, gli sbocchi o lo sviluppo tecnico, a danno dei consumatori; c) nell’applicare nei rapporti commerciali con gli altri contraenti condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, determinando così per questi ultimi uno svantaggio per la concorrenza; d) nel subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.

 

5.            Le concentrazioni

Le legislazioni antitrust prevedono norme che regolano le concentrazioni, cioè operazioni con le quali un’impresa acquisisce il controllo di un’altra impresa. Infatti, tali operazioni, che scaturiscono dalla scelta di un’impresa di crescere esternamente, anziché internamente tramite investimenti che aumentano progressivamente la capacità produttiva, possono comportare effetti negativi sul benessere collettivo poiché mutano la struttura del mercato. Tale mutamento è negativo per una duplice ragione: da un lato, sostituendo due o più imprese indipendenti con un’unica entità che gode di una maggiore quota di mercato, può conferire a quest’ultima una posizione dominante; dall’altro, riducendo il numero dei concorrenti, può favorire la collusione, essendo essa tanto più probabile quanto minore è il numero di imprese operanti nel mercato.

Nel Trattato di Roma (1957) manca un’esplicita previsione di norme riguardanti le concentrazioni. Tale mancanza, tanto più evidente se si considera che il Trattato di Parigi istitutivo della ceca (1952) conteneva norme in tal senso, si spiega con il favor del legislatore comunitario nei confronti delle operazioni di fusione e acquisizione, dato che le imprese comunitarie erano considerate di dimensione limitata rispetto a quelle americane e giapponesi e se ne augurava il loro consolidamento attraverso la crescita esterna.

Tuttavia la Commissione si rese conto di come l’assenza di uno specifico controllo delle concentrazioni potesse avere effetti negativi sull’integrazione economica in generale e sin dal 1966 (Memorandum sulla Concentrazione[15]) ha manifestato la necessità di una specifica regolamentazione.

Sempre la Commissione aveva usato l’ex art. 82 (tce), ora art. 102 tfue[16] e l’ex art. 81 (tce), ora art. 101 tfue[17], come strumenti per il controllo delle concentrazioni; tali articoli erano però degli strumenti imperfetti a tal fine, il che rendeva necessario uno specifico regolamento, emanato solo nel 1989 ed entrato in vigore nel dicembre 1990[18].

Nel 2004 è stato poi approvato dal Consiglio il nuovo Regolamento relativo al controllo delle concentrazioni tra imprese: si tratta del Regolamento (ce) n. 139/2004, che viene a riformulare e, conseguentemente, a sostituire il precedente Regolamento.

Secondo quanto sancito dall’art. 26 del nuovo Regolamento, il Regolamento n. 4064/89 continua ad applicarsi alle concentrazioni che siano state oggetto di un accordo, siano state rese note o siano state realizzate mediante acquisizione del controllo prima della data di applicazione del nuovo Regolamento.

La necessità di approvare un nuovo regolamento in materia di controllo delle concentrazioni era avvertita da tutti gli operatori del settore ormai da tempo. Tale sentimento comune era fondato sull’esigenza di concepire un atto normativo, un regolamento per l’appunto (ed in quanto tale direttamente applicabile in tutti gli Stati membri) in grado di far fronte alle sfide di un Mercato interno sempre più integrato e del prossimo allargamento dell’Unione europea.

L’art. 1 precisa il campo di applicazione del nuovo Regolamento[19]. La rifondata normativa si applica a tutte le concentrazioni di dimensione comunitaria.

Il considerando 10 del Regolamento precisa che si dovrebbe considerare una concentrazione di dimensione comunitaria quando “il fatturato totale delle imprese interessate supera determinate soglie, e ciò indipendentemente dal fatto che le imprese che attuano la concentrazione abbiano o no nella Comunità la loro sede o il loro campo principale di attività, qualora vi svolgano attività sostanziali”.

Alla luce di tale considerazione, una concentrazione è di dimensione comunitaria quando: a) il fatturato totale realizzato a livello mondiale dall’insieme delle imprese interessate è superiore a 5 miliardi di eur e b) il fatturato totale realizzato individualmente nella Comunità da almeno due delle imprese interessate è superiore a 250 milioni di eur.

Una concentrazione non è di dimensione comunitaria quando ciascuna delle imprese interessate realizzi oltre i due terzi del suo fatturato totale nell’Unione all’interno di un solo Stato membro[20].

Così come accadeva nel precedente Regolamento viene previsto che una concentrazione che non supera le soglie sopra riferite è tuttavia di dimensione comunitaria quando: a) il fatturato realizzato a livello mondiale dall’insieme delle imprese interessate è superiore a 2,5 miliardi di eur; b) in ciascuno di almeno tre Stati membri, il fatturato totale realizzato dall’insieme delle imprese interessate è superiore a 100 milioni di eur; c) in ciascuno di almeno tre degli Stati membri di cui al precedente punto, il fatturato totale realizzato individualmente da almeno due delle imprese interessate è superiore a 25 milioni di eur e d) il fatturato totale realizzato individualmente nella Comunità da almeno due delle imprese interessate è superiore a 100 milioni di eur.

Rispetto al precedente Regolamento che è basato sul concetto di dominance (cioè una concentrazione deve essere innanzitutto bloccata se la stessa crea o rafforza una posizione dominante), il nuovo Regolamento si basa sul cd. substantive test. Questo è, infatti, il parametro che la Commissione deve tenere a mente quando decide se una concentrazione deve essere bloccata o meno. In base al suddetto parametro, qualsiasi concentrazione che ostacoli in modo significativo una concorrenza effettiva nel mercato interno o in una sua parte sostanziale deve essere dichiarata incompatibile con il mercato comune e, dunque, bloccata.

Secondo quanto emerge dal considerando 25 del Regolamento, la nozione di ostacolo significativo ad una concorrenza effettiva deve essere interpretato come riguardante, al di là del concetto di posizione dominante, solo gli effetti anticoncorrenziali di una concentrazione risultante da un comportamento non coordinato tra imprese che non avrebbero una posizione dominante sul mercato comune[21].

Il Regolamento 139/04 prevede, infatti, all’art. 2 che: “1. Le concentrazioni di cui al presente regolamento sono valutate conformemente agli obiettivi del presente regolamento e alle seguenti disposizioni per stabilire se siano compatibili o meno con il mercato comune. In tale valutazione la Commissione tiene conto: a) della necessità di preservare e sviluppare una concorrenza effettiva nel mercato comune alla luce, segnatamente, della struttura di tutti i mercati interessati e della concorrenza effettiva o potenziale di imprese situate all’interno o esterno della Comunità; b) della posizione sul mercato delle imprese partecipanti, del loro potere economico e finanziario, delle possibilità di scelta dei fornitori e degli utilizzatori, del loro accesso alle fonti di approvvigionamento o agli sbocchi, dell’esistenza di diritto o di fatto di ostacoli all’entrata, dell’andamento dell’offerta e della domanda dei prodotti e dei servizi in questione, degli interessi dei consumatori intermedi e finali nonché dell’evoluzione del progresso tecnico ed economico purché essa sia a vantaggio del consumatore e non costituisca impedimento alla concorrenza. 2. Le concentrazioni che non ostacolino in modo significativo una concorrenza effettiva nel mercato comune o in una parte sostanziale di esso, in particolare a causa della creazione o del rafforzamento di una posizione dominante, sono dichiarate compatibili con il mercato comune. 3. Le concentrazioni che ostacolino in modo significativo una concorrenza effettiva nel mercato comune o in una parte sostanziale di esso, in particolare a causa della creazione o del rafforzamento di una posizione dominante, sono dichiarate incompatibili con il mercato comune. 4. Se e in quanto la costituzione di un’impresa comune che costituisce una concentrazione ai sensi dell’articolo. 3 ha per oggetto o per effetto il coordinamento del comportamento concorrenziale di imprese che restano indipendenti, detto coordinamento viene valutato sulla base dei criteri di cui all’articolo. 81, paragrafi 1 e 3, del trattato, al fine di stabilire se l’operazione sia compatibile o meno con il mercato comune. 5. In tale valutazione, la Commissione tiene conto segnatamente: - della presenza significativa e simultanea di due o più imprese fondatrici sullo stesso mercato dell’impresa comune, o su un mercato situato a monte o a valle di tale mercato, ovvero su un mercato contiguo strettamente legato a detto mercato, - della possibilità offerta alle imprese interessate, attraverso il loro coordinamento risultante direttamente dalla costituzione dell’impresa comune, di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti e servizi di cui trattasi.

L’art. 3 del Regolamento fornisce la definizione di concentrazione[22]. Il considerando 20 precisa che è conveniente “definire la nozione di concentrazione in modo da coprire le operazioni che producono una modifica duratura del controllo delle imprese interessate e pertanto nella struttura del mercato”.

In tale ottica è stabilito che si ha una concentrazione quando si produce una modifica duratura del controllo a seguito: a) della fusione di due o più imprese precedentemente indipendenti o parti di più imprese; oppure b) dell’acquisizione, da parte di una o più persone che già detengono il controllo di almeno un’altra impresa, o da parte di una o più imprese, sia tramite acquisto di partecipazioni nel capitale o di elementi del patrimonio, sia tramite contratto o qualsiasi altro mezzo, del controllo diretto o indiretto dell’insieme o di parti di una o più imprese.

Il secondo comma dell’art. 3 del Regolamento precisa il concetto di controllo.

Come nella precedente normativa, si ha controllo in presenza di diritti, contratti o altri mezzi che conferiscono, da soli o congiuntamente, e tenuto conto delle circostanze di fatto o di diritto, la possibilità di esercitare un’influenza determinante sull’attività di un’impresa.

Ciò si verifica nel caso di: a) diritti di proprietà o di godimento sulla totalità o su parti del patrimonio di un’impresa; b) diritti o contratti che conferiscono una influenza determinante sulla composizione, sulle deliberazioni o sulle decisioni degli organi di una impresa.

Detto controllo viene acquisito dalla persona o dall’impresa o dal gruppo di persone o di imprese che: a) siano titolari dei diritti o beneficiari dei contratti sopra indicati; b) pur non essendo titolari di tali diritti o beneficiari di tali contratti, abbiano il potere di esercitare i diritti che ne derivano.

L’art. precisa, infine, all’ultimo comma, i casi nei quali non si ha concentrazione. Le ipotesi sono rimaste invariate. Vi è, ad esempio, il caso del controllo acquisito da una persona che abbia ricevuto mandato dalla pubblica autorità in virtù della legislazione di uno Stato membro relativa alla liquidazione, al fallimento, all’insolvenza, alla cessazione dei pagamenti, al concordato o ad altre procedure analoghe.

L’art. 4 del nuovo Regolamento esce profondamente modificato rispetto all’impostazione fornita dal precedente Regolamento[23].

In primo luogo, viene precisato che le concentrazioni di dimensione comunitaria sono notificate alla Commissione prima della loro realizzazione e dopo la conclusione dell’accordo, la comunicazione dell’offerta d’acquisto o di scambio o l’acquisizione di una partecipazione di controllo.

Viene anche previsto che la notificazione è ammessa quando le imprese interessate convincano la Commissione della loro intenzione di concludere un accordo per una concentrazione proposta e le dimostrino che il loro piano per la concentrazione proposta è sufficientemente concreto, ad esempio, presentando un accordo di principio, un memorandum d’intesa o una lettera di intenti firmati da tutte le imprese interessate o, in caso di offerta pubblica, quando hanno pubblicamente annunciato che intendono procedere a tale offerta, qualora l’accordo o l’offerta previsti dovessero dare luogo ad una concentrazione di dimensione comunitaria.

Come nel passato è stabilito che: a) le concentrazioni consistenti in una fusione o nell’assunzione del controllo comune sono notificate congiuntamente dalle parti che intervengono nell’operazione di fusione o nella instaurazione di un controllo comune; b) in tutti i restanti casi la notificazione incombe alla persona o all’impresa che acquisisce il controllo dell’insieme o di parti di una o più imprese.

Il quarto comma dell’art. 4 sancisce che prima di notificare una concentrazione le persone o le imprese indicate nei precedenti punti a) e b) possono informare la Commissione, presentando una apposita richiesta motivata, che la concentrazione può incidere in misura significativa sulla concorrenza in un mercato all’interno di uno Stato membro che presenta tutte le caratteristiche di un mercato distinto e che dovrebbe quindi essere esaminata, in tutto o in parte, dallo Stato membro in questione.

Si apre in tal caso un vero e proprio procedimento. La Commissione trasmette senza ritardo la richiesta delle parti a tutti gli Stati membri. Lo Stato membro indicato nella richiesta esprime entro 15 giorni lavorativi il proprio consenso o dissenso in merito al rinvio del caso.

Eccetto il caso in cui lo Stato membro esprima il proprio dissenso, la Commissione, qualora ritenga che un simile mercato distinto esista effettivamente e che la concentrazione possa incidere in misura significativa sulla concorrenza in tale mercato, può decidere di rinviare il caso, in tutto o in parte, alle autorità competenti dello Stato membro interessato per l’applicazione della legislazione nazionale sulla concorrenza di detto Stato.

La decisione di rinviare o meno il caso allo Stato membro indicato deve essere adottata dalla Commissione entro 25 giorni lavorativi, che decorrono dal ricevimento della richiesta motivata da parte della Commissione. Se la Commissione non prende una decisione entro tale termine si considera che abbia adottato una decisione di rinvio del caso così come richiesto dalle persone o dalle imprese interessate.

Della decisione della Commissione devono essere informati gli altri Stati membri e le persone o imprese interessate.

L’art. 5[24] fornisce i dettagli per il calcolo del fatturato e l’art. 6 disciplina l’esame della notificazione e l’avvio del procedimento: “1. La Commissione procede all’esame della notificazione non appena questa le è pervenuta: a) se essa conclude che la concentrazione notificata non rientra nel presente regolamento, lo constata mediante decisione; b) se essa constata che la concentrazione notificata, pur rientrando nel presente regolamento, non suscita seri dubbi per quanto riguarda la sua compatibilità con il mercato comune, decide di non opporvisi e la dichiara compatibile con il mercato comune. Si considera che la decisione che dichiara la concentrazione compatibile riguarda anche le restrizioni direttamente connesse alla realizzazione della concentrazione e ad essa necessarie; c) fatto salvo il paragrafo 2, se la Commissione constata che la concentrazione notificata rientra nel presente regolamento e suscita seri dubbi per quanto riguarda la sua compatibilità con il mercato comune, decide di avviare il procedimento…”.

L’art. 7 disciplina la sospensione della concentrazione: “1. Una concentrazione di dimensione comunitaria, quale è definita all’articolo 1, o che è destinata ad essere esaminata dalla Commissione a norma dell’articolo. 4, paragrafo 5, non può essere realizzata prima di essere notificata, né prima di essere stata dichiarata compatibile con il mercato comune da una decisione adottata a norma dell’articolo 6…”.

Negli articoli seguenti, non sostanzialmente modificati rispetto al Regolamento del 1989, vengono disciplinati gli ulteriori poteri della Commissione, gli effetti delle sue decisioni e il ruolo delle autorità competenti degli Stati membri.

 

6.            Gli aiuti di Stato

La politica della concorrenza dell’Unione europea prevede un caso di distorsione della concorrenza che deriva non da comportamenti delle imprese ma da quello degli Stati membri che abbiano come effetto l’alterazione del libero gioco della concorrenza sul mercato[25].

L’art. 107 tfue contiene le norme fondamentali in tema di aiuti statali[26].

Il primo paragrafo stabilisce l’incompatibilità di tali aiuti con il mercato comune, allorquando essi falsino o minaccino di falsare la concorrenza.Salvo deroghe contemplate dai trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza”.

Il secondo paragrafo prevede categorie di aiuti che sono automaticamente compatibili: quelli a carattere sociale erogati a singoli consumatori, a condizione che non discrimino i prodotti in base all’origine, e quelli destinati a rimediare ai danni provocati da calamità naturali.

Il terzo paragrafo, prevede aiuti che possono essere considerarsi compatibili, in particolare: quelli destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni dove il tenore di vita sia anormalmente basso, ovvero si abbia una grave forma di disoccupazione (aiuti regionali); quelli destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche (aiuti settoriali); quelli destinati a promuovere un importante progetto di comune interesse europeo; quelli finalizzati a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno stato membro (aiuti generali); gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio, quando non alterino le condizioni degli scambi e della concorrenza nell’Unione in misura contraria all’interesse comune; eventuali categorie di aiuti deliberate con decisione del Consiglio, assunte a maggioranza qualificata su proposta della Commissione.

Il controllo degli aiuti di Stato da parte della Commissione europea[27] è parte integrante della politica di concorrenza europea che ha come obiettivo l’uguaglianza di condizioni a tutte le imprese che operano sul Mercato interno

Dal suo canto, il compito dello Stato membro è quello di cercare di contemperare l’esigenza nazionale di accrescere l’efficienza del mercato dal punto di vista economico con le esigenze di equilibrio dei mercati sotto il profilo della concorrenza. Ogni progetto di norma che preveda la concessione di un nuovo beneficio deve essere tempestivamente notificato, insieme a tutte le informazioni necessarie, dallo Stato membro interessato alla Commissione che adotta in merito una decisione con la quale stabilisce se l’agevolazione in questione è compatibile con le regole del Trattato.

La Commissione avvia il procedimento formale di esame se verifica che il provvedimento notificato presenta dubbi sulla compatibilità col mercato comune.

Al termine del procedimento[28], la Commissione può adottare: a) una decisione “positiva” con la quale dichiara l’aiuto compatibile; b) una decisione “negativa” con la quale dichiara la misura incompatibile e, nel caso l’aiuto sia stato già erogato, ne ordina il recupero; c) una decisione “condizionale” con la quale dichiara la misura compatibile, ma assoggetta la sua attuazione a condizioni.

Il Servizio aiuti di Stato del Dipartimento Politiche Europee può fare una prima verifica sommaria della compatibilità europea delle misure di agevolazione e, laddove i progetti di legge siano sottoposti alla sua valutazione da parte dei soggetti proponenti, svolge il monitoraggio delle procedure di valutazione di maggior rilevo avviate dalla Commissione europea[29].

 

 

7.            Conclusioni

I mercati sono oggi caratterizzati da rapidi cambiamenti dovuti alla crescita dell’innovazione e dai progressi della tecnologia: se da una parte si assiste all’adeguamento delle strategie delle imprese al mutevole cambiamento del mercato, dall’altra i confini del diritto vengono costantemente sfidati.

Il Mercato unico europeo ha senza dubbio apportato enormi benefici ai cittadini europei e alle imprese attraverso la libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, migliorando le opportunità per le imprese di competere anche sui mercati degli altri Stati membri.

La politica di concorrenza riveste, perciò, un ruolo di rilevante importanza nel processo di integrazione economica europea che consente sia alle imprese di superare i loro mercati nazionali e di operare in tutta l’Unione nel rispetto della pluralità degli interessi in gioco, sia ai consumatori di migliorare il loro potere di acquisto.

 

 

 

 



[1] http://www.dizie.eu/dizionario/mercato-unico-europeo

[2] Dichiarazione Schuman, rilasciata dall’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio 1950.

[3] Monnet, Mémoires, Parigi, 1976.

[4]  Cavallaro - Giordano (a cura di), Dizionario storico dell’integrazione europea, Soveria Mannelli, 2018.

[5] Benfratello, La politica di concorrenza, in Vitali (a cura di), Imprese e mercati nell’Europa della moneta unica, Torino, 2001.

[6] Art. 101 tfue: “1. Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno”. ed in particolare quelli consistenti nel: a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazione; b) limitare o controllare la produzione, gli sbocchi, lo sviluppo tecnico o gli investimenti ;c) ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento; d) applicare, nei rapporti commerciali con gli altri contraenti, condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, così da determinare per questi ultimi uno svantaggio nella concorrenza; e) subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.2. Gli accordi o decisioni, vietati in virtù del presente articolo, sono nulli di pieno diritto…”.

[7]  Sul concetto di concorrenza potenziale, si v. la decisione della Commissione del 14 luglio 1986, Fibre Ottiche, in guce, L 236/1986.

[8] IFTRA vetro (Accordo fra produttori di vetro per contenitori). Decisione della Commissione del 15 maggio 1974, in guce L 160/1974.

[9] Sentenza del 14 luglio 1972, causa 48/69, ici, Raccolta, p. 619 ss.

[10] Decisione della Commissione del 7 agosto 1969, in guce L. 195/11.

[11] Art. 101 c. 3 tfue.

[12] Sugli accordi verticali e sugli accordi orizzontali, si v. Cannizzaro – Pace, Le politiche di concorrenza, in Diritto dell’Unione europea, Parte speciale, Strozzi (a cura di), Torino, 2010, p. 299 ss.

[13] La posizione dominate corrisponde ad una “posizione di potenza economica grazie alla quale l’impresa che la detiene è in grado di ostacolare la persistenza di una concorrenza effettiva sul mercato in questione, ed ha la possibilità di tenere comportamenti alquanto indipendenti nei confronti de concorrenti” (sent. del 14 febbraio 1978, causa 27/76, United Brands, Raccolta, 1978, p. 2017 ss.)

[14] Si noti comunque come la quota di mercato sia strettamente legata alla definizione del mercato: in tal senso la Commissione ha spesso delineato in modo molto ristretto i vari mercati, facendo sì che le imprese avessero un’elevata quota di mercato e fosse pertanto più facile stabilirne la posizione dominante, con una maggiore possibilità di condannare l’abuso.

 

[15] Nel 1966 la Commissione ha emanato un Memorandum sul problema delle concentrazioni nel mercato comune nel quale ha illustrato le proprie linee di condotta e precisato quale sia il contenuto che essa attribuiva al termine concentrazione. Si tratta di un documento nel quale la Commissione ha manifestato un notevole favor nei confronti delle operazioni di concentrazione, affermando di conseguenza la sostanziale inapplicabilità dell’ex art. 81 tce a tali operazioni, in quanto, essa più volte precisa, si tratta di fattispecie che godono di una diversa (e ben più positiva) considerazione rispetto alle intese, in quanto aumentano la competitività delle imprese europee sulla scena mondiale.

[16] Continental Can. Decisione della Commissione del 9 dicembre 1971, in guce n. L. 7 dell’8 gennaio 1972, p. 25 ss.

[17] Corte di Giustizia, British American Tabacco Company LTD e R.J. Reynolds Industries c. Commissione CE, sent. del 17 novembre 1987, cause riunite 142 e 156/84.

[18] Regolamento (cee) n. 4064/89 del Consiglio, del 21 dicembre 1989, relativo al controllo delle operazioni di concentrazione tra imprese

[19] Art. 1 Regolamento (ce) n. 139/2004: “1. Il presente regolamento si applica a tutte le concentrazioni di dimensione comunitaria come definite dal presente articolo, fatti salvi l’articolo 4, paragrafo 5, e l’articolo 22. 2. Una concentrazione è di dimensione comunitaria quando: a) il fatturato totale realizzato a livello mondiale dall’insieme delle imprese interessate è superiore a 5 miliardi di EUR e b) il fatturato totale realizzato individualmente nella Comunità da almeno due delle imprese interessate è superiore a 250 milioni di EUR; salvo che ciascuna delle imprese interessate realizzi oltre i due terzi del suo fatturato totale nella Comunità all’interno di un solo e medesimo Stato membro. 3. Una concentrazione che non supera le soglie stabilite al paragrafo 2 è tuttavia di dimensione comunitaria quando: a) il fatturato totale realizzato a livello mondiale dall’insieme delle imprese interessate è superiore a 2,5 miliardi di EUR; b) in ciascuno di almeno tre Stati membri, il fatturato totale realizzato dall’insieme delle imprese interessate è superiore a 100 milioni di EUR; c) in ciascuno di almeno tre degli Stati membri di cui alla lettera b), il fatturato totale realizzato individualmente da almeno due delle imprese interessate è superiore a 25 milioni di EUR e d) il fatturato totale realizzato individualmente nella Comunità da almeno due delle imprese interessate è superiore a 100 milioni di EUR; salvo che ciascuna delle imprese interessate realizzi oltre i due terzi del suo fatturato totale nella Comunità all’interno di un solo e medesimo Stato membro. 4. Sulla base di dati statistici che possono essere comunicati regolarmente dagli Stati membri, la Commissione presenta al Consiglio una relazione sull’applicazione delle soglie e dei criteri di cui ai paragrafi 2 e 3 entro il 1o luglio 2009 e può presentare proposte a norma del paragrafo 5. 5. In seguito alla relazione di cui al paragrafo 4 e su proposta della Commissione, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può riesaminare le soglie e i criteri di cui al paragrafo 3”.

[20] La norma riferita si comprende se si riflette sulla migliore posizione dell’autorità nazionale, rispetto alla Commissione, per valutare gli effetti dell’operazione di concentrazione sulla concorrenza.

[21] Il nuovo regolamento 139/04 adotta un criterio più flessibile ed attinente agli effetti anticoncorrenziali prodotti dall’operazione sul mercato. Si potranno vietare le concentrazioni considerate distorsive della concorrenza pur se non suscettibili di costituire una posizione dominante, ma che, ad esempio, producano un eccessivo aumento dei prezzi ovvero una significativa riduzione della possibilità di scelta del consumatore. D’ altronde, operazioni che determinano una posizione dominante sul mercato potrebbero essere, invece, considerate compatibili con il Regolamento in relazione agli effetti positivi che esse produrrebbero. Così, Cannizzaro – Pace, op. cit., p. 336.

[22] Art. 3 Regolamento (ce) n. 139/2004: “1. Si ha una concentrazione quando si produce una modifica duratura del controllo a seguito: a) della fusione di due o più imprese precedentemente indipendenti o parti di imprese; oppure b) dell’acquisizione, da parte di una o più persone che già detengono il controllo di almeno un’altra impresa, o da parte di una o più imprese, sia tramite acquisto di partecipazioni nel capitale o di elementi del patrimonio, sia tramite contratto o qualsiasi altro mezzo, del controllo diretto o indiretto dell’insieme o di parti di una o più altre imprese. 2. Si ha controllo in presenza di diritti, contratti o altri mezzi che conferiscono, da soli o congiuntamente, e tenuto conto delle circostanze di fatto o di diritto, la possibilità di esercitare un’influenza determinante sull’attività di un’impresa; trattasi in particolare di: a) diritti di proprietà o di godimento sulla totalità o su parti del patrimonio di un’impresa; b) diritti o contratti che conferiscono un’influenza determinante sulla composizione, sulle deliberazioni o sulle decisioni degli organi di un’impresa. 3. Il controllo è acquisito dalla persona o dall’impresa o dal gruppo di persone o di imprese: a) che siano titolari dei diritti o beneficiari dei contratti suddetti; o b) che, pur non essendo titolari di tali diritti o beneficiari di tali contratti, abbiano il potere di esercitare i diritti che ne derivano. 4. La costituzione di un’impresa comune che esercita stabilmente tutte le funzioni di una entità economica autonoma, è considerata come una concentrazione ai sensi del paragrafo 1, lettera b). 5. Non si ha concentrazione quando: a) un istituto di credito, un altro istituto finanziario o una società d’assicurazioni, la cui normale attività comprende la compravendita o la mediazione di titoli per conto proprio o per conto terzi, detiene temporaneamente partecipazioni nel capitale di un’impresa acquisite onde rivenderle, purché non eserciti i diritti di voto inerenti alle partecipazioni stesse al fine di determinare il comportamento concorrenziale di tale impresa, ovvero purché eserciti detti diritti soltanto per preparare la vendita dell’impresa o di elementi del patrimonio della stessa o la vendita di tali partecipazioni e la vendita avvenga entro un anno a decorrere dal momento dell’acquisizione; previa richiesta, la Commissione può prorogare detto termine, ove l’istituto o le società giustifichino l’impossibilità ragionevole di effettuare la vendita nei termini stabiliti; b) il controllo sia acquisito da una persona che abbia ricevuto mandato dalla pubblica autorità in virtù della legislazione di uno Stato membro relativa alla liquidazione, al fallimento, all’insolvenza, alla cessazione dei pagamenti, al concordato o ad altre procedure analoghe; c) le operazioni di cui al paragrafo 1, lettera b), sono realizzate da società di partecipazione finanziaria di cui all’articolo 5, paragrafo 3, della quarta direttiva 78/660/CEE del Consiglio, del 25 luglio 1978, basata sull’articolo 54, paragrafo 3, lettera g), del trattato e relativa ai conti annuali di taluni tipi di società(6) purché tuttavia i diritti di voto inerenti alle partecipazioni detenute siano esercitati, in particolare tramite la nomina dei membri degli organi direttivi e di vigilanza delle imprese di cui esse detengono partecipazioni, unicamente per salvaguardare il pieno valore di tali investimenti e non per determinare direttamente o indirettamente il comportamento concorrenziale di tali imprese”.

 

[23]Art. 4 Regolamento (ce) n. 139/2004 “1. Le concentrazioni di dimensione comunitaria di cui al presente regolamento sono notificate alla Commissione prima della loro realizzazione e dopo la conclusione dell’accordo, la comunicazione dell’offerta d’acquisto o di scambio o l’acquisizione di una partecipazione di controllo. La notificazione è ammessa anche quando le imprese interessate dimostrano alla Commissione che hanno in buona fede intenzione di concludere un accordo o, in caso di offerta pubblica, quando hanno pubblicamente annunciato che intendono procedere a tale offerta, qualora l’accordo o l’offerta previsti dovessero dar luogo ad una concentrazione di dimensione comunitaria. Ai fini del presente regolamento il termine “concentrazione notificata” comprende anche i progetti di concentrazione notificati ai sensi del secondo comma. Ai fini dei paragrafi 4 e 5 del presente articolo, il termine “concentrazione” comprende anche i progetti di concentrazione ai sensi del secondo comma. 2. Le concentrazioni consistenti in una fusione ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, lettera a), o nell’assunzione di un controllo comune ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, lettera b), sono notificate congiuntamente dalle parti che intervengono nell’operazione di fusione o nell’instaurazione di un controllo comune. Negli altri casi la notificazione incombe alla persona o all’impresa che acquisisce il controllo dell’insieme o di parti di una o più imprese. 3. La Commissione, quando constata che una concentrazione notificata rientra nel campo di applicazione del presente regolamento, pubblica l’avvenuta notificazione, precisando i nomi delle imprese interessate, il loro paese d’origine, il tipo di concentrazione, nonché i settori economici interessati. La Commissione tiene conto del legittimo interesse delle imprese a che non vengano divulgati i segreti relativi ai loro affari. 4. Prima di notificare una concentrazione ai sensi del paragrafo 1, le persone o le imprese di cui al paragrafo 2 possono informare la Commissione, presentando una richiesta motivata, che la concentrazione può incidere in misura significativa sulla concorrenza in un mercato all’interno di uno Stato membro che presenta tutte le caratteristiche di un mercato distinto e che dovrebbe quindi essere esaminata, interamente o in parte, dallo Stato membro in questione. La Commissione trasmette senza ritardo la richiesta a tutti gli Stati membri. Lo Stato membro di cui alla richiesta motivata, entro 15 giorni lavorativi dal ricevimento della richiesta, esprime il suo consenso o il suo dissenso in merito al rinvio del caso. Se tale Stato membro non prende posizione entro questo termine, si considera che abbia espresso il suo consenso. A meno che detto Stato membro non esprima il suo dissenso, la Commissione, se ritiene che un simile mercato distinto esista effettivamente e che la concentrazione possa incidere in misura significativa sulla concorrenza in tale mercato può decidere di rinviare il caso, interamente o in parte, alle autorità competenti dello Stato membro interessato, per l’applicazione della legislazione nazionale sulla concorrenza del suddetto Stato. La decisione di rinviare o meno il caso a norma del terzo comma è adottata entro 25 giorni lavorativi a decorrere dal ricevimento della richiesta motivata da parte della Commissione. La Commissione informa della sua decisione gli altri Stati membri e le persone o le imprese interessate. Se la Commissione non prende una decisione entro tale termine, si considera che abbia adottato una decisione di rinvio del caso come chiesto dalle persone o imprese interessate. Se la Commissione decide o si considera che abbia deciso, conformemente ai commi terzo e quarto, di rinviare interamente il caso non si procede alla notificazione di cui al paragrafo 1 e si applica la legislazione nazionale sulla concorrenza. Si applicano mutatis mutandis i paragrafi da 6 a 9 dell’articolo 9. 5. Con riferimento ad una concentrazione, quale definita all’articolo 3, che non ha dimensione comunitaria ai sensi dell’articolo 1 e che può essere esaminata a norma delle legislazioni nazionali sulla concorrenza di almeno tre Stati membri, le persone o imprese di cui al paragrafo 2 possono, prima di qualsiasi notificazione alle autorità competenti, informare la Commissione, presentando una richiesta motivata, che la concentrazione dovrebbe essere esaminata dalla Commissione. La Commissione trasmette senza ritardo la richiesta a tutti gli Stati membri. Qualsiasi Stato membro competente ad esaminare la concentrazione a norma della propria legislazione nazionale sulla concorrenza può, entro 15 giorni lavorativi dal ricevimento della richiesta motivata, esprimere il suo dissenso in merito alla richiesta di rinvio del caso. Qualora almeno uno di tali Stati membri abbia espresso il proprio dissenso a norma del terzo comma entro il termine di 15 giorni lavorativi, il caso non viene rinviato. La Commissione informa senza ritardo tutti gli Stati membri e le persone o imprese interessate dei casi in cui sia stato espresso un dissenso. Qualora nessuno Stato membro abbia espresso il proprio dissenso a norma del terzo comma entro 15 giorni lavorativi, si considera che la concentrazione abbia dimensione comunitaria e si procede alla sua notificazione alla Commissione conformemente ai paragrafi 1 e 2. In questi casi, nessuno Stato membro applica alla concentrazione la propria legislazione nazionale sulla concorrenza. 6. Entro il 1o luglio 2009, la Commissione presenta al Consiglio una relazione sull’applicazione dei paragrafi 4 e 5. In seguito a tale relazione e su proposta della Commissione, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può rivedere i paragrafi 4 e 5”.

 

[24] Art. 5 Regolamento (ce) n. 139/2004: 1. Il fatturato totale ai sensi del presente regolamento comprende gli importi ricavati dalla vendita di prodotti e dalla prestazione di servizi realizzati dalle imprese interessate nell'ultimo esercizio e corrispondenti alle loro normali attività, previa detrazione degli sconti concessi sulle vendite nonché dell'imposta sul valore aggiunto e di altre imposte direttamente legate al fatturato. Il fatturato totale di una impresa interessata non tiene conto delle transazioni avvenute tra le imprese di cui al paragrafo 4 del presente articolo. Il fatturato realizzato, nella Comunità o in uno Stato membro, comprende i prodotti venduti ed i servizi forniti ad imprese o a consumatori nella Comunità o nello Stato membro in questione…”.

[25] Cannizzaro – Pace, op. cit., p. 337.

[26] Art. 107 tfue: “1. Salvo deroghe contemplate dai trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza. 2. Sono compatibili con il mercato interno: a)gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall’origine dei prodotti; b)gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali; c)gli aiuti concessi all’economia di determinate regioni della Repubblica federale di Germania che risentono della divisione della Germania, nella misura in cui sono necessari a compensare gli svantaggi economici provocati da tale divisione. Cinque anni dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare una decisione che abroga la presente lettera. 3. Possono considerarsi compatibili con il mercato interno: a) gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione, nonché quello delle regioni di cui all’art. 349, tenuto conto della loro situazione strutturale, economica e sociale; b)gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro; c)gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse; d)gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio, quando non alterino le condizioni degli scambi e della concorrenza nell’Unione in misura contraria all’interesse comune; e)le altre categorie di aiuti, determinate con decisione del Consiglio, su proposta della Commissione.

[27] Art. 108 tfue: 1. La Commissione procede con gli Stati membri all’esame permanente dei regimi di aiuti esistenti in questi Stati. Essa propone a questi ultimi le opportune misure richieste dal graduale sviluppo o dal funzionamento del mercato interno. 2. Qualora la Commissione, dopo aver intimato agli interessati di presentare le loro osservazioni, constati che un aiuto concesso da uno Stato, o mediante fondi statali, non è compatibile con il mercato interno a norma dellarticolo 107, oppure che tale aiuto è attuato in modo abusivo, decide che lo Stato interessato deve sopprimerlo o modificarlo nel termine da essa fissato. Qualora lo Stato in causa non si conformi a tale decisione entro il termine stabilito, la Commissione o qualsiasi altro Stato interessato può adire direttamente la Corte di giustizia dell’Unione europea, in deroga agli articoli 258 e 259. A richiesta di uno Stato membro, il Consiglio, deliberando all’unanimità, può decidere che un aiuto, istituito o da istituirsi da parte di questo Stato, deve considerarsi compatibile con il mercato interno, in deroga alle disposizioni dell’articolo 107 o ai regolamenti di cui all’articolo 109, quando circostanze eccezionali giustifichino tale decisione. Qualora la Commissione abbia iniziato, nei riguardi di tale aiuto, la procedura prevista dal presente paragrafo, primo comma, la richiesta dello Stato interessato rivolta al Consiglio avrà per effetto di sospendere tale procedura fino a quando il Consiglio non si sia pronunciato al riguardo. Tuttavia, se il Consiglio non si è pronunciato entro tre mesi dalla data della richiesta, la Commissione delibera. 3. Alla Commissione sono comunicati, in tempo utile perché presenti le sue osservazioni, i progetti diretti a istituire o modificare aiuti. Se ritiene che un progetto non sia compatibile con il mercato interno a norma dell’articolo 107, la Commissione inizia senza indugio la procedura prevista dal paragrafo precedente. Lo Stato membro interessato non può dare esecuzione alle misure progettate prima che tale procedura abbia condotto a una decisione finale.

[29] http://www.politicheeuropee.gov.it/it/attivita/aiuti-di-stato/