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Alcune riflessioni sull’identità europea

 Antonella Galletti

Dottore di ricerca e cultore di Diritto dell’Unione europea nell’Università “Kore” di Enna

 

Abstract: Quanto ci sentiamo europei? E che cosa significa essere cittadini europei? Si tratta di condividere tutti la stessa identità, le stesse origini (storiche e culturali), un medesimo territorio e di parlare la stessa lingua? Esiste un “demos” europeo? In molti continuano a porsi questi interrogativi. Il tema è quello dell’identità europea: collettiva, culturale e politica; un tema di notevole importanza che abbraccia non solo ambiti strettamente “culturali”, ma anche sociali e politici, e che influenza lo sviluppo del processo di integrazione dell’Unione europea.

 

Parole chiave: identità europea, identità collettiva, identità politica, identity clause, art.4 tue.

 

1.                Introduzione

 

Quello dell’identità europea, diceva Umberto Eco, “è un problema antico”[1].

Fin dall’inizio, la costruzione europea è stata alla ricerca della sua identità. Inizialmente, essa fu cercata nella “pace perpetua” fra i popoli europei (“mai più la guerra fra noi”), poi nella difesa di un “modello europeo” di società come terza via rispetto al liberismo eccessivo americano ed al collettivismo del blocco comunista.

Il dibattito sulle radici dell’Europa non ha prodotto un nuovo consenso sull’identità europea. C’è chi vede un’Europa circoscritta ai Paesi che hanno in comune il pensiero greco, il diritto romano e la fede cristiana; e chi ritiene che questa triplice eredità non basti a definire l’identità europea poiché, da un lato, nessuna di queste tre eredità è esclusiva dell’Europa, dall’altro l’Europa si è costruita sull’apertura ad altre culture[2].

Semplificando, ci sono due teorie che affrontano il tema dell’identità europea. La prima è quella che fa riferimento al “patriottismo costituzionale” elaborato da Jürgen Habermas. Secondo il filosofo tedesco, bisogna ricondurre il principio democratico nazionale al livello sopranazionale, costruendo uno Stato federale europeo a partire da una nuova identità europea[3]. Questa identità europea non riposa su una cultura ereditata e condivisa, ma su valori giuridici comuni. Tale identità è quindi “costruita” ex novo e non è un’eredità del passato. Si tratta di principi politici adottati in comune che fondano l'identità europea e non un passato condiviso[4].

La seconda teoria è quella del “nazionalismo repubblicano” secondo cui dei principi universali sono insufficienti per costruire un ordine politico stabile, il quale non può essere fondato che partendo da una cultura condivisa, ereditata. Quindi un’identità politica non potrebbe trascendere la sua cultura originaria: anche se la democrazia riposa su principi universali, la nazione ereditata resta per i nazional-repubblicani il luogo dove può concretizzarsi una “forma limitata di universale”. Questa teoria sottolinea l’assenza del famoso demos europeo2.

Habermas risponde a questa teoria affermando che il demos segue e non precede necessariamente una nuova comunità o una nuova forma di democrazia sopranazionale3. Si tratta di promuovere volontaristicamente una cultura politica condivisa - e non comune - sulla base dell’apertura reciproca delle culture nazionali (una specie di mutuo riconoscimento nel filo diretto del pensiero kantiano). Questa posizione è condivisa da Preuss quando scrive “Né i sentimenti pre-politici di una comunità – come l’etnia, la lingua o la razza – né le istituzioni rappresentative sono di per sé in grado di creare un'entità politica, che si tratti di uno Stato-nazione, uno Stato multinazionale o un'entità sopranazionale. L’essenziale è un processo dinamico nel quale si forma la volontà di creare un’entità politica, volontà sorretta da istituzioni che, a loro volta, simbolizzano e alimentano l’idea di tale entità politica”[5]. Per questo, la via più promettente per creare un’identità europea sembra quella di riferirsi ai valori presenti già nell'articolo 6 del Trattato di Maastricht e ripresi nell'articolo 2 del Trattato di Lisbona: “l’Unione è fondata sui principi della libertà, della democrazia, del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nonché dello Stato di diritto”.

Alcuni potrebbero osservare che i valori dell’Unione europea, ripresi nel Trattato costituzionale e poi nel Trattato di Lisbona, siano comuni al mondo occidentale. Se questo è vero per i diritti civili e politici, non lo è necessariamente per i diritti economici e sociali aggiunti dalla Convenzione del 1999/2000 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (per esempio i diritti sociali contenuti nella Carta dei diritti fondamentali e ripresi dalla Carta sociale europea e dalle direttive comunitarie, oppure il diritto alle cure sanitarie, all’integrità della persona umana, al divieto della clonazione riproduttiva, ecc.). Questi diritti testimoniano la singolarità dell’Unione europea rispetto al liberalismo tradizionale e possono confermare l’esistenza di un “modello europeo di società”.

Pochi mesi dopo la caduta della cortina di ferro, lo scrittore Joseph Rovan, uno dei principali testimoni della riconciliazione franco-tedesca, scriveva: “L’Europa ha degli interessi, ma essa rappresenta prima di tutto una morale, quella della democrazia e dei diritti dell'uomo. Abbiamo imparato negli anni della tirannia totalitaria (o avremmo dovuto imparare) che la nostra forza consiste nel far coincidere i nostri interessi e la nostra morale […] L’Europa non ha ambizioni territoriali e non vuole dominare nessuno. Essa può diventare, nel mondo di domani, la garante dei diritti della persona umana, la promotrice dello Stato di diritto, la protettrice dei processi di democratizzazione nel mondo. È una missione che ci costerà cara, ma è anche la sola che ci permetterà di restare noi stessi”[6].

Momento fondante della riflessione sull’identità europea, in seno alle istituzioni create nel dopoguerra, può essere considerato il dibattito promosso nel 1953 dal Consiglio d’Europa su “Il problema spirituale e culturale dell’Europa considerata nella sua unità storica, e i mezzi per esprimere questa unità in termini contemporanei”. Il contesto politico e culturale era quello della Guerra fredda, e l’intento era quello di rafforzare il sentimento di appartenenza dei Paesi del blocco occidentale a comuni valori politici, economici, culturali e religiosi. A guidare la conferenza fu A. Toynbee, storico noto negli ambienti internazionali. Per “europei” egli intendeva quelli che abitano la penisola nordoccidentale del Vecchio mondo e le isole adiacenti, cioè i cristiani del patriarcato di Roma, poi divisisi in cattolici e protestanti. Le radici di questa Europa, secondo lo storico inglese, stavano nella Chiesa di Roma. Quest’Europa, però, aveva perso la sua unicità storica sul finire del Medioevo quando i lealismi locali prevalsero sulla fedeltà alla comunità cristiano-occidentale.

Il Consiglio d’Europa affidava all’allora segretario D. De Rougemont il compito di coordinare i lavori di un comitato, guidato da M. Beloff, che avrebbe dovuto redigere un rapporto sulla civiltà europea, sulla sua storia, sull’economia e sulle istituzioni politiche.

“Dobbiamo dimostrare”, raccomandava il segretario svizzero, “la fondamentale unità dell’Europa nella diversità”. La storia dell’Europa non doveva essere concepita come la somma delle diverse storie nazionali, ma come una “storia comune degli europei”. Nonostante queste indicazioni, tuttavia, il dibattito all’interno del comitato fu alquanto problematico. Beloff era convinto che il passato dell’Europa non potesse legittimare tutto quello che di innovativo sarebbe potuto scaturire dall’azione del Consiglio d’Europa. Egli non credeva, inoltre, che fosse possibile scrivere una storia unitaria europea, sia a causa delle enormi diversità delle storie delle varie Regioni, sia per la difficoltà di definire il concetto stesso di Europa. Dopo questo esordio, il Consiglio d’Europa si astenne dallo scrivere la storia d’Europa, e nessuno storico ebbe mai più questo incarico.

Ma chi sono gli europei? Cos’è la civiltà europea? C’è una comune identità europea?

Sono queste le domande alle quali anche le istituzioni europee si sentono quasi in dovere di dare una risposta per “giustificare” l’integrazione economica (e politica) di Stati la cui storia è disseminata da guerre, profonde divisioni, a volte anche da odi radicati nelle coscienze collettive. Senza gli “europei” è ovvio che non può esistere l’Europa. È necessario, però, un più forte sentimento di appartenenza ad un heritage nel quale tutti i popoli di questa parte del mondo dovrebbero riconoscersi: un insieme di valori culturali, politici e sociali comuni, ma anche una storia per molti tratti comune, che finiscono per identificare appunto gli “europei”.

Nel suo “L’eredità dell’Europa” (1989) Hans Gadamer, scrive che l’eccezionale merito dell’Europa è sempre stato quello di saper riconoscere e vivere con l’altro. La storia dei popoli europei ha prodotto una singolare fioritura di diversità. Nessun’altra parte del mondo comprende in così piccolo spazio una tale varietà di costumi, di tradizioni culturali, di organizzazioni politiche. Tutte le forme della diversità sono state coltivate in Europa fino alla conflittualità più spinta[7].

Il principio di fraternità ha consentito di tenere insieme identità nazionale ed universalità. Tale principio consente agli uguali di essere diversi, rende possibile che ciascuno possa realizzare la propria vita pur ammettendo la propria unità di fondo con tutti gli altri. È necessario però non confondere differenza con diversità: la prima si oppone ad eguaglianza; la seconda si oppone ad uniformità. Ecco perché si può essere eguali e diversi; mentre non si potrebbe essere eguali e diseguali[8].

Negli ultimi decenni, le vicende dell’integrazione europea hanno posto il problema se questo processo possa continuare, e in che modo. L’integrazione economica e politica condurrà a qualche forma di identità europea comune? “E se così sarà, quale potrebbe essere la natura di questa identità, e che rapporto potrebbe intrattenere con le identità nazionali esistenti?”[9].

Il discorso sull’identità europea è complesso, sfuggente, dall’andamento frammentario, assai datato, eppure irrinunciabile. Tanto più oggi, dal momento in cui l’Europa si confronta con processi cruciali come la globalizzazione, la crisi economica, la transnazionalità, il conflitto interculturale, il deficit della democrazia, dinamiche tutte che pongono una sfida di vaste proporzioni[10].

Parlare di identità europea significa introdurre un termine: identità, dal significato sfuggente, che sotto il profilo semantico è sicuramente problematico. L’identità (intesa in una chiave sociologica) è spesso identità collettiva e, pertanto, è il punto di arrivo di un processo di costruzione che non è sempre identico a sé stesso ma, in relazione alla sua natura sociale, varia a seconda della configurazione delle relazioni sociali nel contesto cui l’identità si riferisce. L’Europa, in quanto rete di società instabile, reclama un’identità in armonia con l’ipotesi formulata da Klaus Eder: “The more a human society is differentiated, the more it needs a collective identity”[11].

Il “noi” dell’identità nazionale oggi occupa uno spazio pubblico non più adatto alla forma delle relazioni sociali che si stanno sviluppando in Europa. L’Europa e gli europei stanno elaborando gradualmente (e spesso con fatica) un “noi” transnazionale. Il legame instaurato tra i popoli europei da un mercato comune non è sufficiente a definire e a favorire, a livello collettivo, una linea di confine dello spazio comunicativo che leghi tra di loro, in termini di libertà e di eguaglianza, gli individui che si muovono entro questo spazio. Non può che essere così, perché i legami del mercato si riferiscono pur sempre ad una cultura della competizione, ad una logica di scambio economico che asseconda interessi unicamente razionali che comprimono ogni dimensione emotiva, ad un tipo di relazione sociale che non promuove i valori di solidarietà necessari ad una comunità politica.

Il rapporto tra identità nazionali e identità europea resta comunque stretto, anche se problematico. L’Unione europea non riesce ancora a competere con le identità nazionali nella produzione di simboli e di appartenenze in grado di mobilitare le collettività verso mete transnazionali.

L’identità europea, inoltre, è legata strettamente all’apparato istituzionale localizzato a Bruxelles e a Strasburgo che consente di identificarla politicamente, ma non le permette di incoraggiare appartenenze e identificazioni collettive che sembrano necessarie e urgenti. Detto altrimenti, le istituzioni che fanno l’Europa sono poco attive anche perché è debole l’identità, e l’identità è debole perché le istituzioni non sono in grado di favorirne il consolidamento. “Il corto-circuito della legittimazione dell’Unione consiste proprio nell’affidare da parte dei Trattati alle istituzioni il compito di legittimazione, ma le istituzioni stesse, a iniziare dal Parlamento europeo, non possono esercitare una funzione di rappresentanza se non preventivamente inserite in un contesto di fiducia e consenso all’Europa come spazio politico”[12].

 

2.                I fattori di nascita dell’identità in Europa

 

Generalmente si ritiene che le basi culturali e storiche dell’Europa si costruiscano su tre pilastri: ragione, giustizia e carità. Paul Valéry correlò questi elementi ai valori inerenti all’identità europea nel volume Variété I, sostenendo che (come già precedentemente accennato) ci sono tre fattori che fondano l’identità europea vera e propria: il diritto romano, la fede cristiana e lo spirito critico greco[13].

Richard Hoggart e Douglas Johnson non ritennero sufficienti i tre elementi di Valéry e ne aggiunsero un altro: il periodo dell’Illuminismo con l’importanza della ragione critica[14]. Altri “compilatori di elenchi”[15] aggiunsero i diritti umani, il governo popolare e la democrazia come supremi valori che uniscono gli europei; si tratta di fattori talvolta affiancati dall’ideale del pluralismo e da un’enfasi posta sul discorso dialogico come un ingrediente fondamentale dell’eredità culturale europea.

Nico Wilterdink sintetizza così le basi della civiltà europea: “Un’immagine convenzionale situa l’inizio (l’“origine”) della civiltà europea nell’antichità greca, che produsse i valori della dignità individuale e del pensiero critico, indipendente. Segue poi la civiltà romana, in cui viene sviluppato in maniera importante il pensiero giuridico e nel cuore della quale si sviluppa una terza tradizione: la tradizione del cristianesimo […]. Alcuni autori aggiungono una quarta tradizione: la tradizione del Rinascimento, della ragione e dell’Illuminismo…”[16].

T. S. Eliot sostiene che gli avvenimenti della vita politica dell’Europa non hanno favorito l’unione degli europei, anzi, li hanno ulteriormente divisi. Secondo il poeta inglese, il connubio fra cultura e politica, ha dato come risultato una situazione come quella della Germania di Hitler, dove tutto ciò che non era tedesco, era considerato barbarico o decadente. Eliot afferma che un progetto del genere può andar bene in ingegneria, ma non certamente nella sfera culturale. Al contrario, la cultura europea deve essere differenziata e pluralista, anziché tendere all’omogeneità politica. Il poeta intende sottolineare, cioè, l’unità nella diversità: non un’organizzazione unificata ma un’unità di tipo naturale. Eliot, domandandosi quali possano essere indicati come aspetti uniformi della cultura europea, colloca in cima la religione, o meglio, il ruolo della tradizione cristiana che è stata condivisa nella formazione che oggi chiamiamo Europa[17].

Adam D. Smith, esperto di nazionalismo, circoscrive il problema dell’identità europea alla questione di una nuova divisione in Europa[18]: da una parte, ci sono le memorie e i miti storici (però non condivisi universalmente); dall’altra parte c’è la cultura non storica, tenuta insieme esclusivamente dai politici e dagli interessi economici (e quindi, suscettibile di cambiamenti). Secondo l’economista scozzese, i miti, i simboli popolari, le memorie e le tradizioni storiche, hanno un grande peso nel forgiare sia l’identità nazionale, sia il senso di affinità europea. Ma l’Europa ha, nel suo complesso, una memoria storica comune? Smith non vede molti fattori di unione per l’Europa; piuttosto egli evidenzia la circostanza come il continente europeo sia stato dominato dalla lotta fra nazioni con una storia politica propria. In Europa, inoltre, l’unità religiosa è un qualcosa che appartiene al passato, che è finito dopo che la chiesa cristiana ha iniziato a subire numerosi scissioni. A livello di simboli veri e propri poi, che rafforzerebbero il senso di unità, sostiene Smith, ammesso che si trovino, essi significherebbero innanzitutto la diffusione dei valori occidentali verso la periferia settentrionale ed orientale[19]. Egli, quindi, riassume così la propria idea sull’importanza di una tradizione storica comune per l’identità europea: “Senza memorie e significati condivisi, senza simboli e miti comuni […] chi si potrà dire europeo nel fondo del proprio cuore e chi sarà disposto a sacrificare sè stesso per un ideale così astratto?”[20].

Malgrado le numerose differenze, è tuttavia possibile, in seno all’Unione europea, sentirsi “uniti nella diversità”, intendendo con questo che le varie nazioni europee, pur mantenendo riconoscibili i rispettivi tratti nazionali, possono incontrarsi sotto “l’egida di qualche denominatore comune”[21]. Al momento attuale, tuttavia, questo “slogan” è rimasto un concetto meramente astratto, quasi del tutto sprovvisto di sostanza concreta.

 

3.         L’“identity clause” alla luce del Trattato di Lisbona

 

Il Trattato sull'Unione europea, nella versione successiva ad Amsterdam, sancisce che l’Unione si fonda su principi che si possono definire costituzionali (art. 6), prevedendo un meccanismo sanzionatorio per gli Stati membri che non li osservino (art. 7), ergendoli a parametri di accesso per i Paesi che tali aspirano a diventare (art. 49) e considerandoli elementi caratterizzanti dell’azione dell’ue verso l’esterno (art. 11). Il Trattato richiama poi l'esistenza di “tradizioni costituzionali comuni” agli Stati membri (art. 6), lasciando quasi credere che esse si basano proprio su quei principi fondamentali posti alla base dell’Unione. Accanto a queste disposizioni, rappresentative di una sorta di “omogeneità costituzionale” dell’Unione europea[22], il tue, sin dalla sua prima versione, assicura il rispetto dell’identità nazionale[23]. Formulata in un primo momento in maniera sintetica, poi in modo più dettagliato, la clausola sul rispetto dell’identità nazionale, la c.d. identity clause, si rivela sin dall’inizio in probabile contrapposizione con le disposizioni sull’omogeneità dell’Unione, dando origine a diversi interrogativi sulla sua concreta portata e sull’idoneità ad ostacolare il processo d’integrazione europea. Il principio sotteso alla clausola era, d’altro canto, già stato impiegato più volte, molto prima della suo inserimento nei Trattati, dalle giurisprudenze nazionali, a tutela delle prerogative statali dinanzi l’avanzata del processo d’integrazione. Nella giurisprudenza dei giudici di Lussemburgo la clausola, viceversa, è risultata, a lungo silente.

L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona sembra aver sancito un cambio di direzione, che ne vede un utilizzo più costante, con effetti che potrebbero rivelarsi di non poca importanza sulla limitazione delle conseguenze dell’integrazione europea, anche nell’ambito dei diritti di cittadinanza[24].

La dottrina vede nell’introduzione della clausola dell’identità nazionale la risposta alle paure, provocate negli Stati membri dall’approvazione del Trattato di Maastricht, di perdere, per effetto dell’avanzamento del processo d’integrazione europea, una parte considerevole della propria sovranità, in un momento in cui, caduto il Muro di Berlino, alcuni Stati europei se ne erano appena riappropriati. La previsione dell’identity clause rappresenterebbe, infatti, l’accoglimento di quei “controlimiti” che alcune Corti costituzionali nazionali, come quelle italiana e tedesca, avevano già posto come limite all’applicazione del diritto europeo[25].

Ai sensi dell’articolo 4, par. 2, tue, “L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali. Rispetta le funzioni essenziali dello Stato, in particolare le funzioni di salvaguardia dell’integrità territoriale, di mantenimento dell'ordine pubblico e di tutela della sicurezza nazionale…”. La formulazione dell’articolo riprende, quasi letteralmente, quella dell’art. I-5 del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, dedicato alle “relazioni tra Unione europea e Stati membri”. Secondo la dottrina, l’introduzione, nel testo del Trattato costituzionale, dell’obbligo di rispettare le identità costituzionali degli Stati membri rappresentava il “riconoscimento normativo” della teoria dei controlimiti in funzione di “contrappunto” alla supremacy clause. Il principio del primato del diritto europeo sul diritto interno, sino ad allora affermato solo in via pretoria, trovava infatti un’espressa codificazione nell’articolo I-6. Detto altrimenti, il combinato disposto delle due disposizioni garantiva una sorta di “primato invertito”, in cui la prevalenza del diritto europeo (di cui all’art. I-6), era obbligata ad arrestarsi dinanzi ai principi supremi degli ordinamenti costituzionali (di cui all’art. I-5)[26].

La stessa lettura è stata data recentemente all’articolo 4, par. 2, tue. Il fatto che sia lo stesso tue a considerare le strutture costituzionali degli Stati membri degni di tutela rappresenterebbe il superamento del “primato assoluto” sostenuto dalla giurisprudenza della Corte di Lussemburgo e confermerebbe la lettura del “primato con riserva” sostenuta dalle Corti costituzionali degli Stati membri, che oppongono i principi inviolabili delle Costituzioni nazionali al primato del diritto dell’Unione [27].

Tale tesi troverebbe riprova nella situazione in cui, rispetto al Trattato costituzionale, il Trattato di Lisbona sancisce una clausola sul rispetto delle identità costituzionali, ma non una clausola sul primato del diritto dell’Unione: tale principio appare “derubricato”, in quanto scompare dal testo del Trattato e viene relegato alla Dichiarazione n. 17[28]. Dal momento, però, che tale Dichiarazione non ha forza vincolante, è stato sostenuto che “la lettura sistematica dell’art. 4 tue e della Dichiarazione n. 17 comporta… non solo che i principi di assetto costituzionale fondamentale degli Stati si affiancano alla primazia ma vanno ad essa anteposti”[29].

Fatte queste considerazioni, si vuole porre l’attenzione su due questioni: l’interpretazione sistematica della clausola e le possibili implicazioni giuridiche della stessa.

Quanto al primo punto, rispetto ai suoi “equivalenti funzionali” nelle precedenti versioni dei Trattati, l’art. 4, par. 2, tue colloca il rispetto delle identità nazionali in un ambito intimamente connesso al riparto di competenze tra Unione europea e Stati membri. Il secondo paragrafo dell’art. 4, che obbliga l’Unione a rispettare l’identità costituzionale e le funzioni essenziali degli Stati membri, sembrerebbe porsi come una riserva di competenze statali. Esso è, infatti, preceduto da un primo paragrafo che sancisce il principio di presunzione di competenza in capo agli Stati membri, secondo il quale “qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei trattati appartiene agli Stati membri” (art. 4.1 tue). Lo stesso articolo, per di più, è seguito dall’art. 5, espressamente dedicato ai principi che regolano sia la titolarità sia l’esercizio delle competenze dell’Unione[30].

Si ritiene utile sottolineare che il legame tra la clausola in esame e le disposizioni relative al riparto di competenze tra ue e Stati membri trova riscontro nell’intento sotteso alla stesura della clausola ricavabile dai lavori preparatori della Convenzione europea. L’art. I-5 del Trattato costituzionale (che l’art. 4, par. 2 del Trattato di Lisbona riprende quasi letteralmente) è stato, infatti, elaborato all’interno del gruppo di lavoro della Convenzione europea dedicato alle c.d. “competenze complementari” dell’Unione ed è stato inoltre soprannominato “Christophersen clause” dal nome del Presidente del gruppo, il danese Henning Christophersen. Tale gruppo di lavoro fu creato con un compito ben preciso: provare ad evitare le interferenze tra “competenze settoriali” e “competenze funzionali” dell’Unione. Le prime individuano aree e settori di competenza della Comunità, mentre le seconde attribuiscono ad essa poteri diretti al perseguimento di determinati scopi, ma non necessariamente collegati ad una policy area. Nelle aree di “competenza complementare” queste interferenze funzionali tra zielbezogeneKompetenzen e sachbezogeneKompetenzen erano particolarmente manifeste[31]. Infatti, in linea di principio, in tali aree di competenza l’ue detiene un mero potere di sostegno e coordinamento delle azioni statali, al punto che la disciplina di settore esplicitamente vieta misure di armonizzazione. Tuttavia, l’azione dell’Unione europea, fondata su basi giuridiche che le attribuivano “competenze funzionali” (indirizzate, per esempio, al consolidamento del mercato interno) ha spesso pregiudicato il margine di azione riservato agli Stati membri.

Come proteggere determinate prerogative statuali dall’interferenza dell’azione europea? Una prima proposta in seno al gruppo fu quella di redigere una lista di competenze che, accanto alle competenze esclusive dell’Unione e alle competenze condivise tra Stati membri e Unione, elencasse le competenze esclusive degli Stati membri. Questa proposta fu nondimeno respinta, in quanto codificare in un trattato internazionale le competenze esclusive degli Stati membri avrebbe potuto produrre l’impressione che fosse il Trattato (e dunque l’Unione) a conferire competenze agli Stati membri, in contrapposizione ad uno dei principi base del diritto dell’Unione, cioè il principio di attribuzione, secondo il quale sono gli Stati membri, attraverso i Trattati istitutivi, a delegare all’Unione determinate competenze. Tra le varie soluzioni dibattute dal gruppo, fu accolta la proposta del Presidente Christophersen di riprendere la disposizione sul rispetto delle identità nazionali degli Stati membri, contenuta nell’art. 6 par 3. tue, di svilupparla, al fine di chiarire cosa costituisse “identità nazionale” (ovvero quali fossero le prerogative statuali meritevoli di tutela), e di convertirla in una clausola giuridicamente vincolante. L’attuale versione della clausola, quindi, rimpiazza il mancato inserimento di un catalogo di competenze esclusive degli Stati membri nel Trattato, ma mantiene lo stesso obiettivo: sottrarre le “funzioni essenziali” degli Stati membri, e le loro prerogative sovrane, all’azione dell’Unione.

La seconda considerazione riguarda il significato da conferire alla prescrizione contenuta all’art. 4, par. 2 tue. La tesi secondo la quale attraverso il riconoscimento del rispetto delle identità costituzionali nel Trattato di Lisbona i “controlimiti” non siano considerati più una rivendicazione esterna al processo di integrazione europea, sostenuta dalle Corti costituzionali, ma trovino un proprio riconoscimento giuridico all’interno dello stesso ordinamento europeo, venendo in qualche modo “comunitarizzati” [32], con possibili effetti sulle tecniche di risoluzione delle antinomie tra diritto europeo e diritto interno,  sembra esser stata accolta dalla Corte costituzionale tedesca, che già nel Lissabon Urteil ha fatto riferimento all’art. 4, par. 2, tue per giustificare il c.d. Identitätskontrolle, ossia il potenziale scrutinio, da parte della Corte costituzionale, della normativa europea lesiva dell’identità costituzionale tedesca. Volgendo, però, lo sguardo alla giurisprudenza del giudice europeo, dalle primissime applicazioni dell’art. 4, par. 2, tue è già riscontrabile come la Corte di Lussemburgo non consideri il rispetto delle identità degli Stati membri come un limite “esterno” (e perciò “assoluto”) al processo di integrazione, ma come un limite “relativo”, cioè come un legittimo interesse dello Stato suscettibile di bilanciamento con altri interessi meritevoli di tutela[33].

È importante constatare come, sino ad ora, l’art. 4, par. 2, tue sia stato invocato dinanzi alla Corte di Giustizia, sia nel contesto di un ricorso per inadempimento[34] che in sede di rinvio pregiudiziale[35] per giustificare misure nazionali che costituivano una restrizione alle libertà fondamentali del mercato interno. Ciò nonostante, la necessità di rispettare le identità nazionali non sembra aver goduto di alcun trattamento preferenziale rispetto alle altre giustificazioni in materia di mercato interno. Difatti, la Corte ha esteso alla deroga relativa al rispetto delle identità nazionali almeno quattro dei principi che, da sempre, caratterizzano l’applicazione delle deroghe alle libertà fondamentali del mercato. In primis, i giudici europei hanno dichiarato che la deroga deve essere intesa in modo restrittivo (c-51/08, par. 36) e che può essere invocata esclusivamente in presenza di una minaccia reale e sufficientemente grave ad uno degli interessi fondamentali della collettività (c-208/09, par. 86). In secondo luogo, la Corte ha chiarito che la portata della deroga non può essere decisa unilateralmente dagli Stati membri, ma è soggetta al controllo delle istituzioni dell’Unione (c-208/09, par. 86). In terzo luogo, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la restrizione alle libertà del mercato deve essere proporzionata all’obiettivo prefissato dalla normativa nazionale (c-208/09, par. 81 e c-391/09, par. 83)[36]. Infine, la Corte di Giustizia ha osservato che lo Stato membro che invoca la deroga ha l’onere di provare che gli obiettivi perseguiti non possono essere raggiunti mediante misure meno restrittive delle libertà fondamentali (c-208/09, par. 90; c-391/09, par. 88 e c-51/08, par. 124), applicando così un test di proporzionalità piuttosto rigoroso (il c.d. “less restrictive alternative test”). Perciò, così come in merito alla protezione dei diritti fondamentali a livello europeo, “la Corte ha proceduto alla ricostruzione dei principi fondamentali…affermando di ricavare quei principi dalle esperienze costituzionali nazionali, (ma) rielabora(ndoli) in modo autonomo, per applicarli ai rapporti ed alle situazioni rilevanti per l’ordinamento comunitario”[37] è pensabile supporre che anche il rispetto delle identità costituzionali degli Stati membri, proprio in virtù di un preciso riconoscimento all’interno del Trattato di Lisbona, abbia assunto e continuerà ad assumere configurazioni e bilanciamenti in tutto e per tutto interni all’ordinamento dell’Unione.

Come già detto, il nuovo dettato dell’art. 4 del tue assume una rilevanza notevole all’interno dei rapporti fra Unione e Stati in quanto, non solo declina la clausola delle identità nazionali inserendola nella “struttura fondamentale, politica e costituzionale” degli Stati, decentramento territoriale compreso, ma anche perché vi accosta il limite delle “funzioni essenziali dello Stato”, individuandole nella salvaguardia dell’integrità territoriale, nel mantenimento dell’ordine pubblico e nella tutela della sicurezza nazionale.

In una prospettiva dicotomica, la clausola dimostra il suo ruolo di limite all’applicabilità del diritto dell’Unione[38]; in un’ottica invece d’integrazione, e non di mera opposizione fra ordinamento interno ed ordinamento europeo, essa dispone il superamento del principio di gerarchia e della conseguente supremazia assoluta del diritto dell’ue su quello degli Stati membri, predisponendo il sistema all’interazione fra i diversi interpreti del diritto[39].

L’art. 4, che “apre” il sistema europeo agli ordinamenti nazionale, può essere letto, difatti, come norma speculare alle clausole europee contenute nelle Costituzioni di molti Stati membri, che aprono invece il sistema costituzionale all’Europa[40].

La nuova formulazione dell’art. 4 tue continua però a non chiarire il significato dell’identità nazionale e quali elementi, riconducibili alla “struttura fondamentale”, vi possano concretamente rientrare[41], dando origine a due ulteriori questioni: l’identità nazionale corrisponde all’identità costituzionale? E, sia in caso affermativo sia in caso negativo, qual è l’organo competente a determinarne i contenuti?

Sulla prima questione, alcuni studiosi ritengono sovrapponibili i due concetti, utilizzando le espressioni “identità nazionale” ed “identità costituzionale” come sinonimi[42]. Altri considerano, invece, le due identità non coincidenti, in quanto espressione di due ordinamenti diversi: l’identità nazionale di quello europeo, l’identità costituzionale di quello nazionale. Secondo altri, inoltre, l’identità nazionale includerebbe l’identità costituzionale[43].

L’identità costituzionale può essere, infatti, definita come l’insieme di quei principi costituzionali che rappresentano un limite sia all’integrazione europea, sia alla revisione costituzionale, trovando espressione nei c.d. “controlimiti”. La sua definizione è rimessa alle Corti nazionali e può, per questo, mostrare aspetti differenti fra uno Stato membro e l’altro[44].

L’identità nazionale è invece un concetto prettamente europeo. I suoi elementi costitutivi non corrispondono necessariamente con i principi espressi dalla Costituzione, ma si possono ottenere anche dalla giurisprudenza e dai Trattati[45]. Si può ipotizzare che vi siano ricomprese i compiti fondamentali dello Stato, di cui all’art. 4, n. 2 tue, ma non si esclude che vi facciano parte anche altri aspetti, a condizione che essi siano ascrivibili ad un minimo comune denominatore europeo. In base a tale lettura, identità costituzionale e identità nazionale apparirebbero più ragionevolmente due insiemi separati e solo parzialmente sovrapponibili, piuttosto che del tutto corrispondenti o concentrici.

Per quanto riguarda il secondo quesito, ossia quale sia l’organo competente a pronunciarsi in proposito, la risposta muta ancora una volta a seconda del fatto che le due identità si pensino o meno sovrapponibili.

Se si considera l’identità nazionale corrispondente con quella costituzionale, la sua interpretazione va riservata in via esclusiva alle Corti nazionali. Questo rappresenterebbe nondimeno un vulnus all’integrazione europea in quanto, nonostante la presenza dei molti valori comuni agli Stati membri, cui l’art. 2 tue si richiama, il contenuto di tale identità può variare da un Paese all’altro[46] e il diritto europeo sarebbe limitato davanti a tutti gli elementi che i giudici nazionali vogliano definire come propri dell’identità del loro Paese.

Se si accoglie, al contrario, la tesi della differenza fra i due concetti, la definizione dell’identità nazionale, in quanto concetto europeo, spetterebbe all’organo che del diritto europeo è istituzionalmente interprete, quindi, alla Corte di Giustizia[47]. Anche questa preferenza, tuttavia, se operata in via esclusiva, risulterebbe riduttiva, in quanto, i giudici nazionali sono i migliori conoscitori degli elementi costitutivi dell’identità, costituzionale o nazionale che sia, dello Stato cui fanno parte.

La dottrina maggioritaria è perciò concorde nell’individuare l’effettivo interprete dell’identità nazionale nel dialogo fra le Corti. La Corte di Lussemburgo è certamente il soggetto chiamato a pronunciarsi sull’identità nazionale di cui all’art. 4, in quanto questa è richiamata dal Trattato, ma la sua attività deve servirsi della preziosa collaborazione con le giurisprudenze nazionali[48]. Alle Corti nazionali è d’altra parte riservata l’iniziativa del dialogo, dal momento i cui l’ordinamento europeo non prevede un istituto corrispondente al rinvio pregiudiziale in cui l’iniziativa competa al giudice europeo[49].

A questo punto è legittimo chiedersi: ma cos’è, realmente, l’identità nazionale?

L’elemento che affiora con evidenza è la fluidità del concetto e la necessità che esso si configuri in maniera differente a seconda delle diverse realtà statuali in cui viene considerato. L’identità nazionale può, pertanto, variare da uno Stato all’altro nel contenuto (risultando in caso contrario inefficace la sua tutela) ma non nelle dimensioni. Detto altrimenti, la soglia di tolleranza che permette ai Paesi membri di derogare agli obblighi loro derivanti dall’appartenenza all’ue deve essere per tutti gli Stati membri della stessa portata, nel rispetto del principio di eguaglianza (tra gli Stati dell’Unione) garantito dallo stesso art. 4, n. 2 tue.

Rispetto alla delimitazione di tale portata e, quindi, dell’estensione dell’identità nazionale, si concorda con chi afferma che essa debba collocarsi ad un livello intermedio fra una concezione troppo forte, che lederebbe l’efficacia del diritto europeo, ed una troppo debole, che la limiterebbe ad una dichiarazione d’intenti, senza tutelare concretamente gli Stati membri[50].

A scapito della concezione forte, occorre considerare che, come più volte ricordato dagli stessi Avvocati generali, non ogni disposizione costituzionale deve ritenersi costitutiva dell’identità nazionale[51]. Se così fosse, d’altra parte, la clausola stessa sarebbe priva di effetto in quanto il rango costituzionale di una disposizione non ne implica di per sé la supremazia sul diritto europeo. Una nozione troppo debole d’identità nazionale, invece, che trasformerebbe la clausola in una specie di manifesto politico, oltre ad annullare l’effetto della disposizione, è stata smentita dalla stessa Corte nella sentenza Sayn-Wittgenstein[52]. È conveniente, quindi, che con l’identity clause si dia copertura solo a quegli elementi del diritto costituzionale nazionale che sono davvero costitutivi dell’”identità” dello Stato, il cui mancato rispetto comprometterebbe l’autoidentificazione dei suoi cittadini nello stesso[53]. Quanto alla coincidenza dell’identità nazionale con l’identità costituzionale, il problema non è importante di per sé ma in quanto permette di considerare l’identità nazionale come quella parte dell’identità costituzionale di un Paese che ne costituisce realmente una caratteristica indefettibile, e che è soggetta di tutela da parte dell’ordinamento europeo. Ammessa la duttilità del contenuto dell’identità nazionale, adattabile alle varie realtà statuali, il suo minimo comun denominatore, nonché limite fondamentale, rimane tuttavia il rispetto dell’art. 2 tue: la tutela garantita dall’art. 4, n. 2 tue non può mai tradursi nella violazione di uno dei principi enunciati all’art. 2 tue. Così considerata, l’identity clause non si pone in antitesi né con l’art. 2 né con il concetto di “tradizioni costituzionali comuni” ma è, al contrario, uno degli elementi che rende possibile l’unità europea, consentendo ai singoli Stati membri di derogare a quelle “imposizioni” del diritto dell’Unione che sarebbero contrastanti con la loro identità nazionale. Metaforicamente, è come una sorta di “clausola nuziale” che, permettendo agli sposi, pur nel rispetto del vincolo coniugale, di riconoscersi reciprocamente, ed in egual misura, un margine di libertà, consente al matrimonio di rimanere saldo[54].

 

4.         L’identità europea tra identità collettiva e unificazione politica

 

Al di là delle componenti storiche, quando parliamo di identità europea, è necessario porsi su un piano di analisi diverso: quello dell’identità collettiva. Si tratta, cioè, di considerare le opinioni, i sentimenti, gli atteggiamenti, i comportamenti, le passioni e gli interessi dei cittadini comuni. È proprio a questo livello che oggi, ancor di più che nel passato, prendono forma e si sviluppano i processi di identità collettive di ampio raggio e con base territoriale. Fatta questa premessa, ciò che è evidente è che l’Unione non dispone ancora di quel tipo di identità collettiva necessaria affinché possa superare il test di unificazione politica[55]. Le identità collettive, comprese quelle politiche, tuttavia, non sono date in natura: esse sono il frutto di processi di costruzione sociale, politica e culturale[56].

L’ “idea di Europa”[57] si è storicamente basata sulle “differenze”, sulle “alterità” rispetto a ciò che Europa non è. Tale nozione, però, è diversa da quella di “identità collettiva europea”. Anche se l’una non può prescindere dall’altra, quando vogliamo capire quali siano i limiti e le difficoltà che incontra l’Unione da un punto di vista di unificazione politica, è necessario rivolgere l’attenzione verso quei fenomeni (culturali, sociali e politici) coinvolti nel processo di formazione di un’identità collettiva.

Diversamente dal passato, quando l’identità europea poteva essere ricercata al livello delle élites, oggi questo non è più possibile. L’Unione europea, infatti, si propone come una realtà sempre più concreta, quotidiana, che tocca da vicino la vita dei cittadini. Tuttavia, è proprio a livello di massa che l’identità collettiva europea mostra la sua debolezza.

Smith, proprio in riferimento a questo problema, sostiene che: “Teoricamente […] sarebbe perfettamente possibile per i popoli europei sentire di appartenere a più di un’identità culturale collettiva, cioè considerare se stessi Siciliani, Italiani ed Europei […]. Ma, contemporaneamente, bisognerebbe anche chiedersi: qual è la forza relativa di queste “cerchie concentriche di devozione”? Quali di essa presenta la maggiore influenza sulle vite delle persone di oggi? E, infine, quale tra queste lealtà e identità culturali è probabilmente la più duratura e pervasiva?”[58].

Quello che manca in Europa, non è tanto l’identità culturale, quanto l’identità politica: ossia, la traduzione dell’identità collettiva in lealtà vincolante. Detto ciò, un’identità collettiva è politica ed esprime lealtà di gruppo (obbligazione politica) in quanto indica un senso di appartenenza ad uno stesso gruppo caratterizzato da un consapevole riconoscimento reciproco tra i membri del gruppo e verso il gruppo; una comunanza di aspetti di vita pubblica; una disponibilità di risorse considerate comuni; un sentimento di solidarietà reciproca; un territorio comune; una possibilità per il gruppo di autoriproduzione e di durata nel tempo[59].

È da questo tipo di identità collettiva politica che è necessario partire se vogliamo approfondire l’esame della questione delle risorse di unificazione politica per un’Unione europea “dopo Maastricht”, per fare un salto di qualità nel processo di integrazione, ossia una sua “politicizzazione”[60].

Secondo F. W. Sharp, l’Unione fa fatica a passare dall’integrazione “negativa” all’integrazione “positiva” perché non riesce a reperire una “legittimazione basata sull’input”, ovvero, una legittimazione strutturata sui processi di rappresentanza e di partecipazione democratica della massa dei cittadini; e questo perché l’ue non dispone di 1una sua identità collettiva politica. Inoltre, l’Unione europea denota significativi segni di debolezza anche sul piano dell’output, vale a dire, relativamente alle politiche di sua competenza. Essa, infatti, risulta inefficace soprattutto in una serie di settori di policy fondamentali per la vita collettiva (politiche sociali e per l’occupazione, politiche fiscali, istruzione)[61].

Ma fino a che punto ed in che termini la “questione identitaria europea” è in grado di influenzare le prospettive di sviluppo d’integrazione europea “dopo Maastricht”?

Il costituzionalista tedesco D. Grimm, ad esempio, afferma che l’Unione europea non dispone e non disporrà mai della risorsa identitaria, perché non esiste e non esisterà mai un popolo europeo[62].

Il politologo P. C. Schmitter, invece, sostiene che l’Unione sarebbe in grado di ridefinire efficacia, portata e capacità di vincolo dei suoi sistemi di rappresentanza, di cittadinanza e di processo decisionale: essa avrebbe sì un problema di identità politica, ma ciò non pregiudicherebbe le sue prospettiva di sviluppo politico[63].

Secondo il filosofo Habermas, l’Unione europea al momento non può ancora fare affidamento su una compiuta identità politica europea, ma è ancora possibile un’unificazione politica, in quanto, a livello europea sono già esistente (come anticipazioni) una serie di condizioni civiche, una sfera di comunicazione pubblica ed uno spazio giuridico capaci di produrre quella “solidarietà tra estranei” di cui consiste un’identità politica[64].

 

5.         Conclusioni

 

L’Europa ha tante identità che lo sceglierne una equivarrebbe ad imporre l’identità di una parte di Stati all’intera Unione. Ciò che è necessario, piuttosto, è un nuovo progetto politico che sarà tanto più forte quanto questa identità sarà inclusiva.

Purtroppo, ciò che emerge, è che i cittadini dell’Unione europea sentono un debole attaccamento verso l’Unione, mentre si sentono maggiormente appartenenti al loro Paese d’origine. Questo dimostra anche che non esiste ancora una vera e propria identità europea nella quale tutti noi sentiamo di appartenere.

La carenza di un’identità europea è riflessa anche nell’“assenza di senso dell’Unione”[65]. L’Europa, infatti, non è una comunità di “senso”: non abbiamo una lingua comune, una identità condivisa, una memoria storica collettiva; detto altrimenti, non siamo una Nazione, uno Stato europeo. Resiste in molti di noi, tuttavia, un sentimento di “europeità”, in continuo mutamento e che è più evidente soprattutto quando non siamo in Europa. Ma siamo ben lontani dal poter affermare che siamo dinanzi ad un’entità europea; “europeo”, inoltre, sembra essere qualcosa di indefinito, qualcosa che le persone scoprono da sé nel momento in cui lasciano la propria patria e la cultura a cui sono abituati; l’identità è una forma di demarcazione: noi e gli altri.

Qualcuno dice che: “l’identità non ha niente a che fare con il nazionalismo. Il fatto di definirsi francese non fa di una persona un nazionalista. Solo quando si emarginano le altre nazioni o le si ritiene di poco valore, si diventa nazionalisti”[66]. Di conseguenza, il nazionalismo è qualcosa di politico, l’identità qualcosa di culturale. Nessuno vuole sostituire quest’identità culturale nazionale con una europea; d’altronde, è proprio questa varietà culturale che costituisce l’Europa. Pensare europeo significa riconoscere la molteplicità e la diversità; il motto dell’Unione europea è, infatti, “unità nella diversità”.

È noto, però, che quello di restare uniti non è tanto un desiderio, quanto un dovere, un’esigenza. Nel Novecento, sono stati i più tragici eventi della storia europea a rendere consapevoli i governi e le opinioni pubbliche che era arrivato il momento di interrogarsi sull’Europa, sugli europei, sul loro destino e sulla necessità di una forma di convivenza pacifica. L’idea di Europa è una sorta di “nozione di crisi; una nozione di panico” [67]. Da queste “paure”, però, possono nascere “i buoni europei”. L’Europa può essere, ed è stata, un’idea di “rifugio” [68] per chi credeva ancora, dopo le due guerre mondiali, in una società rispettosa dei diritti dell’uomo e in un sistema pacifico delle relazioni internazionali, nella speranza di trovare nelle “radici” dell’essere europei una ragione di convivenza.

È naturale, quindi, che gli anni del secondo dopoguerra, della Katastrophe tedesca, della fine del fascismo italiano, della presa d’atto delle atrocità della Shoah, dell’avvio della Guerra fredda, abbiano rappresentato uno scenario importante per la ripresa di un dibattito sull’identità europea. L’esigenza di tale dibattito stava nel disegno dei Paesi del blocco occidentale di dare vita a forme di integrazione economica, ma anche politica, nel contesto di una pacificazione europea che prendeva atto della “cortina di ferro”, pur non rinunciando all’obiettivo di un’Europa unita “dall’Atlantico agli Urali”[69].

Da questo contesto discendono il carattere ed il tono “occidentali” di quasi tutto il dibattito europeistico dalla seconda metà degli anni Ottanta alla caduta del muro di Berlino: un dibattito di matrice sostanzialmente intellettuale e di politica-liberale o cristiano-democratica, contrastato da quelle famiglie politiche e culturali (socialisti prima e comunisti poi) europee che videro nell’avvio del processo di integrazione europea il dispiegarsi di un progetto (economico, politico, sociale e culturale) filoamericano[70].

Parlare di identità significa, inoltre, parlare di coesione. Nella storia d’Europa i riferimenti alla solidarietà, all’integrazione, all’unità nazionale, ma anche “sopranazionale”, sono ricorrenti e costantemente legati all’idea di confine geografico. La relazione tra identità collettiva e territorio è stretta. Oggi la questione dell’identità europea si deve porre prescindendo, almeno in parte, dall’idea di confine e di territorio. Il processo di allargamento, la forte mobilità e la compresenza di popolazioni provenienti da spazi distanti de-territorializza l’autodefinizione dell’Europa insieme a un depotenziamento dell’idea di nazione e di Stato-nazione; non si può pensare a un’identità europea frutto di una estensione della categoria della nazione a un livello europeo. L’Europa deve trovare la sua identità nel superamento del principio nazionalistico.  Ciò non equivale ad una prospettiva anti-nazionale, ma pluri-nazionale che sviluppa una rivisitazione inclusiva delle geometrie dell’appartenenza.

La storia dell’identità europea è caratterizzata da momenti di sviluppo e da fallimenti. Il “policentrismo” delle diverse memorie ideologiche dell’Europa è un patrimonio differenziato che va valorizzato nella consapevolezza dei limiti di ogni ideologia e dell’utilità di un bilanciamento reciproco tra gli elementi componenti. Parlare di memoria collettiva collegando questo aspetto con quello dell’identità vuol dire guardare al passato, ma ciò non si può tradurre in una “dipendenza dei vivi dai morti”[71], né significa condividere il pensiero conservatore di De Maistre e De Bonald che affidano il significato della vita ad una perenne ubbidienza dei doveri verso il passato senza mai avanzare delle pretese legittime per una sua trasformazione. La modernità europea reclama, infatti, una giusta aspirazione al mutamento che è, di fatto, una delle sue caratteristiche fondamentali.

Non dimentichiamoci, però, che del passato si nutrono il presente e il futuro: la memoria è la bussola essenziale di un’identità che si forma e che si sviluppa. Dobbiamo essere consapevoli che la sola memoria non basta alla formazione di un’identità europea (collettiva e politica) e, soprattutto, a mobilitare quelle energie indispensabili per orientare un’azione volta a superare i condizionamenti del passato e a trasformare i cittadini europei di oggi nell’Europa di domani.

 

 

 



[1] http://www.voxeurop.eu/it/content/author/414461-umberto-eco

[2] Crépon, Altérités de l’Europe, Parigi, 2006.

[4] Ponzano, relazione all’interno degli atti del convegno Identità europea e cittadinanza dell’Unione, Verona, 7 novembre 2008, organizzato dalla cattedra di Diritto dell’Unione europea della Facoltà di Giurisprudenza e dal cde dell’Università di Verona in collaborazione con il Movimento federalista europea.

[5] Preuss, “Problems of a concept of European Citizenship” in European Law Journal, 1995, pp. 277-278. 

[6] Rovan, Europa idea e realtà, Roma, 1968.

[7] Zamagni, A proposito delle radici dell’identità europea. Una prospettiva economica di sguardo, in http://ordosocialis.de/pdf/Zamagni/A%20PROPOSITO%20DELLE%20RADICI%20DELL%27IDENTITA%27%20EUROPEA.pdf

[8] Ibidem.

[9] Mikkeli, Europa. Storia di un’idea e di un’identità, Bologna, 1998, p. 175.

[10] Bettin Lattes, L’idea d’Europa, in Bettin Lattes (a cura di), La società degli Europei. Lezioni di sociologia, Bologna, 1995, pp. 27-67.

[11] Eder, A Theory of Collective Identity. Making Sense of the Debate on a ‘European Identity’, in European Journal of Social Theory, 2009, 2 (4), pp. 427-447.

[12] Bettin Lattes, op. cit., p. 30.

[13] De Rougemont, Vingt-huit siècles d'Europe : la conscience européenne à travers les textes : d'Hésiode à nos jours, Parigi, 1961, pp. 334-335.

[14] Hoggart, Johnson, An idea of Europe, Londra, 1987, pp. 8-11.

[15] Mikkeli, op. cit., p. 175.

[16] Wilterdink, The european ideal. An examination of european and national identity, in Archives, Européen de Sociologie”, 1993, vol. 34, p. 121.

[17] Mikkeli, op. cit., pp. 176-177.

[18] Smith, National identity and the idea of european unity in international affairs, 1992, vol. 68.

[19] Ibidem.

[20] Smith, National and nationalism in a global era, Cambridge, 1995, p. 139.

[21] Bloomfield, The new Europe: a new agenda for research?, in Fulbrock, 1993.

[22] Cerruti, Valori comuni ed identità nazionali nell’Unione europea: continuità o rottura?, in Federalismi.it, 24 dicembre 2014.

[23] Art. F n. 1 tue: “L’Unione rispetta l’identità nazionale dei suoi stati membri, i cui sistemi di governo si fondano sui principi democratici”. Esso pone come condizione per il rispetto dell’identità nazionale (ma, ancor prima, della stessa appartenenza all’ue) degli Stati membri il loro riconoscimento in un sistema di governo democratico.

[24] Cerruti, op. cit.

[25] Guastaferro, Il rispetto delle identità nazionali nel Trattato di Lisbona tra riserva di competenze statali e “controlimiti europeizzati”, 29 dicembre 2011, Emile Noel Fellow 2011–2012, New York University School of Law, in http://www.forumcostituzionale.it/wordpress/images/stories/pdf/documenti_forum/euroscopio/note_europa/0011_guastaferro.pdf

[26] Cartabia, “Unità nella diversità”: il rapporto tra la Costituzione europea e le Costituzioni nazionali, in Il diritto dell’Unione europea, n. 3/2005.

[27] Von Bogdandy  - Schill, Overcoming Absolute Supremacy: Respect for National Identity under the Lisbon Treaty, in Common Market Law RevieW, n. 48/2011.

[28] Fioravanti, Costituzionalismo. Percorsi della storia e tendenze attuali, Roma/Bari, 2009.

[29]Celotto, La primauté nel Trattato di Lisbona, in Lucarelli - Patroni Griffi (a cura di), Dal Trattato costituzionale al Trattato di Lisbona. Nuovi Studi sulla Costituzione europea, Napoli, 2009.

[30] Si tratta, rispettivamente, del principio di attribuzione delle competenze e dei principi di proporzionalità e sussidiarietà.

[31] Guastaferro, op. cit.

[32] Ruggeri, Trattato costituzionale, europeizzazione dei “controlimiti”, e tecniche di risoluzione delle antinomie tra diritto comunitario e diritto interno (profili problematici), intervento al Convegno del Gruppo di Pisa su Giurisprudenza costituzionale e principi fondamentali: alla ricerca del nucleo duro delle Costituzioni, Capri 3-4 giugno 2005.

[33] Si v. Di Salvatore, Il caso Sayn-Wittgenstein: ordine pubblico e identità costituzionale dello Stato membro, in Quaderni costituzionali, n. 2/2011.

[34] Sentenza della Corte (grande sezione), 24 maggio 2011. Commissione europea contro Granducato del Lussemburgo, C-51/08.

[35]Sentenza della Corte (Seconda Sezione), 22 dicembre 2010, Ilonka Sayn-Wittgenstein contro Landeshauptmann von Wien, domanda di pronuncia pregiudiziale: Verwaltungsgerichtshof – Austria, C-208/09; Sentenza della Corte (Seconda Sezione), 12 maggio 2011, Malgožata Runevič-Vardyn e Łukasz Paweł Wardyn contro Vilniaus miesto savivaldybės administracija e altri, domanda di pronuncia pregiudiziale: Vilniaus miesto 1 apylinkės teismas - Lituania, C-391/09.

[36] Guastaferro, op. cit.

[37] Sorrentino, La Costituzione europea, in M.P. Chiti e G. Greco, Trattato di diritto amministrativo europeo, Milano, 2007, p. 27.

[38] Bilancia, La ripartizione di competenze tra Unione e Stati Membri, in Bilancia - D’amico (a cura di), La nuova Europa dopo il Trattato di Lisbona, Milano, 2009, p. 105. 

[39] Von Bogdandy  - Schill, op. cit., p. 1419, che ritengono che la disposizione costituisca un’attestazione di fiducia nella giurisprudenza delle Corti costituzionali nazionali.

[40] Burgorgue-Larsen (a cura di), L’identité constitutionnelle saisie par les juges en Europe, Paris, 201,  p. 168. 

[41] Magnani, Il principio dell’identità nazionale nell’ordinamento europeo, in Mangiameli (a cura di), L’ordinamento europeo, I principi dell’Unione, Milano, 2006, p. 500 e ss. 

[42] A tal proposito, si v. SIMON, L'identité constitutionnelle dans la jurisprudence de l'Union européenne, Burgorgue-Larsen (a cura di) op. cit. 

[43] V. le Conclusioni degli Avvocati generali in C-213/07 e C-399/11, su cui infra, §4 e 5. 

[44]Martin, L’identité de l’État dans l’Union européenne: entre “identité nationale” et “identité constitutionnelle”, in cairn.info/revue-francaise-de-droit-constitutionnel-2012-3-p-13.htm

[45] Ibidem.

[46] Von Bogdandy - Schill, op. cit., pp. 1430-1432.

[47] Besselink – Reestman, Constitutional identities and the European courts, in European Constitutional Law Review, 2007, p. 180. 

[48] Von Bogdandy - Schill, op. cit., p. 1419; Caponi, La tutela dell’identità costituzionale degli Stati membri dell’U.E. nella cooperazione tra le corti: addio ai “controlimiti”?, in Il Diritto dell’Unione europea, 2011, p. 924; Gambino Identità costituzionali nazionali e primauté eurounitaria, in Quaderni costituzionali, 2012, p. 540.

[49] Von Bogdandy - Schill, op. cit., p. 1449.

[50] Martin, op. cit.

[51] Von Bogdandy, I principi costituzionali dell’Unione europea, in Rivista di Diritto pubblico comparato ed europeo, 2005, p. 617. 

[52] Sentenza della Corte (Seconda Sezione), 22 dicembre 2010, Ilonka Sayn-Wittgenstein contro Landeshauptmann von Wien, domanda di pronuncia pregiudiziale: Verwaltungsgerichtshof – Austria, C-208/09.

[53] Reestman, The Franco-German constitutional divide: reflections on national and constitutional identity, in European Constitutional Law Review, 2009, p. 378. 

[54] Cerruti, op. cit.

[55] Il test di unificazione politica prevede, per una certa collettività, il superamento di congiunture critiche o fasi storiche che si pongono come “banchi di prova” per il sistema politico. Così, Sacca (a cura di), Culture politiche, democrazia e rappresentanza, Milano, 2014.

[56] Nevola, Democrazia Costituzione Identità. Prospettive e limiti dell'integrazione europea, Torino, 2007.

[57] Delanty, L’identità europea come costruzione sociale, in Passerini (a cura di), Identità culturale europea. Idee, sentimenti, relazioni, Firenze, 1998.

[58] Smith, Nazioni e nazionalismo nell’era globale, Trieste, 1995, (2000), p. 134.

[59] Nevola, op. cit., pp. 148-149.

[60] Lepsius, Integrazione economico-politica e pluralità culturale, «il Mulino/Europa», 2, 1997,

[61] Nevola, op. cit., pp. 152-153.

[62] Grimm, Una costituzione per l’Europa?, 1996, in Zagrebelsky, Portinaro, Luther, (a cura di), 2001, pp. 339-367.

[63] Schmitter, Come democratizzare l’Unione europea e perché, Bologna, 2000.

[65] Caracciolo, Europa, quella identità condivisa che manca all’Unione, in http://www.limesonline.com/rubrica/europa-quella-identita-condivisa-che-manca-allunione

[66] http://www.cafebabel.it/politica/articolo/identita-europea-ma-che-cose.html

[67] Pitocco, Crisi della storia, crisi della civiltà europea. Saggio su Marc Bloch e dintorni, Roma/Milano, 2012.

[68] Ibidem.

[69] Fu Charles De Gaulle che per la prima volta ricorse all’espressione un’Europa dall’«Atlantico fino agli Urali» (Oui, c'est l'Europe, depuis l'Atlantique jusqu'à l'Oural, c'est toute l'Europe, qui décidera du destin du monde), Strasburgo, 23 novembre 1959.

[70] Verga, Costruzione dell’identità europea, Dizionario di Storia, 2010 in  http://www.treccani.it/enciclopedia/costruzione-dell-identita-dell-europa_(Dizionario-di-Storia)/

[71] Bettin Lattes, op. cit.