Essere una Polis: spirito europeo, desiderio di cittadinanza e sfide dell’Unione A proposito di un invito al dialogo rivolto dalla Commissione europea ai cittadini

 Massimo Asero

Dottore di ricerca in diritto pubblico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Avvocato del Foro di Catania

 

PAROLE CHIAVE: Europa, Polis, cittadino, sussidiarietà, partecipazione, spirito europeo, sfide ue

 

 

 

 

Abstract. Quo vadis, Europa? A molti l’Europa sembra essere oggi un orizzonte infinito di compiti, se non pure un malato, anzi un malato incurabile: quello che forse occorre davvero è realizzare una trasfusione di memoria e in tale orizzonte riabilitare il rischio della sfera pubblica, costruire dibattito pubblico e caldeggiare la partecipazione in un autentico e responsabile spirito di sussidiarietà. Per tale via appare urgente superare l’ipotesi critica di una Europa orizzonte infinito di compiti oggi priva della sua forza generatrice, cercando di avvicinare in concreto le esistenze dei cittadini europei, promuovere dialoghi, dare impulso al desiderio di cittadinanza e con esso a una più autentica unità nella diversità dei popoli europei. L’originaria vocazione ad “essere una polis” piuttosto che assai più riduttivamente “avere una polis” è la prima e più radicale sfida dell’Unione, che forse, nel rinnovare l’autocomprensione di Europa da parte degli uomini europei, può permettere di ritrovare l’indole visionaria di quel progetto e reinterpretare ed affrontare più efficacemente il senso delle altre sfide: ex multis, Brexit, promozione del progresso economico e sociale dei popoli e politiche di rigore, crisi migratoria.

 

 

 

 

1. In luogo di una introduzione …

 

Ad un anno di distanza dal primo grande dialogo sul futuro dell’Europa e sui temi della crisi migratoria realizzato nel suggestivo scenario del Teatro greco di Siracusa[1], il 13 ottobre scorso la Commissione europea è tornata nel capoluogo aretuseo per promuovere, ancora grazie alla presenza autorevole del Suo Primo vice-presidente on. Frans Timmermans, un secondo momento di incontro con i cittadini europei.

Nel contesto di un evento che può essere più compiutamente apprezzato laddove si consideri l’attenzione che esso per un verso manifesta e per l’altro è capace di promuovere rispetto ai confini identitari, storici, geografici, politici e specialmente culturali tout court di Europa, il presente contributo trae le mosse dalla consapevolezza della stringente attualità della domanda sul destino dell’Unione, della quale attestano l’insistenza e ineludibilità alcuni tra gli eventi frattanto occorsi[2], che non sembra irragionevole ritenere una manifestazione di significativa distorsione e/o diluizione di alcuni fondamentali tratti e per così dire dello stesso carattere della civiltà europea espresso nei Trattati. E, dunque, ancora una volta: quo vadis Europa[3]?

In altre parole e con estrema sintesi, si tratta di assumere per un verso l’insuperabile ed urgente esigenza di prendere seriamente atto che oggi l’Europa a molti sembra davvero tornata ad essere un orizzonte infinito di compiti[4], se non pure un malato, anzi un malato incurabile; ma d’altra parte di giungere a sostenere in definitiva la necessità altrettanto urgente di affrontare la questione così posta compiendo uno sforzo radicale: operare un cambio di prospettiva, assumere che occorre realizzare una trasfusione di memoria, la quale infine consentirebbe di evitare che in Europa ancora una volta si finisca per disfare durante la notte la tela che il giorno ha tessuta…

In tale prospettiva, questo contributo suggerisce anzitutto la esigenza fondamentale di (ri)costruire un autentico dibattito pubblico europeo sulle ceneri di un diffuso e più o meno strisciante antieuropeismo, alimentato quando non anche generato da una crescente disaffezione rispetto alle “cose pubbliche” e da una generica antipolitica nichiliste[5]; in tale direzione esso prospetta il bisogno di stimolare la partecipazione[6], avvicinare in concreto le esistenze, promuovere il dialogo; più oltre, e soprattutto, esso suggerisce insieme di accreditare concretamente l’idea di una essenziale (nel senso più proprio di ontologica) sussidiarietà di individui e comunità responsabili – oggi significativamente spesso assai attenuata, quand’anche non del tutto smarrita, all’interno dei (e fra i) diversi contesti regionali e nazionali europei. Esigenze alle quali si dimostra di avere effettivamente intenzione e capacità di prestare ascolto e dare risposte ove si trovi il modo, ad esempio, per promuovere concretamente il diritto d’iniziativa dei cittadini europei, ancora non sufficientemente familiare ed uniformemente diffuso nelle diverse Regioni dell’Europa, ed ampliare forme ed ambiti di strumenti come gli inviti al dialogo della Commissione - strumento in virtù del quale, vale la pena di sottolineare per inciso, alcune centinaia di persone, molte delle quali significativamente giovani, scelgono ancora, e proprio nei giorni in cui da Europa si è già manifestata la volontà di prendere congedo o si minaccia di farlo da più parti in varie forme, di vivere un caldo e luminoso pomeriggio del proprio tempo alle Porte di Europa e declinare uno “spazio” della propria libertà convenendo nella piazza del Duomo di Siracusa da diverse province della Sicilia ed anche dalla Calabria e da Malta[7].

In questo senso il cuore pulsante di queste brevi riflessioni è costituito da un sentimento personale che resiste ad ogni temperie nichilista e nel quale confluiscono naturalmente vocazione a diventare sé stessi, desiderio di partecipazione e un certo senso di responsabilità, i quali insieme hanno spinto anche chi scrive a prendere parte pure a questo secondo dialogo promosso dalla Commissione a Siracusa, assumendo, come uomo, cittadino e studioso, la necessità radicale di “donare” ad Europa un tempo in cui riabilitare lo spazio pubblico e verificarne le condizioni attuali proprio attorno alle domande suggerite dalla Commissione al fine di orientare la discussione: «come sta l'Europa?, quali nuove sfide dobbiamo affrontare?, come è evoluta la crisi migratoria?, c'è più o meno fiducia rispetto ad un anno fa?».

Ecco, allora, per dirla con parole che ne esprimono sinteticamente il radicamento più autentico ed originario nelle categorie fondamentali dello stesso pensiero politico europeo, il vero e più autentico leit motiv di questo breve contributo, sempre presente in controluce… dietro ognuna delle sopra richiamate proposte che vi si rinvengono, è che promuovere il desiderio di cittadinanza e con esso una più autentica unità nella diversità dei popoli europei, ritrovare l’originaria vocazione ad “essere una polis” piuttosto che assai più riduttivamente “avere una polis”, è la prima e più radicale sfida dell’Unione, la quale forse, nel suo permettere di rinnovare l’autocomprensione di Europa da parte degli uomini europei, e ritrovare lo spirito, l’identità prima di Europa al di là delle mura della Città e di ogni fisico confine, può ad un tempo consentire di reinterpretare ed affrontare più efficacemente il senso delle altre sfide: ex multis, Brexit, promozione del progresso economico e sociale dei popoli e politiche di rigore, crisi migratoria.

 

2. Essere o avere una Polis? … La politica è il nostro destino

 

Certo, la suggestiva Piazza nella parte più antica della città di Siracusa[8] nella quale i cittadini europei sono stati invitati al dialogo dalla Commissione, non è in forma propria un’agorà[9]… Ho però immaginato che l’invito a dialogare su quei temi nella piazza del Duomo di Siracusa recasse per davvero in dono alla memoria il tempo dell’agorà e della democrazia greca, tempo essenziale e vocazione autentica di Europa; di conseguenza, ho naturalmente maturato un desiderio profondo di prendere la parola, costruire un discorso e, pronunciandolo, ovvero mettendolo per iscritto, proporre alcune brevi considerazioni che congiungessero in una unitaria direttrice ideale spirito europeo, desiderio di cittadinanza e sfide… alla vocazione di Europa.

L’invito del primo vice-presidente della Commissione europea Timmermans, rivolto ai cittadini europei presenti, di ritenere quella piazza la nostra agorà, nel dare eco alle ragioni del mio personale convenirvi è senz’altro – certo a condizione che poi riesca a tradursi in un’incessante azione conseguente ‒ la migliore cassa di risonanza per scuotere, con la maggiore forza dell’Alta Istituzione da cui proviene, le radici della nostra idea sbiadita di cittadinanza, insinuare il desiderio di compiere uno sforzo e riabilitare lo spazio politico dell’agorà proprio qui ed ora[10]; e comunque fare ad ogni modo avvertire e riconoscere la natura più profondamente ed autenticamente politica di un incontro tra cittadini europei e con uno dei vertici delle Istituzioni dell’Unione europea.

Per tutte queste ragioni, il primo pensiero è naturalmente di sentito ringraziamento. E dunque grazie signor Primo vice-Presidente, anzitutto per avere scelto, Lei personalmente e l’Alta Istituzione che rappresenta nel suo vertice, di ritornare in questa Terra di Sicilia, in questa Porta dell’Unione, Isola d’Europa, in questa Terra e in questo Mare ‒ terra e mare, mi vien da dire, che non a caso sono categorie fondamentali del diritto pubblico europeo, lo ius publicum europaeum! ‒ in questa Terra e in questo Mare dove Europa è chiamata a ri-scoprire… o rinnegare, a dir così, la sua identità giuridica ed ontologica ‒ intesa nell’accezione problematica heideggeriana.

Europa è chiamata a riscoprire o rinnegare quell’identità espressa con parole dotate di grande vigore concettuale e forza evocativa nelle disposizioni del Trattato sull’Unione europea: penso, a titolo di esempio, anzitutto al Preambolo, nel quale è affermata l’ispirazione alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto, e nel quale poi si conferma l’attaccamento a quei principi[11].

Inoltre, a quanto vi si afferma, ancora nel Preambolo, in ordine all’attaccamento ai diritti sociali fondamentali[12] e la determinazione a promuovere il progresso economico e sociale dei popoli, successivamente declinata nell’art. 3.

Riscoprire o rinnegare quell’identità giuridica rivelata inoltre nell’art. 1 del Trattato sull’Unione europea, che al processo di creazione di un’Unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa associa la previsione del principio di prossimità[13]; e nell’art. 2, che in coerenza al Preambolo fonda – prendiamo le parole sul serio per i concetti ed i pensieri che esprimono ‒ fonda l’Unione sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani.

Se si riscopra o invece si rinneghi quella giuridica e insieme ad essa ‒ e suo presupposto ‒ l’identità storica, antropologica, culturale, politica di Europa[14] significa, implica - di conseguenza e correlativamente ‒ che il progetto dell’Unione si apra a nuovi orizzonti di sviluppo oltre le crisi[15] in atto o venga scoperchiato, per così dire, il suo vaso di Pandora[16].

Nel venire meno in ipotesi quel fondamento[17], infatti, viene a mancare lo “spazio” più autentico proprio della Polis, nel senso non solo e non tanto fisico che meglio si specificherà infra, ed emerge al suo posto quello radicalmente alternativo alla condizione umana[18] dell’extra polis, spazio destinato esclusivamente all’esistenza del non-uomo e dell’oltre-uomo[19], di belve e dei[20]

Ebbene quello spazio dell’extra polis alle Porte di Europa[21] è anche il luogo senza tempo in cui è destinata a ripetersi più volte la tragedia del naufragio. Oltre il penetrante senso di ogni metafora, questo è dramma dell’essere in balìa e perfino morire di uomini capaci (paradossalmente) di manifestare – tra l’altro fino ad intraprendere i cosiddetti viaggi della speranza e navigare verso quella terra al di là del mare nella quale è enfaticamente dichiarata l’esistenza di diritti in capo ad ogni uomo e dovrebbe essere riconosciuta la solidarietà a chiunque vi approdi, se non addirittura la sacralità dell’ospite ‒ di… sperare in Europa più di quanto essa stessa Europa riesca a credere, avere autocoscienza di sé e fede nell’Umanesimo che la fonda ontologicamente e descrive il suo naturale orizzonte a venire[22]. Mentre il naufragio, ben lungi dall’essere dolce osservare dalla terraferma[23], è linea del tramonto e prospettiva più radicalmente nichilista per Europa, che si scorge nemmeno tanto in trasparenza rispetto alla cosiddetta crisi migratoria[24]!

Lei signor Primo vice-Presidente della Commissione, Lei, l’Europa, ci invita a dialogare… consolidare strumenti di coinvolgimento, di stimolo alla partecipazione e con ciò metodi e presupposti per la creazione e lo sviluppo di un autentico spazio pubblico europeo - spazio che, secondo l’insegnamento di habermas, sia espressione di una società europea di cittadini e capace di sollecitare un’integrazione politica attorno a una cultura politica comune.

Ecco perciò l’invito al dialogo rivolto dalla Commissione a ciascun cittadino (dunque il dare, ricevere, prendere la parola, il pronunciare un discorso), invito che ci suggerisce di (e sollecita a) effettuare una di quelle trasfusioni di memoria, che nel richiamarsi a wiesel siamo stati invitati a fare da Papa Francesco, per ricordare che la vocazione degli uomini europei è la politica[25]; dunque che la coscienza europea ha radici nell’organizzazione di una Polis e questa assai significativamente non è tanto, o anzitutto, la Città-Stato in quanto situata fisicamente in un territorio ma invece è da intendere quale organizzazione della memoria, e dunque ontologicamente l’organizzazione delle persone così come scaturisce dal loro agire e parlare insieme, indipendentemente dal luogo in cui si trovano.

Questa è ‒ sul fronte opposto a quello del suo naufragio ‒ l’identità europea più preziosa: essere una polis e non avere una polis!

È questa, notoriamente, la lectio magistralis donataci dalla filosofia della polis di hannah arendt, che, per così dire, insieme al richiamo di un’antropologia aristotelica sviluppa integralmente l’orizzonte di senso di una delle sue espressioni fondanti più evocative: “ovunque voi andrete sarete una polis”. Massima che, ricorda la arendt, non solo fu la parola d’ordine della colonizzazione greca, ma esprimeva la convinzione che l’azione e il discorso creano uno spazio tra i partecipanti che può trovare la propria collocazione pressoché in ogni tempo e in ogni luogo: essi sono per l’appunto lo spirito più profondo ed autentico degli uomini europei. E d’altronde non è forse questo signor Primo vice Presidente della Commissione l’orizzonte ultimo di senso nel quale siamo chiamati a collocare le parole profetiche di jean monnet, uno dei Padri fondatori dell’Europa, il quale icasticamente affermava: «noi non coalizziamo Stati ma uniamo uomini»? [26].

La ringrazio perciò anzitutto per averci dato parola ma poi anche perché credo e spero, per le ragioni che sono essenzialmente il senso ultimo di questo mio discorso ed il profondo bisogno e desiderio di cittadinanza che lo ispirano, che l’invito a dialogare con Lei e la Sua presenza in questa Isola di Europa, qui a Siracusa, Città che è cristiana, greca e romana, e così nelle sue radici e identità più profonde è Città culla d’Europa; credo e spero, dicevo, che il suo ritornare qui oggi, un anno dopo, possa divenire un segno importante dell’identità di Europa, manifestare l’intenzione di rilanciare e rinnovare quel dibattito pubblico europeo al quale noi tutti siamo oggi più che mai chiamati a dare ancora inizio e poi continuità, e a partecipare nella qualità di uomini, cittadini e studiosi europei. E dunque vorrei dire conclusivamente ed in forma sintetica: la politica è il destino di Europa, è il nostro destino comune.

 

3. Unita nella diversità: alla ricerca di Europa perduta…

 

Un breve itinerario, in fine, per ritrovare l’originaria indole visionaria di Europa, la capacità di rispondere alla nostra altissima vocazione ad essere cittadini europei uniti nella diversità: questo cerco di proporre, affidando una più strutturata formulazione a più compiute riflessioni. Per questa primissima ora, mi muovo seguendo le tracce di alcune tra le domande suggerite nel Suo invito al dialogo ai cittadini europei dalla stessa Commissione dell’Unione.

Come sta l’Europa?[27]

Ebbene, la prima risposta è quasi un eterno ritorno dell’uguale e la si ritrova nel pensiero di Nietzsche, del quale manifesta anch’essa l’indole nichilista: l’Europa è un malato, anzi un malato incurabile. Ovvero, nella sua per così dire variante minore, e in forma di nuova domanda: l’Europa è una polis (ancora)… inattuale?

Ecco, a molti l’Europa sembra essere oggi più che mai un orizzonte infinito di compiti, se non pure un malato, anzi un malato incurabile. E tornano alla mente parole spese da Paul Hazard a descrivere proprio le ragioni di crisi della coscienza ed identità europea:

Che cos'è l'Europa? Un pensiero sempre insoddisfatto. Senza pietà per se medesima, essa non cessa mai di cercare la felicità e, cosa ancor più indispensabile e preziosa, la verità. Appena trovi una condizione che sembra soddisfi a tale duplice esigenza, essa si accorge, sa di tenere pur sempre, e in maniera incerta, soltanto il provvisorio, il relativo; e riprende la ricerca che costituisce la sua gloria e il suo tormento. [...] in Europa si disfa durante la notte la tela che il giorno ha tessuta; si provano altri fili, si ordiscono altre trame, e ogni mattino risuona lo strepito degli opifici che fabbricano, trepidando, qualcosa di nuovo[28].

Il secondo punto dell’itinerario è costituito da un interrogativo rivolto a definire il cammino avvenire di Europa, assunta di nuovo come forma spirituale e destino e vocazione degli uomini europei, al di là di ogni stato patologico contingente comunque superabile: quali nuove sfide dobbiamo affrontare?

Ecco signor Primo vice Presidente della Commissione europea, è stato il tema anche di un importante convegno svoltosi a Messina qualche tempo addietro per celebrare la Conferenza che si tenne nello stesso capoluogo peloritano in un tempo ormai lontano ma nel quale pure tante nubi si addensavano sul destino di Europa[29]: quali nuove sfide dobbiamo affrontare? Io mi limiterò in maniera del tutto sommaria a riprendere alcune di quelle già richiamate con il carattere di sintesi stringente imposto dalla natura di discorso breve del presente contributo, una prima riflessione sugli spunti proposti dalla Commissione europea; ma mi auguro sinceramente che questa occasione e l’incontro stesso che l’ha generata possa avere ulteriori sviluppi e il dialogo possa continuare per il piacere di proseguirlo con Lei e il desiderio di partecipare e provare a contribuirvi.

Ho già richiamato in questa sede un dato che orienta l’analisi e muove dall’osservazione delle realtà che costituiscono Europa: il tempo presente vede proliferare sempre più nei vari contesti nazionali germi di anti europeismo diffuso e di scetticismo verso le Istituzioni europee che si vanno talvolta pericolosamente innestando e con-fondendo sul tronco nichilista dell’anti-politica, incapace, siccome per se stessa priva di anelito vitale, di generare comunità e tanto meno di progettare bene comune di uomini e cittadini.

Ebbene, non v’è dubbio che occorre leggere ed interpretare in questo contesto il senso delle nuove sfide dell’Europa: tra tante, si pensi a titolo per lo più meramente esemplificativo a quella che si manifesta nella profonda frattura tra obiettivi “costituenti” di promozione del progresso economico e sociale dei popoli e ʻprevalentiʼ orientamenti odierni per l’attuazione di inconciliabili politiche di rigore[30]; poi, ancora alla crisi migratoria; infine, alla Brexit, sia come decisione di lasciare l’Unione europea, sia come processo legato alle forme previste nel Trattato sull’Unione e al difficile confronto politico con le tante conseguenti incognite a definire tra le Parti i confini dei diritti e doveri della Gran Bretagna.

Ebbene tutte le sfide qui esemplificativamente individuate, e le altre che pure trascuro di richiamare in questa sede, sono a mio parere chiaramente legate, ciascuna a suo modo ed in forme diverse, alla perdita di memoria, all’attenuazione ‒ quando non allo smarrimento ‒ del desiderio di cittadinanza e con esso della capacità di essere Una nella diversità dei popoli europei che la compongono, dell’originaria vocazione ad “essere una polis” piuttosto che assai più riduttivamente avere una polis ‒ il che come ho già rilevato in chiave introduttiva appare come la prima e più radicale sfida dell’Unione, per affrontare la quale noi uomini e cittadini europei siamo chiamati a rinnovare l’autocomprensione di Europa, il che può poi permettere di reinterpretare ed affrontare più efficacemente il senso delle altre sfide.

Pensiamo esemplarmente alle previsioni di Europa sull’evoluzione della crisi migratoria.

Nella “priorità 8: verso una nuova politica della migrazione” del discorso sullo stato dell’Unione per il 2017, il Presidente Juncker  evidenzia le iniziative da avviare e/o completare entro la fine del 2018, tra le quali si segnalano: la riforma del sistema di Dublino; l’istituzione di una nuova Agenzia per l’asilo; la riforma di Eurodac (sistema-database istituito al fine di controllare le impronte digitali per un’efficace applicazione della Convenzione di Dublino); il riesame delle condizioni di accoglienza, dei requisiti per l’asilo e della procedura di asilo e del quadro per il reinsediamento; infine, ma certo non ultimo, il nuovo pacchetto Migrazione comprendente: la revisione intermedia dell’agenda europea sulla migrazione; la riforma della politica comune in materia di visti e azioni dell’UE a favore degli Stati membri che devono far fronte a un’eccezionale pressione migratoria; e ancora la rapida messa in opera del piano europeo per gli investimenti esterni e applicazione del quadro di partenariato in materia di migrazione con i principali paesi terzi di origine e di transito[31].  

Ebbene, com’è del tutto evidente, si tratta di un piano assai articolato ed ambizioso, ma la cui armonia con lo spirito europeo e l’identità giuridica e più oltre antropologica, storica, culturale di Europa dipenderà radicalmente dai contenuti che lo animeranno in concreto, e naturalmente dalla capacità di ritrovarvisi in quanto uniti nella diversità dei popoli europei siccome rappresentati dai rispettivi Governi.

Pensiamo ancora alla Brexit: appena resi noti i risultati del referendum che ha condotto la Gran Bretagna ad assumere la decisione di uscire dall'Ue è stato registrato un picco tra le chiavi di ricerca utilizzate in Gran Bretagna su Google per frasi come “cosa significa lasciare la ue” ma soprattutto “cosa è l'Unione Europea”. In particolare, Google trends ha registrato una vera impennata nel numero di persone che cercavano “cosa accade se lasciamo la ue?”, appena chiuse le urne, tendenza che è rimasta anche dopo i risultati, mentre risultava stabile durante la settimana precedente al referendum[32].

Al di là delle contingenti motivazioni che hanno animato la campagna per la Brexit, mi pare allora si possa dunque ravvisare sullo sfondo una diffusa e profonda difficoltà da parte dei cittadini britannici di riconoscere lo spirito europeo nell’essere anche essi europei piuttosto che (riduttivamente) avere più semplicemente una cittadinanza europea…

Ecco, signor Primo vice-presidente della Commissione, ritengo che la crisi dell’identità di Europa, nel “generare” separazioni, distacchi, disaggregazioni, renda manifesto il bisogno essenziale e l’urgenza di una trasfusione di memoria, una riabilitazione della Polis Europa, l’intelligenza condivisa (nel senso proprio di comprensione comune) di essere una Polis nella diversità degli uomini, cittadini, enti intermedi, religioni, stati che la costituiscono[33] ed insieme dei naturali legami di solidarietà (e sussidiarietà) di ognuno come presupposto indispensabile di un futuro vocato al bene comune, il nuovo Umanesimo europeo. Serve a dimostrarlo, richiamando memorie che appartengono alla cultura e storia romana, un discorso (l’apologo di Menenio Agrippa di tito livio) in grado di tradurre meglio di tanti esercizi di teoria i limiti di un’interpretazione disaggregata dell’organismo, dunque estensivamente di ogni organizzazione comunitaria che nella separazione ed opposizione delle parti smarrisce la necessità inderogabile di costituire un unico corpus, in quanto tale il solo capace di raggiungere il bene di ciascuno attraverso quello comune. … “tempore quo in homine non ut nunc omnia in unum consentiant, sed singulis membris suum cuique consilium, suus sermo fuerit, indignatas reliquas partes sua cura, suo labore ac ministerio uentri omnia quaeri, uentrem in medio quietum nihil aliud quam datis uoluptatibus frui; conspirasse inde ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes quae acciperent conficerent. Hac ira, dum uentrem fame domare uellent, ipsa una membra totumque corpus ad extremam tabem uenisse. Inde apparuisse uentris quoque haud segne ministerium esse, nec magis ali quam alere eum, reddentem in omnes corporis partes hunc quo uiuimus uigemusque, diuisum pariter in uenas maturum confecto cibo sanguinem”[34].

 



[1] Dialogo ivi organizzato il primo di settembre 2016, sul tema: Europa, migrazione e rifugiati.

[2] Solo per ricordare i principali: in primo luogo, la complessa vicenda della radicalizzazione della questione migratoria, sulla quale si gioca per così dire l’ipotesi dell’uscita dell’unione dall’Europa – di disunione europea a proposito della crisi scrive marangio, Migranti, l’Italia da sola a gestire la crisi: così crolla l’Unione europea, in Ilfattoquotidiano.it, 7 luglio 2017, http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/07/migranti-litalia-da-sola-a-gestire-la-crisi-cosi-crolla-lunione-europea/3712701 ‒ questione che continua ad assumere i toni del dramma per i numerosi naufragi avvenuti nel 2017, a cominciare dai tre verificatisi a metà di giugno e da quello del 21 settembre scorso, tutti al largo della Libia; secondariamente, la complessa ed articolata vicenda della Brexit, con il ricorso all’Alta Corte di giustizia di Inghilterra e Galles proposto da Gina Miller e Deir Dos Santos e quello del governo britannico dinnanzi alla Corte Suprema, e quindi, dopo il passaggio in Parlamento, la comunicazione della Gran Bretagna ai sensi dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea. Ancora, in terzo luogo, la questione turca, dopo il tentato golpe del luglio 2016 e la svolta repressiva autoritaria del governo Erdoğan – con i ripetuti contrasti con l’Unione europea culminati tra l’altro nell’approvazione il 24 novembre 2016 di una risoluzione non vincolante del Parlamento europeo per chiedere la sospensione temporanea dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione, nel voto del 20 giugno 2017 della Commissione affari esteri del Parlamento europeo di un documento per chiedere a Commissione europea e governi nazionali di sospendere formalmente i negoziati di adesione e l’attenuazione dell’accordo sui migranti; e negli scontri intervenuti sia prima che dopo il tentativo di golpe con alcuni degli stati membri dell’Unione europea, anzitutto Germania ed Olanda. Inoltre, per rimanere a quelle che più sembrano connesse ai temi che qui si propongono, il ritorno di attualità della questione greca ed il nuovo scenario di Grexit – per quanto il Presidente della BCE Draghi abbia chiaramente in passato escluso una tale eventualità per l’irreversibilità dell’euro. Infine, la questione siriana, nella sua drammaticità per quanto attiene alle frequentissime violazioni dei diritti umani di attualità da più parti denunciate e nel suo essere al centro della rete di relazioni tra Turchia, Stati Uniti, Unione europea e Russia.

[3] Domanda che tante altre volte è stata posta e ha inteso evidenziare momenti di transizione della storia di Europa e in particolare modo del processo di integrazione dei popoli europei. Penso soprattutto alla temperie costituente per dotare l’Unione di una Costituzione e al discorso tenuto dall'allora Ministro degli Affari esteri tedesco Fischer il 12 maggio 2000 all'Università Humboldt di Berlino sul tema: “Dalla confederazione alla federazione. Riflessioni sulla finalità dell'integrazione europea”. Posta la domanda «Quo vadis Europa?», Fischer risponde assegnando due compiti all'Europa: l'allargamento (particolarmente ad est), che per il Ministro tedesco doveva essere realizzato il più presto possibile, e l'approfondimento, vale a dire il tema della capacità di azione dell'Europa, nella interrelazione problematica col primo. In questo contesto, Fischer ritiene necessaria un'approfondita riforma delle istituzioni europee, e particolarmente il passaggio dalla Confederazione alla Federazione europea, secondo quanto già richiesto da Schuman. Tale evoluzione avrebbe portato ad avere un Parlamento europeo ed un Governo europeo capaci di esercitare effettivamente il potere legislativo ed esecutivo all'interno della Federazione. Infine, Fischer sottolinea che una tale Federazione avrebbe dovuto essere fondata su un trattato costituzionale e che solo procedendo con coraggio l'Europa si sarebbe messa nelle condizioni di svolgere per il futuro il ruolo che le spetta nella competizione economica e politica globale. In questo senso, egli sostiene che sarebbe stato un irreparabile errore di progettazione portare avanti il completamento dell'integrazione politica contro le istituzioni e le tradizioni nazionali presenti e non coinvolgendole; la realizzazione dell'integrazione europea è pensabile invece con successo solo se avviene sulla base di una ripartizione della sovranità fra l'Europa e lo Stato nazionale, secondo i canoni del principio di sussidiarietà, e dunque con un Parlamento europeo che abbia una doppia funzione: rappresentare un'Europa degli Stati nazionali e un'Europa dei cittadini. Comunque, il presupposto per una ripartizione della sovranità tra Federazione e Stati nazionali è un trattato costituzionale che stabilisca cosa dovrà venire regolato a livello europeo e cosa, anche in futuro, dovrà essere regolato a livello nazionale senza dunque eliminare lo stato nazionale. Sul discorso, si veda fischer, Dalla Confederazione alla Federazione. Riflessioni sulla finalità dell'integrazione europea, in Europa/Europe, 2000, vol. 9, pp. 147-158. Più di recente, in diverse occasioni Papa Francesco si è interrogato sulla direzione di Europa. Dapprima dinanzi al Consiglio d’Europa, nella visita del 25 novembre 2014, ha osservato: «Se si perdono le radici, il tronco lentamente si svuota e muore e i rami - un tempo rigogliosi e dritti - si piegano verso terra e cadono […] per camminare verso il futuro serve il passato, necessitano radici profonde, e serve anche il coraggio di non nascondersi davanti al presente e alle sue sfide. Servono memoria, coraggio, sana e umana utopia”; quindi ha prospettato di avere davanti agli occhi l’immagine di “un’Europa ferita, per le tante prove del passato, ma anche per le crisi del presente, che non sembra più capace di fronteggiare con la vitalità e l’energia di un tempo”, e ne ha dedotto che ad Europa “possiamo domandare: dov’è il tuo vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?

Dalla risposta a queste domande dipenderà il futuro del continente. D’altra parte - per tornare all’immagine di Rebora - un tronco senza radici può continuare ad avere un’apparenza vitale, ma al suo interno si svuota e muore», in Discorso del Santo Padre Francesco al Consiglio d’Europa, https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/november/documents/papa-francesco_20141125_strasburgo-consiglio-europa.html . Su tali temi, che Papa Francesco mostra di avere sempre a cuore, il Pontefice è tornato peraltro anche in occasione del conferimento del premio Carlo Magno (discorso del 6 maggio 2016): «Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna. […] di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice […] Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?», in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/may/documents/papa-francesco_20160506_premio-carlo-magno.html .

[4] Orizzonte cui faceva riferimento per primo, ma in chiave positiva e plaudendo evidentemente all’ampiamento dei compiti, Edmund Husserl nella famosa Conferenza di Vienna del 1935 intitolata La crisi dell’umanità europea e la filosofia, in husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, trad. it., Milano, 2015. In quella sede, l’illustre A. in particolare definisce il contesto nel quale sorge Europa come formazione sopranazionale di tipo assolutamente nuovo, che ha forma spirituale in quanto generata dalla filosofia e che in quanto tale ha un compito infinito: «Abbiamo così delineato nelle sue linee essenziali, per quanto un po' schematicamente, quella motivazione storica, la quale poteva far sì che un paio di greci stravaganti dessero l'avvio a una trasformazione dell'esistenza umana e di tutta la sua vita culturale, dapprima all'interno della loro nazione e poi in quelle vicine. Ciò mostra chiaramente anche come su queste basi potesse sorgere una formazione sopranazionale di tipo assolutamente nuovo. Alludo naturalmente alla forma spirituale dell'Europa. L'Europa non è più un aggregato di nazioni contigue che si influenzano a vicenda soltanto attraverso il commercio e le lotte egemoniche, bensì uno spirito nuovo che deriva dalla filosofia e dalle scienze particolari che rientrano in essa, lo spirito della libera critica e della libera normatività, uno spirito impegnato in un compito infinito, che permea tutta l'umanità e crea nuovi e infiniti ideali!».

[5] In questo contesto, assume un particolare significato la Conferenza organizzata dalla Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (COMECE) presso la Santa Sede nei giorni 27-28 ottobre scorsi, sul tema: “Ripensare l’Europa: contributo cristiano al futuro dell’UE”. In particolare, segnalando sin d’ora l’opportunità di una più accurata lettura degli interventi proposti in quella sede, è il caso di sottolineare come l’intervento di Papa Francesco abbia inteso da subito rilevare l’opportunità di una ampia riflessione sull’Europa realizzata «da una molteplicità di angolature, grazie alla presenza … di diverse personalità ecclesiali, politiche, accademiche o semplicemente provenienti dalla società civile.” e di illuminare il cammino dell’Europa grazie ad un arricchimento reciproco, tra l’altro dei “giovani [che] hanno potuto proporre le loro attese e speranze, confrontandosi con i più anziani, i quali, a loro volta, hanno avuto l’occasione di offrire il loro bagaglio carico di riflessioni ed esperienze», in Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla conferenza “(Re)thinking Europe”, consultabile alla pagina: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/october/documents/papa- francesco_20171028_conferenza-comece.html.

[6] Rispetto alla quale viene in considerazione anzitutto lo strumento del diritto d’iniziativa dei cittadini, previsto dall’art. 11, paragrafo 4 del Trattato sull’Unione europea.

[7] Il rapporto sullo stato dell’Unione del settembre scorso relativo al 2017 registra un totale di 312 dialoghi con i cittadini dall’insediamento della Commissione Juncker. In particolare, sono stati effettuati 53 dialoghi nel 2015; 73 nel 2016; 186 nel 2017, complessivamente svolti in 145 città di 27 Stati membri. Soprattutto, il rapporto evidenzia un chiaro incremento nell’uso dello strumento dal marzo 2017, con ben 129 dialoghi tenuti in oltre 80 città alla presenza del Presidente Juncker, di Commissari e alti funzionari della Commissione e la partecipazione di oltre 21.000 persone, in https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/state-union-2017-brochure_it.pdf, pag. 98. D’altro canto, proprio il dialogo svolto a Siracusa – quest’anno più marcatamente dello scorso – ha evidenziato dei limiti apparentemente a carattere strutturale di questo importante strumento di confronto e partecipazione sussidiaria di Istituzioni e uomini, cittadini, associazioni, movimenti europei. L’incontro ha infatti assunto più una dimensione di question time, e in particolare con confine temporale angusto - siccome volto a promuovere il più alto numero di interventi possibile – ma per ciò stesso ha finito per depotenziare radicalmente la valenza dialogica del confronto, più propria del dialogo e del tempo e dello spazio (agorà) richiamati.

[8] Si tratta della circoscrizione di Ortigia, isola nella città, tra la terra e il mare, perciò a pochi passi da una storicamente sempre ambita sponda del mare Nostrum, che di Europa è stata la prima e più importante delle culle…

[9] Secondo le fonti, avendo tra l’altro strutturale carattere di piazza aperta, l’agorà-foro di Siracusa sarebbe stata situata assai probabilmente nel quartiere di Acradina e particolarmente nell’area di piazza Marconi: in questo senso tra gli altri, trapani, La decorazione architettonica di età romana nei contesti provinciali: il caso di Siracusa, in Állvarez, nogales, rodÀ (a cura di) Atti del xviii Congresso internazionale di archeologia classica, Merida, 2014, pp. 1513-1516, particolarmente p. 1514-1515, e le fonti ivi puntualmente richiamate (nota 16).

[10] Nel senso magistralmente espresso dall’illustre giurista tedesco Theodor Mommsen, il quale così esprimeva nella clausola testamentaria il proprio desiderio ed insieme tutta la profonda problematicità delle categorie del cittadino e delle sue molteplici determinazioni: “Io non ho mai avuto e mai agognato posizione e influenza politica; ma nel mio intimo, e, credo, con ciò che in me è di meglio, sono sempre stato un animal politicum, e desideravo di essere un cittadino. Questo non è possibile nella nostra nazione nella quale il singolo, e sia pure il migliore, non trascende il servizio nelle file e il feticismo politico. Questo straniamento interno dal popolo cui appartengo, mi ha indotto in tutto e per tutto a non presentarmi con la mia personalità, per quanto mi fosse in qualsiasi modo possibile, dinanzi al popolo tedesco, che non stimo.”, in mommsen, Clausola testamentaria, traduzione dall'originale tedesco di G. Pasquali, in Rivista stor. Ital., LXI, 1949, pp. 337-338.

[11] Ispirazione alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa: tornano subito alla memoria le parole con cui Papa Francesco ha espresso gratitudine tra gli altri ai Presidenti delle Istituzioni europee, l’anno scorso, per il conferimento del premio Carlo Magno; l’offerta di quel premio per l’Europa con l’auspicio di un comune slancio nuovo e coraggioso per questo amato continente e la citazione di Elie Wiesel ad invitare gli uomini europei a realizzare una “trasfusione di memoria”, a evocare i Padri fondatori, a ritrovare la capacità di accoglienza e generatività materna per la promozione (per l’appunto!) di un nuovo Umanesimo europeo, in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/may/documents/papa-francesco_20160506_premio-carlo-magno.html, cit.

[12] Si veda la Versione consolidata del Trattato sull’Unione europea. Preambolo: “Confermando il proprio attaccamento ai diritti sociali fondamentali quali definiti nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989”.

[13] L’art. 1 del trattato sull’Unione europea dispone tra l’altro, in particolare: «Il presente trattato segna una nuova tappa nel processo di creazione di un'unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini».

[14] Esemplare in questo senso il racconto del Politico di G. Marramao e la percezione melanconica della modernità ivi racchiusa e per così dire anticipata sin dal suo inizio, che sembra rinviare ad un tempo che irrimediabilmente fu: «c’era una volta la politica. Miracoloso frutto di quella sostantivazione degli aggettivi che permise alla cultura greca di porre il generale come un determinato», in marramao, Dopo il Leviatano. Individuo e comunità nella filosofia politica, Torino, 1995.

[15] Nel senso degli auspici contenuti nel discorso sullo stato dell’Unione per il 2017 del Presidente della Commissione europea, il quale specificamente afferma che: «l’Europa ha di nuovo i venti a favore. Abbiamo di fronte un’opportunità che non rimarrà aperta per sempre. Sfruttiamo al massimo questo slancio, catturiamo il vento nelle nostre vele. Per questo dobbiamo procedere in due modi. Anzitutto dobbiamo mantenere la rotta fissata lo scorso anno. […] In secondo luogo dobbiamo fissare la rotta per il futuro. Come ha scritto Mark Twain, tra qualche anno non saremo delusi delle cose che abbiamo fatto ma di quelle che non abbiamo fatto. Il momento è propizio per costruire un’Europa più unita, più forte e più democratica per il 2025», in https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/state-union-2017-brochure_it.pdf, pag. 7.

[16]Vaso il cui contenuto più rilevante può essere definito in forma per così dire chiara e sintetica attraverso la riflessione di strauss, Che cos'è la filosofia politica?, tr. it., Urbino, 1977, il quale affronta e «attraversa» il tema del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male, individuando nel pericolo della reductio ad Hitlerum la conseguenza estrema del disinteresse per il tema della società buona.

[17] In altro più contingente significato, un siffatto pericolo si è reso particolarmente evidente a seguito del processo di allargamento dell’Unione; nel senso, per così dire, dell’accentuazione di manifestazioni di fragilità della Sua identità comune, tali da suggerire un più stretto vaglio dei cosiddetti criteri di Copenaghen ed insieme successivi verifiche della permanente presenza dei requisiti richiesti per l’ammissione. Come ho avuto già di rilevare in uno studio sulla sentenza del Tribunale costituzionale tedesco avente ad oggetto il Trattato di Lisbona in generale “sarebbe buona regola realizzare qualsiasi allargamento di un processo integrativo politico sovranazionale, e tanto più un allargamento assai significativo come quello che portava da 15 prima a 25 e poi a 27 i paesi membri dell'Unione, in un momento di particolare coesione e comunione di intenti dei membri che facciano già parte della Comunità di Stati e non, invece, quando già altri problemi rischino di allentare la coesione interna. Non fosse altro che per la ragione che i nuovi membri finirebbero, come probabilmente i fatti hanno subito dimostrato accadere, per acquisire una forza politica nella strategia delle alleanze e delle decisioni capace di condizionare le dinamiche integrative più di quanto giustificherebbe in teoria il loro status di nuovi e più giovani membri dell'Unione. E non appare del tutto fuor di luogo l'idea che la stessa sentenza del BVG vada letta ed interpretata politicamente in questa prospettiva come una rivendicazione di uno spirito europeista più autentico e profondo da parte di alcuni tra i padri fondatori: l'alternativa tra una semplice associazione di stati e la formazione di uno stato federale che rappresenta il confine più netto tra chiesto e pronunciato nella sentenza della Corte Costituzionale Federale tedesca e il conseguente richiamo all'esercizio di poteri costituenti squarcia il ʻvelo d'ignoranzaʼ delle ipocrisie nazionali di vari stati evidentemente contrari alle soluzioni federali e sembra volere reagire alla diluizione dello spirito dei padri fondatori determinatosi proprio a seguito dell'allargamento”, in asero, Che cos’è l’Europa. L’Unione di Lisbona alla “Corte” della Germania: ancora una notte per la tela di Penelope europea?, in I quaderni europei (serie Scienze giuridiche), 2010, n. 21, pp. 43-80.

[18] Condizione umana che notoriamente Aristotele fonda sull’unità ontologica con l'uomo data nello zoon politikon.

[19] Come è noto e ho già osservato in altra sede, peraltro, nella costruzione dell'aforisma 125 della Gaia Scienza di Nietzsche proprio l'Oltre-uomo è significativamente conseguenza della morte di dio e questa è emblematicamente annunciata in uno dei luoghi simbolici della globalizzazione, il mercato. Di più, il folle, nuovo Diogene che con la lampada è però in cerca non dell'uomo ma di Dio, ne annuncia infine la morte, assegna ai presenti e a sé la colpa del crimine e lega al compimento di quell'azione troppo grande per l'uomo il dovere di divenire dio egli stesso, al di là del bene e del male, divenendo egli stesso misura di ogni misura – esattamente al contrario di quanto suggerito da Platone per il quale appunto «non l'uomo, ma un dio deve essere la misura di tutte le cose». Insomma, lo Übermensch è creatore del nuovo ordine, artificio umano che contro ogni teologia politica monoteista preannuncia l'avvento di un nuovo politeismo, quello appunto del mercato...  Invece nella rappresentazione classica lo Übermensch è altro dall'uomo, che per l'Ordine naturale è animale politico, e non vive nella polis. Ma proprio con l'uccisione di dio, della quale per ri-nascere a nuova vita è chiamato a rendersi protagonista, l'uomo rinnega e distrugge insieme la Città celeste, oltre che in definitiva, tanto nella dimensione della trascendenza che in quella della immanenza, ogni autentica sussidiarietà. Non pare dubbio, infatti, a tale proposito che l'Übermensch proprio in quanto Oltre-uomo non possa conoscere la dimensione ontologica della comunità quale si rinviene nel pensiero classico, che individua e descrive un ordine naturale fondato sul presupposto platonico che l'individuo, preso da sé, non è sufficiente a se stesso, giacché se l'uomo bastasse a se stesso non ci sarebbero le unità sociali, dalla famiglia allo stato; dimensione che trova nella ʻmetafisica dell'immanenzaʼ di Aristotele la sua espressione più alta e compiuta. E' invece proprio nella categoria concettuale della sussidiarietà che trova espressione il naturalismo etico-politico di Aristotele, per il quale la polis è per natura ed anzi addirittura l'intero della polis precede la parte perché se l'individuo, preso da sé, non è autosufficiente, sarà rispetto al tutto nella stessa relazione in cui lo sono le altre parti. Contro la tesi di un assorbimento senza residui dell'individuo nella comunità, peraltro, Aristotele afferma a chiare lettere la via di mezzo tra comunitarismo organicista e individualismo liberale nella critica a Platone contenuta nel secondo libro della Politica, secondo la quale il pluralismo sociale, le formazioni sociali, e con esse l'individuo, vanno salvaguardate: «è evidente che il tentare di ridurre troppo la città all'unità non è il partito migliore»; insieme egli sostiene che ciò che è meno unitario è preferibile a ciò che lo è di più. Ad analoga conclusione Aristotele giunge riflettendo sulla possibilità di una proprietà collettiva e contrapponendola alla proprietà individuale; tanto ciò è vero che egli sottolinea che l'unità cittadina non potrebbe comunque derivare dalla possibilità che tutti dicano contemporaneamente «questo è mio» o «questo non è mio». È questa in fondo una delle ragioni più profonde per le quali Tommaso d'Aquino ʻleggeʼ Aristotele, ne riprende il pensiero e lo introduce nella modernità. In particolare, emerge la sua potenziale originaria continuità col pensiero cristiano, che ha nella sussidiarietà oggi definita orizzontale, e nella continuità tra Uomo e Cittadino, uno dei tratti essenziali. Vale insomma, nella prospettiva di un ordine naturale immanente, quanto si può osservare anche a a proposito dell'ordine metafisico cristiano della Città di Dio, che certo preesiste ad ogni singola esistenza umana e ne è il fine ma non sacrifica l'individuo e la sua libertà di scelta: l'uomo conserva la propria assoluta indipendenza ed assume le proprie decisioni senza vincoli di fronte allo stesso Ordine metafisico di Dio, paradossalmente “soggetto” al libero arbitrio dell'individuo. Ma la specificità e la piena realizzazione di sé coincide senza residui con un libero arbitrio che si svolga in coincidenza della libertà “decisa” per lui dall'Ordine divino nel quale si inscrive il progetto individuale assegnato a ciascuno”. Su tali temi, mi sia consentito rinviare a asero, Una, nessuna, centomila...? Sussidiarietà: la parola che ha salvato Maastricht e l'Europa di Lisbona, in grasso leanza (a cura di), L'Europa dopo Lisbona, Catania, 2009, pp. 167-223, e particolarmente pp. 177-179, dove tra l'altro si sottolinea come i tratti della sussidiarietà siano assai utili anche all'interno del problematico disegno delle radici cristiane dell'Europa, tema che ha animato la discussione sui tratti essenziali della Costituzione europea per poi rimanere ai margini del testo proposto, descrivendo quel sottile filo rosso che segnala ambiti di continuità tra la normatività greca del Nòmos e quella ebraico-cristiana del Lògos. Ed anche come sia proprio in questa logica che l'applicazione universale alla teoria dello stato di un principio che affonda le proprie origini proprio nell'etica sociale cristiana quale ispirata dalla teoria filosofica sociale classica troverebbe la più profonda motivazione in relazione alle forme dell'integrazione europea. Proprio per questo il dibattito contemporaneo sui tanti post che contraddistinguono l'attuale stadio della nostra civiltà e cultura giuridica, politica ed economica, in particolare, può utilmente giovarsi di una comprensione della sussidiarietà come una delle chiavi per ri-abilitare il cittadino proprio all'interno del percorso che congiunge la riflessione classica e quella moderna sull'uomo, nella sua dimensione individuale e collettiva.

[20] Rimangono ai margini oppure vengono sospinti, come è accaduto significativamente con gli apolidi e le minoranze, in quella terra di nessuno nella quale, con Hannah Arendt, il vero problema è il riconoscimento dello stesso, fondamentale diritto ad avere diritti.

[21] Porte che possono essere aperte o chiuse e comunque serrate ovvero… scorribili… In questo senso, si pensi ad esempio alle limitazioni imposte al fenomeno di «shopping sociale» capace di minare la già assai precaria stabilità dei sistemi di welfare nazionali e per altro verso alla scelta di alcuni Paesi membri dell’Unione a dare ingresso al cavallo di Troia dello ius pecuniae nella Città ‒ prassi posta in atto particolarmente da Malta senza che fosse richiesto alcun genuine link col territorio dello Stato, ma anche, pur con qualche limite, da Bulgaria (domiciliazione da almeno un anno e investimento in progetti considerati prioritari dal Governo per almeno 511 mila euro) e Ungheria (acquisto di titoli del debito pubblico per almeno 250 mila euro). A tale riguardo, si veda la Risoluzione 2013/2995(/RSP),P7_TA-PROV(2014)0038 del 16 gennaio 2014 sulla cittadinanza dell’UE in vendita. Di porte serrata e di perdita della Memoria, invece, sembra non potersi fare a meno di parlare di fronte alla notizia che la notte di lunedì 31 agosto 2015, a Břeclav, la polizia ceca ha proceduto a marchiare sul braccio dei profughi il numero identificativo del treno, del vagone e della provenienza dei profughi, a riguardo della quale Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma ha dichiarato: “Dopo 70 anni da quell'orrore non possiamo restare indifferenti di fronte a una procedura disumana e chi rimarrà in silenzio rischierà di essere complice di questi fatti...Se continueremo ad assistere indifferenti a scene come quelle di oggi allora l'anima dell'Europa nata dalle ceneri di Auschwitz sarà svuotata di ogni suo valore fondamentale", in http://www.huffingtonpost.it/2015/09/02/profughi-marchiati-treno_n_8075782.html . La domanda di chi scrive è allora se siano sufficienti le parole del Presidente Juncker nel discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato di lì a poco (il 9 settembre 2015) davanti al Parlamento europeo a proposito della crisi migratoria cui – dice in sostanza Juncker ‒ occorre rispondere con umanità e con gli strumenti rispettando le regole già vigenti, che definiscono chiaramente la nostra identità giuridica europea, mentre la crisi migratoria di questi giorni segnala la mancanza dell’Europa e dell’unione nell’Unione europea: «La nostra Unione europea non versa in buone condizioni: manca l’Europa in questa Unione europea, e manca l’unione in questa Unione europea». Oppure se l’Europa ha ormai bisogno di una riabilitazione della propria identità che dalle parole si traduca in opera compiuta. Sui temi dell’ampiezza e gli eventuali limiti al potere discrezionale degli Stati membri nel determinare l’acquisto e la perdita della cittadinanza nazionale, dei fenomeni di commerciabilità della cittadinanza dell’Unione, e sull’esistenza di una “ingegneria economica”, di contrasto alla crisi e di mera opportunità locale come criterio d’acquisto (letteralmente…!) della cittadinanza, mi sia consentito rinviare a asero, Le sfide dell’Unione europea a sessant’anni dalla Conferenza di Messina: il desiderio di cittadinanza degli uomini europei tra antico e postmoderno, in panella (a cura di), Le sfide dell’Unione europea a 60 anni dalla Conferenza di Messina, Napoli, 2016, pp. 39-56, particolarmente pp. 48-50.

[22] In questo contesto, vanno richiamate le parole del Presidente della Commissione Juncker, le quali descrivono lo stato dell’arte evidenziandone, tra detto e non detto, scenari positivi e opacità: «la migrazione deve restare nei nostri radar. Malgrado le discussioni e le controversie sollevate dall’argomento, siamo riusciti a compiere progressi concreti, anche se, lo ammetto, in molte aree insufficienti. Oggi proteggiamo più efficacemente le frontiere esterne dell’Europa […] Siamo riusciti ad arginare flussi irregolari di migranti che erano fonte di grave preoccupazione per molti. Abbiamo ridotto del 97% gli arrivi irregolari nel Mediterraneo orientale grazie all’accordo con la Turchia. E quest’estate siamo riusciti a controllare meglio la rotta del Mediterraneo centrale […] In questo modo abbiamo nettamente ridotto le perdite di vite umane nel Mediterraneo […] Non posso parlare di migrazione senza rendere un omaggio sentito all’Italia per il suo nobile e indefesso operato […] Perché l’Italia sta salvando l’onore dell’Europa nel Mediterraneo». Quanto all’altra sponda del Mediterraneo, peraltro, da un lato squarciano il velo le parole del rapporto sullo stato dell’Unione nel 2017 del Presidente Juncker, il quale sottolinea: «Urge poi migliorare le condizioni di vita dei migranti in Libia. Sono inorridito dalle condizioni disumane dei centri di detenzione e di accoglienza. L’Europa ha una responsabilità collettiva e la Commissione lavorerà di concerto con le Nazioni Unite per porre fine a questo scandalo, che non si può tollerare», in https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/state-union-2017-brochure_it.pdf, pp. 10-11.

[23] Come osserva Lucrezio nei primi versi del secondo libro del De rerum natura: «Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquamst iocunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est» («Bello, quando sul mare si scontano i venti e la cupa vastità delle acque si turba, guardare da terra il naufragio lontano: non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, ma la distanza da una simile sorte»), in lucrezio, Della natura, trad. it., Firenze 1969, p. 73. Sul tema si segnala, blumenberg, Naufragio con spettatore, Bologna, 1985, il quale assume per l’appunto quella del naufragio con spettatore come paradigma di una metafora dell’esistenza capace di spiegare nelle trasformazioni ed evoluzioni subite la civiltà occidentale ed interrogare la stessa condizione postmoderna.

[24] l’ipotesi di costituire un fondo fiduciario dell’Unione europea di emergenza per l’Africa, per quanto dotato di un budget di quasi tre miliardi di euro per la lotta alla povertà, non sembra sino ad oggi essere riuscito a conseguire l’obiettivo dichiarato di “affrontare le cause profonde delle migrazioni”; secondo quanto ha denunciato il rapporto presentato da Global Health Advocates, una organizzazione non governativa particolarmente impegnata nella formulazione e nell’attuazione di efficaci politiche pubbliche di contrasto alle malattie, sarebbe stata infatti accertata la mancanza di trasparenza nella gestione dei fondi sopraddetti, ed in particolare: “nessun bando pubblico per l’assegnazione dei fondi, mancanza di informazioni sui criteri per la partecipazione ai progetti, assenza di dialogo con istituzioni del territorio con esiti addirittura dannosi sull’economia locale, rafforzamento nei paesi beneficiari del budget della difesa a discapito di quelli per l’istruzione e la salute”, in Trust fund Africa: fondi per lo sviluppo usati in modo opaco e dannoso, in La Repubblica on line, 11 settembre 2017,  http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2017/09/11/news/trust_fund_africa_fondi_per_lo_sviluppo_usati_in_modo_opaco_e_dannoso_-175223322/ . Degli scorsi giorni è invece l’affermazione del Presidente del Parlamento europeo di un piano Marshall per l’Africa da parte dell’Europa, con lo stanziamento in bilancio di 40 miliardi di euro, in Ansamed, Tajani a Tunisi: rafforzare cooperazione UE-Tunisia-Africa, in http://www6.ansa.it/ansamed/it/notizie/stati/tunisia/2017/10/30/tajani-a-tunisirafforzare-cooperazione-ue-tunisia-africa_99ef49b4-23eb-468c-9624-a46e3aabfe51.html

[25] Al di là del contesto assai critico sulla forma rappresentativa nel quale si collocano, assai espressive di una profonda sensibilità per la declinazione della libertà come partecipazione sono com’è universalmente noto nel pensiero moderno le parole di Rousseau, il quale afferma tra l’altro: «Presso i Greci tutto quello che il popolo doveva fare lo faceva da sé: esso era continuamente adunato nella piazza. … non era avido; gli schiavi facevano i suoi lavori; il suo grande problema era la sua libertà. Non avendo più gli stessi vantaggi, come conservare gli stessi diritti? I vostri climi più rigidi creano più bisogni: per sei mesi dell'anno non è possibile trattenersi sulla pubblica piazza; le vostre lingue sorde non possono farsi udire all'aria aperta; vi occupate più del vostro guadagno che della vostra libertà, e temete molto meno la schiavitù che la miseria», in rousseau, Il contratto sociale, Torino, 1980, pp. 128-29.

[26] monnet, Cittadino d’Europa, 75 anni di storia mondiale, Milano, 1978.

[27] Cfr. A.L. Valvo, Lineamenti di diritto dell’Unione europea. L’integrazione europea oltre Lisbona, Padova, 2017.

[28] hazard, La crisi della coscienza europea, Torino, 1946. Sicché in questa prospettiva, parafrasando il titolo dello studio di Hazard, la domanda diventerebbe allora: a che punto è la crisi della coscienza europea? Mutatis mutandis, sembrano conservare tuttora la loro pregnante attualità, peraltro, proprio alcune delle conclusioni più significative di Hazard, il quale analizza la coscienza europea segnalando in particolare quella (altra) crisi che tra fine XVII e inizi XVIII secolo vide il passaggio da una civiltà fondata sull'idea del dovere ad una fondata sull'idea di diritto: i diritti della coscienza individuale, i diritti della ragione, i diritti dell'uomo e del cittadino (crisi senza uguali nella storia della coscienza europea e che avrebbe preparato la rivoluzione francese). Basti qui segnalare come l’indagine di Hazard evidenzi significativamente la natura problematica e per così dire senza fine del processo identitario dell'Europa e insieme dunque la complessità della sua storia e del suo percorso di autocomprensione. Su tali temi mi sia consentito rinviare a asero, “Desiderai essere un cittadino”. Globalizzazione dei diritti e cittadinanza europea. Brevi riflessioni sul tema a margine del Trattato di Lisbona, in I quaderni europei (serie Scienze giuridiche), luglio 2009/n. 1, p. 11-42.

[29] Come ampiamente noto, la Conferenza dei sei Ministri degli Esteri degli Stati membri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) dell’1 e 2 giugno 1955 fu promossa dal Ministro degli Esteri italiano, G. Martino, per superare l’impasse determinata dal fallimento della Comunità europea di difesa (CED) a seguito del voto contrario dell’Assemblea nazionale francese del 30 agosto 1954 e del conseguente epilogo del sogno di una Comunità politica europea (CEP). La Conferenza trovava peraltro sostegno nella decisione dei governi del Benelux di rilanciare l’integrazione europea attraverso la declinazione della stessa sul piano economico; in tale quadro, gli incontri di Messina e Taormina condussero a muovere attraverso la riapertura del dialogo i passi decisivi ad uscire dal periodo di crisi e giungere all’avvio dei negoziati dei Trattati di Roma del 25 marzo 1957.

[30] Temi sui quali torna il Presidente Juncker nel discorso sullo stato dell’Unione per il 2017, particolarmente alla priorità 5, relativa ad una “Unione economica e monetaria più profonda e più equa”, priorità nella quale il Presidente della Commissione europea elenca alcune iniziative da avviare e/o completare entro la fine del 2018, e tra queste: il Pacchetto Unione economica e monetaria, che contiene proposte intese a: trasformare il meccanismo europeo di stabilità in un fondo monetario europeo; creare nel bilancio dell’Unione un’apposita linea di bilancio per la zona euro che ricomprenda […] 4) uno strumento di convergenza per … integrare nel diritto UE la sostanza del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria  facendo uso dell’adeguata flessibilità insita  nel patto di stabilità e crescita e identificata dalla Commissione sin dal gennaio 2015.

Proclamazione da parte delle istituzioni UE del pilastro europeo dei diritti sociali in esito al vertice sociale di Göteborg, in https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/state-union-2017-brochure_it.pdf, pag. 29.

[31] Per la lettura di questa e le altre priorità si veda: https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/state-union-2017-brochure_it.pdf, pp. 26-32, in particolare p. 31. Quanto agli investimenti, l’ipotesi di costituire un fondo fiduciario dell’Unione europea di emergenza per l’Africa, per quanto dotato di un budget di quasi tre miliardi di euro per la lotta alla povertà, non è sembrato sino ad oggi in grado di conseguire l’obiettivo dichiarato di affrontare le ʻcause profonde delle migrazioniʼ; secondo quanto ha denunciato il rapporto presentato da Global Health Advocates, una organizzazione non governativa particolarmente impegnata nella formulazione e nell’attuazione di efficaci politiche pubbliche di contrasto alle malattie, sarebbe stata infatti accertata la mancanza di trasparenza nella gestione dei fondi sopraddetti, ed in particolare: «nessun bando pubblico per l’assegnazione dei fondi, mancanza di informazioni sui criteri per la partecipazione ai progetti, assenza di dialogo con istituzioni del territorio con esiti addirittura dannosi sull’economia locale, rafforzamento nei paesi beneficiari del budget della difesa a discapito di quelli per l’istruzione e la salute», in Trust fund Africa: fondi per lo sviluppo usati in modo opaco e dannoso, in La Repubblica on line, 11 settembre 2017,  http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2017/09/11/news/trust_fund_africa_fondi_per_lo_sviluppo_usati_in_modo_opaco_e_dannoso_-175223322/ . Degli scorsi giorni è invece l’affermazione del Presidente del Parlamento europeo di un piano Marshall per l’Africa da parte dell’Europa, con lo stanziamento in bilancio di 40 miliardi di euro, in Ansamed, Tajani a Tunisi: rafforzare cooperazione UE-Tunisia-Africa, in http://www6.ansa.it/ansamed/it/notizie/stati/tunisia/2017/10/30/tajani-a-tunisirafforzare-cooperazione-ue-tunisia-africa_99ef49b4-23eb-468c-9624-a46e3aabfe51.html

[32] La sorprendente classifica delle chiavi di ricerca utilizzate in Gran Bretagna subito dopo i risultati del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea è riportata su un articolo del 24 giugno apparso nella edizione on line del quotidiano Repubblica, Brexit, dopo i risultati in GB picco di ricerche su google: ʻChe cos’è l’UE?ʼ, in http://www.repubblica.it/tecnologia/2016/06/24/news/brexit_dopo_i_risultati_in_uk_e_boom_di_ricerche_su_google_che_cos_e_l_ue_-142758444 .

[33] Osserva ancora Papa Francesco con parole che possono meglio di ogni altra rappresentare lo sviluppo ultimo, anche in senso metafisico, del discorso che sin qui si è inteso accennare: «Oggi tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali, dal Polo Nord al Mare Mediterraneo, non può permettersi di mancare l’opportunità di essere anzitutto un luogo di dialogo, sincero e costruttivo allo stesso tempo, in cui tutti i protagonisti hanno pari dignità. Siamo chiamati a edificare un’Europa nella quale ci si possa incontrare e confrontare a tutti i livelli, in un certo senso come lo era l’agorà antica. Tale era infatti la piazza della polis. Non solo spazio di scambio economico, ma anche cuore nevralgico della politica, sede in cui si elaboravano le leggi per il benessere di tutti; luogo in cui si affacciava il tempio così che alla dimensione orizzontale della vita quotidiana non mancasse mai il respiro trascendente che fa guardare oltre l’effimero, il passeggero e il provvisorio», in Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla conferenza “(Re)thinking Europe”, cit.

[34] tito livio, Ab urbe condita, II, 32: … Al tempo in cui nell'uomo le membra non costituivano ancora un tutt’uno, ma ciascuna di esse possedeva una propria autonomia ed un peculiare linguaggio, tutte le altre parti s'indignarono di dover provvedere, con la propria fatica ed il proprio lavoro, al ventre, mentre questo, placido nel mezzo, di null'altro si pasceva che dei godimenti che gli venivano forniti: di qui, s'accordarono che le mani non recassero il nutrimento alla bocca, né la bocca accogliesse quanto veniva introdotto al suo interno, né i denti masticassero quel che ricevevano. A causa di questa iracondia, mentre intendevano vincere il ventre per la fame, le stesse membra, una ad una, nonché il corpo tutto erano giunti ad un estremo deperimento. Pertanto, apparve chiaro a ciascuno che il compito del ventre non era certo riposante, consisteva cioè nel nutrirsi non più di quanto lo nutrivano, restituendo in tutte le parti del corpo ciò del quale viviamo e dal quale traiamo vigore, ovvero il sangue, suddiviso equamente nelle vene, arricchito dal nutrimento assorbito.

 

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