IL DIRITTO A LIBERE ELEZIONI E LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO, CUSTODE DEI REGIMI DEMOCRATICI EUROPEI*

  Letizia Seminara

Dottore di ricerca dell'Università Sapienza di Roma e dell'Università di Strasburgo

 Abstract: La Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato, sin dalla sua celebre sentenza Mathieu-Mohin et Clerfayt, che l’articolo 3 del primo Protocollo addizionale alla CEDU, il quale consacra il diritto a libere elezioni, riveste un’importanza capitale nel sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tale disposizione consacra, secondo la Corte, un principio caratteristico di un regime politico effettivamente democratico, quest’ultimo voluto dallo stesso Preambolo della Convezione, sul quale riposa essenzialmente la tutela delle libertà fondamentali. Il principio si rende applicabile non soltanto ai sistemi elettorali nazionali, ma anche agli organi rappresentativi sovranazionali e non puramente interni, come l’ha riconosciuto la Corte nei confronti del Parlamento europeo con occasione della sua nota sentenza Matthews. Il presente lavoro ha per scopo quello di esaminare il trattamento che la summenzionata Corte ha riservato negli anni a tale diritto, con particolare riguardo al diritto di voto, che ne è una componente essenziale, sottolineando la significazione che la sua giurisprudenza ha conferito alla serie di nozioni interdipendenti “libere elezioni – regime democratico – libertà fondamentali”. Saranno esaminati i diversi casi che hanno maggiormente contribuito a dargli una definizione ed una precisa portata, attraverso l’esame della nozione di diritto di voto, passivo e attivo, le condizioni di eleggibilità nonché l’ineleggibilità, così come contornati dalla Corte, con riferimento anche agli standard stabiliti dalla stessa in materia di sistemi elettorali. Particolare attenzione meriteranno, infine, i casi in cui, come nel caso Partito comunista russo ed altri c. Russia, la Corte ha esaminato ricorsi in cui si eccepiva la disuguale copertura mediatica che i media avevano dato ai diversi partiti politici durante la campagna elettorale.

 

Parole chiave: libere elezioni; diritto di voto; eleggibilità; articolo 3 Protocollo 1 cedu; pluralismo

 

Secondo gli enciclopedisti, il voto “è il diritto politico per eccellenza ed è strettamente legato alle nozioni di democrazia, di sovranità popolare e di cittadinanza”. Si spiega anche nelle enciclopedie, che esso esisteva anche nell’antichità e nel medioevo, ma che solo con l’affermazione del costituzionalismo moderno e del principio di uguaglianza viene accolta l’idea del voto come diritto individuale.[1] Vi è stato poi chi l’ha considerato prerogativa esclusiva del costituzionalismo. E così qualcuno ha provato, con successo, a escluderlo dal testo del progetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, essendo il diritto a libere elezioni stato aggiunto soltanto con il Primo Protocollo addizionale del 1952.

Gli argomenti sostenuti da Sir Oscar Dowson, rappresentante del Regno Unito, per escludere tale riferimento dal testo della Convenzione (trattato internazionale) sono stati avanzati nell’emendamento che egli aveva proposto nei seguenti termini: “The United Kingdom Government desires the deletion of that part of this Article which includes the undertakings regarding machinery of elections and the right of political opposition. It may be explained that the proposals in this Article relating to those matters, are of a constitutional and political character, and, in the view of the United Kingdom Government, are not appropriate for inclusion within the proposed Convention. The practical difficulties which would be raised by the inclusion of such an Article are numerous. The following may be mentioned: a. The impossibility of reaching agreement on what precisely are the fundamental principles of democracy; b. It is probable that the suffrage is as wide in the United Kingdom as in any other country; yet even in the United Kingdom it is inaccurate to speak of the suffrage as ‘universal’. In no State is the right to vote enjoyed even by citizens without qualifications. The qualifications required differ from State to State, and it is our view that the variety of circumstances to be considered may justify the imposition of a variety of qualifications, as a condition of the exercise of suffrage; c. Universal suffrage and secret ballot cannot always and of necessity ensure that governmental action and legislation is an expression of the will of the people. The phrase used in paragraph 1 accordingly is a rather misleading over-simplification”.[2]

Conviene sottolineare, tuttavia, che gli altri membri del Comitato di esperti ai quali era stato sottoposto il progetto dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa erano, al contrario, dell’avviso che i termini ‘suffragio universale’ avessero un senso sufficientemente chiaro e preciso nei Paesi d’Europa e che gli stessi non escludessero restrizioni del diritto di voto che sono usuali, stimando anche che, sebbene il suffragio universale e segreto non fosse una garanzia assoluta della democrazia, esso costituisse tuttavia una garanzia importante degna di essere protetta dalla Convenzione.[3] Se sul piano dei principi il parere della maggioranza dei membri del Comitato di esperti poteva essere oggi molto più condivisibile, resta il fatto che, anche dopo una serie di opposizioni espresse principalmente dall’Assemblea consultiva, il rappresentante del Regno Unito l’ebbe vinta, e il diritto di voto fu escluso dal progetto di Convenzione,[4] essendo stato poi introdotto nel diritto della Convezione soltanto con il Primo Protocollo addizionale, il cui articolo 3 impegna le Alte Parti contraenti “a organizzare, a intervalli ragionevoli, libere elezioni a scrutinio segreto, in condizioni tali da assicurare la libera espressione dell’opinione del popolo sulla scelta del corpo legislativo”.

E furono necessari più di trent’anni perché, poi, nella sua celebre sentenza Mathieu-Mohin e Clerfayt c. Belgio, del 1987, chiamata a pronunciarsi per la prima volta sull’articolo 3 del Primo Protocollo addizionale, la Corte europea dei diritti dell’uomo affermasse che tale disposizione riveste nel sistema della Convenzione un’importanza capitale, poiché consacra un principio caratteristico del regime politico effettivamente democratico voluto dallo stesso Preambolo della Convenzione, sul quale riposa essenzialmente la tutela delle libertà fondamentali, precisando inoltre che la stessa enuncia dei diritti soggettivi di partecipazione, quali il diritto di voto e il diritto di candidarsi alle elezioni del corpo legislativo, quest’ultimo inteso non necessariamente come il solo Parlamento nazionale, ma interpretato anche in funzione della struttura costituzionale dello Stato in causa.[5]

Già nella stessa sentenza, la Corte aveva anche ammesso che i diritti in questione non sono assoluti e che delle “limitazioni implicite” possono esservi apportate, gli Stati potendo, nei loro rispettivi ordinamenti interni, circondare il diritto di voto e di eleggibilità da condizioni alle quali l’articolo 3 del Primo Protocollo non pone in principio ostacoli, purché tali condizioni non diminuiscano i diritti in questione al punto di toccarli nella loro stessa sostanza e privarli della loro effettività, perseguano uno scopo legittimo e sempre che i mezzi impiegati non si rivelino sproporzionati. Specialmente, tali limitazioni, non devono, secondo la Corte, contrastare la libera espressione dell’opinione del popolo sulla scelta del corpo legislativo.[6]

La stessa Corte ha ripetutamente osservato che, in materia, gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento, anche se spetta alla Corte di statuire in ultima istanza sul rispetto delle summenzionate esigenze.[7] Tale margine di apprezzamento, e ciò indipendentemente dalle statuizioni fatte dalla Corte nella sua giurisprudenza, sembra ridursi notevolmente nei casi in cui la Corte rileva che vi è una reale minaccia per la vigenza del regime democratico in questione. E la Corte, in questo senso, si è eretta in qualche modo, in custode delle democrazie europee, per via della sua funzione di garante dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Orbene, nell’era globalizzata, la quale ha dato luogo alla formazione di una società civile i cui poteri sono tanto o più importanti di quelli appartenenti allo Stato, tali minacce possono derivare non soltanto da misure di restrizione delle pubbliche istituzioni (1) ma anche da situazioni create dai privati, i quali hanno acquisito negli ultimi anni, e specialmente attraverso lo sviluppo delle tecnologie di comunicazione, un ruolo altrettanto determinante per il normale esercizio del diritto di voto attivo e passivo. Il diritto a libere elezioni va, nell’era della globalizzazione, dunque, re-interpretato e garantito, non soltanto nei confronti degli atti delle pubbliche istituzioni, ma anche con riguardo alle azioni dei privati, e ciò con particolare riferimento agli obblighi posti sugli Stati i quali devono, di conformità con l’articolo 3 del Primo Protocollo, organizzare libere elezioni in condizioni tali da assicurare la libera espressione dell’opinione del popolo. È possibile operare una tale re-interpretazione del diritto a libere elezioni nel contesto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo poiché, come l’ha riconosciuto la Corte europea dei diritti dell’uomo, l’articolo 3 del Primo Protocollo, pone a carico dello Stato non soltanto obblighi negativi, ma anche degli obblighi positivi per organizzare delle elezioni democratiche,[8] obblighi che, come è risaputo, si traducono talvolta, secondo la giurisprudenza costante della Corte, nell’obbligo degli Stati di adottare delle misure anche in relazione alle azioni dei privati, al fine di evitare che delle interferenze illegittime da parte di quest’ultimi vengano apportate ai diritti garantiti dalla Convenzione (2).

 

1. Il diritto di voto dinanzi alle pubbliche istituzioni

 

Nel diritto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il voto si pone, in primo luogo (ma non solo) come diritto suscettibile di essere rivendicato nei confronti dello Stato, il quale è obbligato “a organizzare, a intervalli ragionevoli, libere elezioni a scrutinio segreto, in condizioni tali da assicurare la libera espressione dell’opinione del popolo sulla scelta del corpo legislativo”. In questo senso, il diritto di voto si colloca come diritto reclamabile dinanzi alle pubbliche istituzioni, le quali esercitano la loro autorità sulla base della sovranità popolare. L’esercizio di tale sovranità è dunque legittimato dal fatto che esso deriva dalla libera espressione dell’opinione del popolo, e soltanto in tale misura esso è legittimo. Il voto è, dunque, fattore di legittimazione del regime democratico, ma allo stesso tempo, in quanto diritto fondamentale, fattore di limitazione dell’esercizio del potere da parte delle pubbliche autorità. Quest’ultimo, in effetti, può espletarsi –apportando se del caso delle restrizioni a tale diritto- soltanto a condizione che determinate esigenze vengano rispettate. Esigenze che vengono definite dagli stessi Stati nell’esercizio della loro sovranità anche, come nel caso della cedu, a livello convenzionale, e cioè, internazionale.[9] Le libere elezioni legittimano dunque il regime democratico, e questo è limitato a sua volta dalle esigenze di tutela dei diritti fondamentali. I tre concetti costituiscono dunque una serie di nozioni interdipendenti di cui conviene occuparsi.

 

1.1. Il diritto di voto nella serie di nozioni interdipendenti libere elezioni – regime democratico – libertà fondamentali

 

La collocazione che il diritto di voto trova nella serie di nozioni concatenate libere elezioni, regime democratico e libertà fondamentali, è stata illustrata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo già nella citata sentenza Mathieu-Mohin e Clerfayt, in cui si è precisato che il diritto a libere elezioni, il quale comprende il diritto di voto attivo e passivo, consacra un principio caratteristico del regime politico effettivamente democratico voluto dal Preambolo della Convenzione, e che su tale regime riposa essenzialmente la tutela delle libertà fondamentali. Tale rapporto di interdipendenza è stato poi ribadito nel più recente caso Ždanoka c. Lettonia, nel quale la Corte ha ricordato non solo che la democrazia rappresenta un elemento fondamentale dell’ordine pubblico europeo, ciò che scaturisce dal Preambolo della Convenzione, il quale stabilisce un vincolo molto chiaro tra la Convenzione e la democrazia, ma anche che la Convenzione è destinata a salvaguardare gli ideali e i valori di una società democratica.[10]

I diritti garantiti dall’articolo 3 del Primo Protocollo si inseriscono poi in questa serie di concetti, dal momento in cui la Corte li ritiene “cruciali per l’instaurazione e la preservazione delle basi di una vera democrazia retta dalla preminenza del diritto”,[11] ma anche perché, come è stato osservato, la protezione dei diritti dell’uomo generalmente dipende dalle libere ed eque elezioni, poiché è il governo così costituito che avrà la responsabilità di rispettare gli obblighi nazionali ed internazionali in questo ambito.[12]

Ciò non significa che spetta alla Corte europea dei diritti dell’uomo il compito di determinare, al posto degli Stati, quale sistema elettorale debbano adottare. Nel già citato caso Mathieu-Mohin e Clerfayt, la Corte ha infatti precisato che l’articolo 3 non ingenera l’obbligo di introdurre un sistema elettorale determinato, come il proporzionale o il voto maggioritario a uno o due turni. La Corte riconosce, anche lì, un ampio margine di manovra degli Stati “tenuto conto della diversità nello spazio e della variabilità nel tempo, delle loro leggi in materia[13] e comprende la difficoltà nella quale si trovano gli Stati nell’optare per l’uno o l’altro sistema, poiché la stessa Corte ha riconosciuto che i sistemi elettorali “cercano di rispondere a degli obiettivi talvolta poco compatibili tra di essi: da un lato, quello di riflettere in modo approssimativamente fedele le opinioni del popolo, dall’altro, quello di canalizzare le correnti di pensiero per favorire la formazione di una volontà politica di una coerenza e di una chiarezza sufficienti”.[14] Come l’osserva M. O’Boyle, l’approccio della Corte rivela una certa cauzione o prudenza nell’imporre un punto di vista su come l’ordine costituzionale nazionale debba funzionare, al posto di quello scelto dal popolo attraverso le istituzioni nazionali.[15]

Ogni sistema elettorale deve essere valutato, dunque, “alla luce dell’evoluzione politica del Paese, in modo che dettagli inaccettabili nel contesto di un sistema determinato possono giustificarsi in quello di un altro purché il sistema adottato risponda a condizioni che assicurino ‘la libera espressione dell’opinione del popolo sulla scelta del corpo legislativo’”.[16] Tale approccio ‘a geometria variabile’ che ammette differenti gradi di evoluzione tra i diversi sistemi elettorali, è stato particolarmente seguito con l’ingresso delle nuove democrazie europee dell’Europa centrale e orientale nel Consiglio d’Europa, nei confronti delle quali la Corte ha posto delle esigenze specifiche che non si sono rivelate necessarie nei confronti delle più ‘vecchie’ democrazie occidentali.[17] D’altra parte, il principio è stato ribadito anche in occasioni in cui, come nel caso Hirst c. Regno Unito (n. 2), la Corte ha dovuto valutare le ‘specificità’ di alcuni regimi democratici dell’Europa occidentale, riconoscendo che “esistono numerosi modi di organizzare e di far funzionare i sistemi elettorali e una moltitudine di differenze in seno all’Europa principalmente nell’evoluzione storica, nella diversità culturale e nel pensiero politico, che spetta ad ogni Stato contraente di incorporare nella sua propria visione della democrazia”, ma ponendo dei precisi limiti pur sempre entro ampi margini di manovra, tra cui nel caso di specie, l’universalità del suffragio dal quale scaturisce il divieto di esclusioni generali ed automatiche dal voto per determinate categorie di individui, nella specie quella dei carcerati.[18]

E anche in tale contesto cui tiene conto dei diversi gradi di evoluzione dei sistemi, la Corte ha precisato, riferendosi al Parlamento europeo nel suo celebre caso Matthews c. Regno Unito, che dal momento in cui gli Stati contraenti organizzano strutture comuni o parlamentari attraverso trattati internazionali, la Corte deve tener conto di tali cambiamenti strutturali reciprocamente accordati per interpretare la Convenzione e i suoi Protocolli.[19] Escludere dunque il Parlamento europeo dalla sfera di applicazione dell’articolo 3 del Primo Protocollo sulla base dell’argomento che si tratti di un organo sovranazionale avrebbe rischiato, per la Corte, di compromettere uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali un regime effettivamente democratico può essere preservato.[20] Ciò che ha portato la Corte a considerare che il Parlamento europeo rappresenta la principale forma di responsabilità politica democratica nel sistema comunitario e che deve essere visto come la parte della struttura comunitaria che meglio riflette un effettivo regime politico democratico,[21] considerandolo, dunque, un corpo legislativo ai sensi dell’articolo 3 del Primo Protocollo.

In tale sistema la Corte si erige dunque in custode dei regimi democratici europei, ponendo come limite per l’espletamento dei poteri pubblici in questo ambito, la salvaguardia del pluralismo politico tanto caro ai regimi democratici e, di conseguenza, anche alla tutela dei diritti fondamentali. Orbene, tale ruolo di guardiano delle democrazie europee implica anche l’ammissione, da parte della Corte, che delle restrizioni a tale diritto possano essere legittime, ma a condizione che determinate esigenze vengano rispettate. La Corte veglia, in ultima istanza, sul rispetto di tali esigenze.

 

1.2. Le limitazioni all’esercizio del diritto di voto e le condizioni delle restrizioni: i limiti del pluralismo politico

 

Il contesto in cui si realizza pienamente un regime effettivamente democratico è dunque quello dell’universalità del suffragio, il quale è ormai per la Corte, come l’ha stabilito nella sentenza Hirst c. Regno Unito (n. 2), il “principio di riferimento”.[22] Delle condizioni possono essere tuttavia stabilite per l’esercizio del diritto di voto attivo e passivo, e in questo senso la Corte ha ammesso che dei requisiti di età, di cittadinanza o di residenza, possano essere applicati dagli Stati,[23] i quali devono però conciliarsi con i principi sottostanti all’articolo 3 del Primo Protocollo, poiché, come l’ha affermato la Corte, ogni derogazione al principio di suffragio universale rischia di minare la validità democratica del corpo legislativo eletto e delle leggi da esso promulgate.[24] Spetta alla Corte, “in ultima istanza di statuire sull’osservanza delle esigenze del Protocollo n. 1”,[25] ed attraverso un tale controllo di ultima salvaguardia la Corte procede ad una sorta di costruzione di un “vero ordine democratico europeo”.[26]

Orbene, se il margine di manovra degli Stati è ampio in materia, lo stesso non è tuttavia illimitato. La Corte non infierisce dunque sulla scelta del sistema politico degli Stati e lascia un ampio margine di manovra nel porre delle condizioni per l’esercizio dei diritti sanciti dall’articolo 3 del Primo Protocollo, ma vigila sul rispetto delle esigenze stabilite da tale disposizione e, nel valutare una restrizione posta a tali diritti, tiene conto soprattutto di due criteri: da una parte, la Corte verifica se vi è stato un atto arbitrario; dall’altra, valuta se tale restrizione ha pregiudicato la libera espressione dell’opinione del popolo.[27] In alcune recenti sentenze la Corte si è inoltre riferita alla necessità della legalità di tali limitazioni.[28]

I limiti, come la Corte l’ha dimostrato, sono quelli posti dalla vigenza del pluralismo politico. Nel caso Saccomanno e altri c. Italia, ad esempio, in nome dell’ampio margine di manovra dello Stato interessato, la Corte, dichiarando il ricorso inammissibile, si è rifiutata di pronunciarsi sul sistema di “liste bloccate” che non permetteva ai ricorrenti di esprimere una preferenza per un determinato candidato alle elezioni legislative.[29] Tuttavia, se le restrizioni applicate sono tali da pregiudicare il regime pluralista democratico dello Stato in causa, la Corte le respinge, perché, come è stato osservato dalla dottrina, l’esigenza del pluralismo politico la costringe anche a controllare il regime istituzionale della società democratica.[30] Di conseguenza, non sono ammesse, ad esempio, le restrizioni basate sull’origine nazionale[31] o sul solo fatto che il candidato possieda la doppia nazionalità.[32] Occorre precisare che la Corte ha ritenuto nel caso Melnitchenko c. Ucraina che, sebbene gli Stati dispongano di un ampio margine di apprezzamento per stabilire delle condizioni di eleggibilità in abstracto, il principio di effettività dei diritti esige che la procedura che permette di determinare l’eleggibilità sia accompagnata da garanzie sufficienti per evitare gli atti arbitrari.[33]

Anche l’esclusione dal mandato parlamentario costituisce talvolta una restrizione del diritto di voto, la quale comporterà una violazione della Convenzione ogniqualvolta non sia proporzionata ad uno scopo legittimo, come è accaduto, ad esempio, nel recente caso Partito per una società democratica (DTP) e altri c. Turchia.[34] Tale esclusione risulta, in effetti, talvolta incompatibile con la sostanza stessa del diritto di essere eletto e di esercitare il proprio mandato, riconosciuto dall’articolo 3 del Protocollo n. 1, e pregiudica il potere sovrano dell’elettorato che ha eletto tale deputato.[35] Quanto a tale potere sovrano dell’elettorato, la Corte ha precisato nel caso Riza e altri c. Bulgaria, che il diritto elettorale attivo non si limita unicamente agli atti consistenti nella scelta del candidato favorito, nella segretezza della cabina elettorale, ed a immettere la propria scheda nell’urna, ma implica ugualmente la possibilità per ogni votante di vedere il suo voto influire sulla composizione del corpo legislativo, a condizione che le regole stabilite dalla legislazione elettorale siano rispettate. Secondo la Corte, ammettere il contrario porterebbe a svuotare della sua sostanza il diritto di votare, il processo elettorale e l’ordine democratico stesso.[36]

Ne è un altro chiaro esempio dei limiti ammissibili in materia, tenendo anche conto dei diversi gradi di evoluzione dei sistemi elettorali, la recente sentenza Šlaku v. Bosnia and Herzegovina, nella quale la Corte si è pronunciata sulle disposizioni della Costituzione secondo cui solo le persone che dichiaravano affiliazione al “popolo costituente”, cioè le persone che dichiaravano affiliazione con i bosniaci, croati e serbi, erano ammessi a candidarsi alle elezioni del Parlamento e della Presidenza di Bosnia e Erzegovina. Nella specie, la Corte ha ritenuto che, sebbene le disposizioni costituzionali impugnate fossero state adottate per porre fine ad un brutale conflitto marcato dal genocidio e dalla ‘pulizia etnica’ tale da rendere necessaria l’approvazione di tali disposizioni per assicurare la pace, ora, più di diciotto anni dopo la fine del tragico conflitto che interessò tale Paese, non vi era più ragione per mantenere le contestate disposizioni costituzionali, auspicandosi, in applicazione dell’articolo 46 della Convenzione, che delle modifiche democratiche fossero fatte al più breve.[37]

Tuttavia, anche il pluralismo politico trova dei limiti, e la Corte li consente al fine di proteggere la democrazia da atti che tendano a distruggerla. Già nella citata sentenza Hirst, i giudici di Strasburgo avevano ricordato che tale standard di tolleranza non impedisce ad una società democratica di adottare delle misure per proteggersi da attività che mirano a distruggere i diritti e le libertà sanciti dalla Convenzione. L’articolo 3 non impedisce dunque che delle restrizioni siano apportate ai diritti elettorali di un individuo che ha, ad esempio, abusato di una posizione pubblica o la cui condotta abbia minacciato di compromettere lo stato di diritto o le basi della democrazia.[38]

Tale principio è valutato dalla Corte alla luce degli specifici problemi che ogni regime democratico trova nel proprio ordinamento interno. Così, nel citato caso Ždanoka, la Corte ha considerato che la misura legislativa la quale impediva al ricorrente di candidarsi alle elezioni del Parlamento lettone perché aveva partecipato attivamente alle attività del partito comunista che aveva organizzato e orchestrato un colpo di Stato, non era arbitraria o sproporzionata, non rilevando quindi una violazione del diritto a libere elezioni, ma i giudici di Strasburgo circoscrivono tale valutazione ad un singolo sistema politico precisando che, se tale restrizione non può essere assolutamente ammessa nel contesto di un sistema politico determinato come quello di un Paese che si è dotato di un quadro stabile di istituzioni democratiche da decine di anni o da diversi secoli, la stessa può essere ritenuta accettabile in Lettonia, tenuto conto del contesto storico-politico che ha portato alla sua adozione e della minaccia che rappresenta per il nuovo ordine democratico il risorgimento di idee che rischierebbero di condurre alla restaurazione di un regime totalitario, se si lasciasse che queste guadagnassero terreno. Misura che, tuttavia –aggiunge la Corte- deve fare l’oggetto di un seguimento costante e alla quale si deve mettere termine a breve.[39]

In effetti, la protezione dell’ordine democratico è per la Corte, come l’ha stabilito nel caso Etxeberria e altri c. Spagna, un obiettivo legittimo per la restrizione del diritto di voto, ma occorre inoltre, che al fine di essere conforme alla Convenzione, tale limitazione sia proporzionata a detto scopo. Nella specie, le autorità spagnole avevano annullato le candidature dei ricorrenti i quali intendevano proseguire le attività di Batasuna e Erri Batasuna, disciolti precedentemente in ragione del loro sostegno alla violenza e alle attività dell’organizzazione terrorista eta.[40] Nella specie la Corte ha notato che “il contesto politico esistente in Spagna, vale a dire la presenza di partiti politici indipendentisti negli organi di governo di alcune comunità autonome e in particolare nel Paese basco, testimonia che la misura contestata non rispondeva a una volontà di vietare ogni manifestazione di idee separatiste” e, ricordando la sua giurisprudenza, secondo cui “l’espressione di punti di vista separatisti non implica di per sé una minaccia all’integrità territoriale dello Stato e alla sicurezza nazionale”, ha ritenuto che tale giurisprudenza sia stata nel caso di specie rispettata, concludendo che la restrizione in questione fosse proporzionata al legittimo scopo perseguito e che, in assenza di arbitrio, essa non ha violato la libera espressione dell’opinione del popolo”, senza che vi sia stata violazione dell’articolo 3 del Primo Protocollo.[41]

 

2. Il diritto di voto dinanzi agli atti dei privati

 

In un’era globalizzata nella quale la società civile ha acquisito più che mai un ruolo determinante per l’andamento dei regimi democratici e per il rispetto dei diritti dell’uomo,[42] la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto, come d’altronde l’ha fatto costantemente dal caso X. e Y. c. Paesi Bassi,[43] che gli Stati devono assicurare una protezione concreta ed effettiva dei diritti garantiti dalla Convenzione e i suoi Protocolli, anche dinanzi agli atti dei privati. Sul rapporto tra democrazia e obblighi positivi, è stato affermato che un governo che si definisce democratico avrà, in relazione ai diritti umani fondamentali, obblighi di non facere e obblighi di facere.[44] In particolare, con riguardo al diritto a libere elezioni, la Corte ha ribadito nel caso Mathieu-Mohin e Clerfayt, che si trova a carico dello Stato, un obbligo di adottare misure positive per ‘organizzare’ elezioni democratiche.[45]

Orbene, è stato osservato con accortezza che, in materia, la Corte sarebbe dinanzi alla possibilità di una graduale espansione della portata delle garanzie offerte dall’articolo 3 del Primo Protocollo, includendo, tra l’altro, il processo elettorale in un senso più ampio che comprenda, in particolare, la campagna pre-elettorale nei media e lo statuto legale dei partiti politici nell’area di controllo europeo.[46] Una tale espansione della portata del diritto a libere elezioni, situata nel contesto dell’era della globalizzazione, dovrebbe portare a tener sempre più presenti gli obblighi positivi che pesano sugli Stati in questa materia e, in particolare, quelli che si pongono, secondo la giurisprudenza costante della Corte, nei confronti degli Stati anche con riguardo alle azioni dei privati. Il diritto a libere elezioni va dunque riesaminato anche in tale chiave, e cioè, quella delle interazioni tra gli eleggibili e privati e tra gli stessi elettori o candidati, e degli obblighi che, a partire da tali interazioni, possano sorgere per gli Stati, i quali sono tenuti ad assicurare una protezione concreta ed effettiva del diritto di voto.

 

2.1. Le interazioni tra eleggibili e i privati

 

Le interazioni tra eleggibili e privati, comprese le corporazioni societarie, sono state oggetto di esame soprattutto nei casi riguardanti il finanziamento dei partiti politici e la copertura mediatica delle campagne elettorali. In materia di finanziamenti, tuttavia, nel caso Partito nazionalista basco – Organizzazione regionale di Iparralde c. Francia, la Corte ha evitato di pronunciarsi sull’articolo 3 del Primo Protocollo, esaminando il caso dal punto di vista della libertà di associazione, tutelata dall’articolo 11 della Convenzione.[47] Più avanti, nel caso Ekoglasnost c. Bulgaria, la Corte ha ammesso che la misura in questione, la quale, tendeva ad “assicurare la trasparenza del finanziamento dei partiti politici, ciò che riveste un’importanza fondamentale per il buon funzionamento di ogni sistema democratico”, non oltrepassava il margine di manovra di cui godeva lo Stato, ammettendo che si potesse dunque apportare una limitazione all’articolo 3 del Primo Protocollo, dunque, in questo ambito, al fine di garantire tale trasparenza.[48]

La questione si è posta anche, notevolmente, nell’ambito del ruolo che i privati ricoprono nella copertura mediatica delle campagne elettorali. In tali casi, i ricorrenti lamentavano il trattamento che i media avevano riservato loro durante la campagna elettorale. Già nel caso Partito «Jaunie Demokrāti» e Partito «Mūsu Zeme» c. Lettonia, facendo riferimento ad alcune decisioni della Commissione, la Corte aveva ammesso che potrebbe effettivamente porsi un problema se in circostanze eccezionali, ad esempio, in periodo elettorale, si rifiutasse ad un partito politico ogni specie di possibilità di emissioni, mentre ad altri partiti si accordasse del tempo di antenna.[49]

Ma è nel caso Partito comunista di Russia e altri c. Russia che, più che la decisione della Corte, risultano soprattutto rilevanti gli argomenti dei ricorrenti, i quali non vengono, in abstracto, ma soltanto nei fatti, smentiti dalla Corte. Infatti, questi lamentavano che la copertura dei media nelle elezioni del 2003 era stata viziata, che la stessa era stata sfavorevole ai partiti e ai candidati di opposizione, considerando che, a causa dell’ineguale copertura mediatica, le elezioni non erano state ‘libere’ e dunque incompatibili con l’articolo 3 del Primo Protocollo. I ricorrenti arguivano che tale disposizione faceva implicitamente pesare sul Governo un obbligo di adottare misure positive per assicurare la libera espressione dell’opinione del popolo’ attraverso una copertura equa, ritenendo che in determinate circostanze l’adozione di misure restrittive sulla libertà di espressione poteva essere considerata necessaria durante un periodo elettorale al fine di assicurare la libera espressione dell’opinione del popolo nella scelta della legislatura.[50]

Orbene, al di là della conclusione della Corte nel caso citato, è dato rilevante che i giudici di Strasburgo si siano posti la domanda se, nella specie, lo Stato fosse tenuto ad un obbligo positivo derivato dall’articolo 3 del Primo Protocollo per assicurare che la copertura mediatica da parte dei mass media (seppur controllati dallo Stato) fosse bilanciata e compatibile con lo spirito delle libere elezioni, anche se alcuna prova diretta di manipolazione deliberata non era stata trovata, e che la Corte abbia infine accettato di addentrarsi nella questione, al fine di valutare se tale obbligo positivo fosse stato nella specie adempiuto. Due sono i criteri di valutazione che la Corte ha deciso di utilizzare per rispondere a tale domanda: l’ampio margine di manovra degli Stati e il principio secondo cui lo Stato è soltanto obbligato ad adottare le misure che sono “ragionevolmente disponibili”.[51] Importante è anche il fatto che la Corte abbia precisato che pesava sullo Stato “un obbligo di intervenire al fine di aprire i media a differenti punti di vista”,[52] questione che, sebbene si fosse già posta in relazione alla libertà di espressione, si proponeva ora con riguardo al diritto a libere elezioni. La conclusione della Corte nel caso, altro non fa che confermare tale obbligo nei confronti dello Stato, poiché, nel decidere che nella specie lo Stato non avesse inadempiuto tale obbligo, essa non nega la presenza di quest’ultimo nel diritto della Convenzione.[53]

 

2.2. Le interazioni tra gli elettori o tra i candidati

 

Può accadere inoltre che delle azioni tendenti a limitare l’esercizio del diritto di voto siano anche effettuate da parte dei privati nei confronti degli elettori, e non soltanto nei confronti dei candidati. Nel caso Namat Aliyev c. Azerbaijan, il ricorrente allegava che i sostenitori di uno dei candidati avevano intimidito i votanti e tentato di influire sul loro voto nei pressi dei seggi elettorali, tra altre irregolarità. Nella specie la Corte ha considerato che, per garantire l’adempimento dell’obbligo positivo scaturito dall’articolo 3 del Primo Protocollo di organizzare libere elezioni, le corti interne, chiamate a decidere sugli arguibili reclami di irregolarità delle elezioni, avrebbero dovuto reagire adottando delle misure ragionevoli per investigare sulle allegate irregolarità senza imporre barriere irragionevoli ed eccessivamente rigorose al ricorrente. I giudici di Strasburgo hanno ribadito gli obblighi positivi che pesano sugli Stati in questa materia, sottolineando che ciò che era in gioco in tali procedimenti era non solo l’allegata violazione dei diritti individuali del ricorrente, ma anche, più genericamente, l’adempimento da parte dello Stato del suo dovere positivo di organizzare libere ed eque elezioni.[54] Dinanzi alle azioni dei privati, l’obbligo dello Stato di organizzare libere elezioni implica, dunque, anche quello di indagare sulle ragionevoli proteste di irregolarità anche qualora tali irregolarità provenissero dalle azioni dei privati.

Risulta difficile determinare in tale contesto, quale sia la portata dell’obbligo che pesa sullo Stato nel caso di interazioni tra gli individui che interferiscano con l’organizzazione democratica delle elezioni. La Corte non si è pronunciata in modo decisivo sull’argomento ma piuttosto attraverso dei casi isolati. Nel caso Atakishi c. Azerbaijan, ad esempio, uno dei candidati era stato squalificato dalle elezioni sulla base delle disposizioni del codice elettorale che prevedeva tale misura in caso di ricorso a mezzi scorretti e illegittimi nel condurre le campagne elettorali e guadagnare i voti degli elettori (definito come ‘abuso del diritto di fare campagna elettorale’). Nella specie, la Corte ha accettato l’argomento del Governo azero tendente a ritenere che le condizioni fissate per tale restrizione, così come determinate dal codice elettorale, perseguivano lo scopo legittimo di assicurare eque e corrette condizioni per tutti i candidati nella campagna elettorale e di assicurare che le elezioni fossero tenute di conformità con gli standard democratici,[55] ed ha esaminato in seguito se tale misura fosse stata arbitraria o sproporzionata. Nel farlo, la Corte ha precisato che “al fine di evitare la squalificazione arbitraria di candidati, le procedure interne rilevanti devono contenere garanzie sufficienti per proteggere i candidati dagli abusi e da allegazioni infondate di condotte elettorali scorrette, e che le decisioni sulla squalificazione devono essere basate su prove attendibili, rilevanti e sufficienti di tale condotta scorretta”.[56] Nel caso di specie, il candidato era stato squalificato per aver corrotto i votanti, e per aver insultato il suo opponente e interrotto il suo comizio, accuse che erano state avanzate dall’opponente del candidato squalificato e dai suoi sostenitori e che, secondo la Corte, si rivelavano tuttavia basate su prove irrilevanti, insufficienti e che erano state inadeguatamente esaminate, mancando inoltre un ragionamento giuridico delle corti interne. Nella specie la Corte ha notato inoltre che, al candidato squalificato, non erano state offerte sufficienti garanzie contro le decisioni arbitrarie e che alle decisioni interne mancava un ragionamento giuridico e si rivelavano arbitrarie. Ragioni che furono sufficienti (deficienze delle prove, mancanza di garanzie e di ragionamento giuridico) per ritenere che il candidato era stato illegittimamente squalificato dalle elezioni.[57]

Il principio finora stabilito dalla Corte in questo particolare ambito sembra indirizzarsi verso l’obbligo posto a carico degli Stati di intervenire in caso di proteste da parte dei candidati, consistente nell’obbligo di indagare su tali contestazioni attraverso delle procedure che offrano sufficienti garanzie, anche al candidato accusato, le quali comprendano una valutazione adeguata delle prove, delle garanzie legali offerte ai candidati, ai quali deve essere concessa la possibilità del discarico, e una decisione basata su ragionamenti giuridici validi da parte delle autorità interne.



* Si pubblica l’intervento che sarà presentato per il III Convegno internazionale “Sovranità e rappresentanza: il costituzionalismo nell’era della globalizzazione”, che si terrà il 5, 6 e 7 dicembre all’Università di Catania.

[1] Cfr. Voce “Diritto di voto” nell’Enciclopedia Treccani.

[2] Cfr. European Court of Human Rights, Preparatory work on Article 3 of Protocol n. 1 to the European Convention on Human Rights, Information document prepared by the registry, 5 September 1986, Cour (86) 36, p. 8.

[3] Ibidem, p. 11.

[4] Forte è stata la risposta di Teitgen, il quale, una volta adottata la Convenzione, senza che alcuni diritti, tra cui il diritto a libere elezioni, fossero stati inclusi, si espresse nei termini seguenti: “Si le gouvernement de Sa Majesté britannique ne voulait, ni de la garantie du droit de propriété, ni de la garantie du droit des parents à la libre éducation de leurs enfants, ni de la garantie de libres élections, il avait au surplus un moyen élégant de s’en tirer: il n’était pas nécessaire d’opposer le veto du gouvernement britannique au sein du Comité des Ministres, il suffisait de ratifier la Convention, puis, à titre individuel, de dire, dans l’instrument de ratification, que le gouvernement de sa Majesté britannique n’acceptait pas de contrôle de la Commission en ce qui concerne le droit de propriété, le droit des parents et le droit à de libres élections. Alors on aurait su que les Britanniques, au moins, n’empêchaient pas les autres de garantir ces droits fondamentaux, qu’ils se contentaient de s’y opposer pour leur compte. Est-ce alors le scandale qu’on a voulu? Nous sommes en droit de poser la question. Elle est grave. […]”.

[5] Cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt c. Belgio, 2 marzo 1987, ricorso n. 9267/81, §46-53.

[6] Cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt, cit., §52.

[7] In primo luogo, cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt, cit., e di recente, Paunović and Milivojević, cit., §59, nella quale la Corte “riafferma che il margine di apprezzamento in questa materia è ampio”.

[8] Cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt, cit., §50.

[9] Sulla questione della legittimità democratica nel diritto internazionale, si veda Huet, Vers l’émergence d’un principe de légitimité démocratique en droit international?, in Revue trimestrielle des droits de l’homme, vol. 67, 2006, pp. 547-573.

[10] Cfr. Ždanoka c. Lettonia [GC], 16 marzo 2006, ricorso n. 58278/00, §98. Sulla sentenza, si veda, Jacquemot, Retour sur la dualité de lecture de l’arrêt Zdanoka, in Revue trimestrielle des droits de l’homme, vol. 73, 2008, pp. 195-222.

[11] Ibidem, §103.

[12] Cfr. O’Boyle, Electoral disputes and the echr: an overview, in Venice Commission, Unidem Seminar, Cancellation of election results, CDL-UD(2008)010rev, 5 December 2008, p. 13.

[13] Cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt, cit., §54.

[14] Ibidem.

[15] Cfr. O’Boyle, op. cit., p. 3.

[16] Cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt, cit., §54.

[17] Si confronti, per un esempio, il caso Occhetto c. Italia (decisione), ricorso n. 14507/07, con il recente Paunović and Milivojević c. Serbia, cit., nei quali la Corte, su un argomento molto simile qual è quello della sottoscrizione di documenti che prevedono anticipatamente la rinuncia di un candidato eletto, ha valutato in diverso modo il quadro giuridico nel quale tali rinunce anticipate possono essere ammesse, con il risultato che nel primo caso la ‘rinuncia’ è stata acconsentita dalla Corte, mentre nell’altro tale forma di ‘rinuncia’ è stata disapprovata e quindi dichiarata non conforme all’articolo 3 del Primo Protocollo.

[18] Cfr. Hirst c. Regno Unito (n. 2) [GC], 6 ottobre 2005, ricorso n. 74025/01, §61.

[19] Cfr. Matthews c. Regno Unito, 18 febbraio 1999, ricorso n. 24833/94, §39. Sulla sentenza, si veda Cohen-Jonathan, A propos de l’arrêt Matthews c. Royaume-Uni (18 février 1999), in Revue trimestrielle de droit européen, vol. 35, n. 4, 1999, pp. 637-657.

[20] Ibidem, §43-44.

[21] Ibidem, §52.

[22] Cfr. Hirst c. Regno Unito (n. 2) [GC], 6 ottobre 2005, ricorso n. 74025/01, §59. Si veda, in dottrina, sull’universalità del suffragio, Eudes, Vers l’abolition des dernières restrictions au droit de vote? Étude des frontières du corps électoral, in Revue trimestrielle des droits de l’homme, vol. 67, 2006, pp. 575-595.

[23] Cfr. Sitaropoulos e Giakoumopoulos c. Grecia [GC], 15 marzo 2012, ricorso n. 42202/07. Si veda anche l’esigenza per i candidati della conoscenza della lingua di lavoro del parlamento in Podkolzina c. Lettonia, 9 aprile 2002, ricorso n. 46726/99, anche se nella specie, la Corte ha condannato la restrizione perché l’esame al quale la candidata era stata sottoposta non rispondeva ad una condizione legale richiesta in materia di eleggibilità dei candidati.

[24] Cfr. Aziz c. Cipro, 22 giugno 2004, ricorso n. 69949/01, §28.

[25] Cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt, cit., §52.

[26] Si veda al riguardo, Natale, Le droit à des élections libres ou la construction d’un véritable ordre démocratique européen, in Revue trimestrielle des droits de l’homme, vol. 68, 2006, pp. 435-465.

[27] Cfr. Ždanoka c. Lettonia [GC], cit., §115.

[28] Si vedano, Yabloko Russian United Democratic Party and Others c. Russia, 8 novembre 2016, ricorso n. 18860/07, con riguardo alla ‘previsibilità’ giuridica della misura; Paunović and Milivojević c. Serbia, 24 maggio 2016, ricorso n. 41683/06, e in particolare, Karimov c. Azerbaijan, 25 settembre 2014, ricorso n. 12535/06, §42, nella quale la Corte ha stabilito che il principio di legalità implica per lo Stato un dovere di implementare un quadro legislativo al fine di rispettare i suoi obblighi derivati dalla Convenzione, in generale, e dall’articolo 3 del Primo Protocollo, in particolare, e di assicurare che i suoi pubblici ufficiali incaricati di eseguire tali obblighi non agiscano fuori dalla legge, ma esercitino i loro poteri di conformità con le norme giuridiche applicabili.

[29] Cfr. Saccomanno e altri c. Italia (decisione), 13 marzo 2012, ricorso n. 11583/08.

[30] Cfr. Bondia, Le Conseil de l’Europe: la société démocratique dans la Convention européenne pour la sauvegarde des droits de l’homme et des libertés fondamentales et la création d’un ordre public démocratique européen en matière de droits de l’homme, in ZanghìPanella (recherche dirigée par), Les paradigmes démocratiques et les droits de l’homme dans le bassin de la Méditerranée, Torino, 2010, p. 109.

[31] Cfr. Sejdic e Finci c. Bosnia Erzegovina [GC], 22 dicembre 2009, ricorsi n. 27996/06 e n. 34836/06; Aziz c. Cipro, cit.

[32] Cfr. Tanase c. Moldavia [GC], 27 aprile 2010, ricorso n. 7/08.

[33] Cfr. Melnitchenko c. Ucraina, 19 ottobre 2004, ricorso n. 17707/02, §59.

[34] Cfr. Partito per una società democratica (DTP) e altri c. Turchia, 12 gennaio 2016, ricorsi n. 3840/10, 3870/10, 3878/10, 15616/10, 21919/10, 39118/10 e 37272/10.

[35] Ibidem, §127.

[36] Cfr. Riza e altri c. Bulgaria, 13 ottobre 2015, ricorsi n. 48555/10 e 48377/10, §148.

[37] Cfr. Šlaku c. Bosnia e Erzegovina, 26 maggio 2016, ricorso n. 56666/12, §40. Cfr., in particolare: “[...] In view of the need to ensure effective political democracy, the Court considers that the time has come for a political system which will provide every citizen of Bosnia and Herzegovina with the right to stand for elections to the Presidency and the House of Peoples of Bosnia and Herzegovina without discrimination based on ethnic affiliation and without granting special rights for constituent people to the exclusion of minorities or citizens of Bosnia and Herzegovina”[...]. Si vedano, in precedenza, Zornić c. Bosnia e Erzegovina, 15 luglio 2014, ricorso n. 3681/06, e Sejdić and Finci c. Bosnia e Erzegovina [GC], 22 dicembre 2009, ricorsi n. 27996/06 e 34836/06.

[38] Cfr. Hirst c. Regno Unito (n. 2) [GC], cit., §71.

[39] Cfr. Ždanoka, cit., §133-136. Giova notare che la decisione non è stata presa all’unanimità, bensì da 13 voti contro 4. Si veda, in particolare, il voto parzialmente dissidente del giudice Rozakis, nel quale afferma: “L’élection de députés appelés à exprimer les attentes de leur électorat est au cœur même de la démocratie représentative, quelles que soient les opinions des intéressés, et si déplaisantes puissent-elles être pour d’autres catégories de la société. Dans un régime démocratique sain, le critère d’éligibilité ne saurait tenir à l’acceptabilité, pour le courant politique dominant, des idées exprimées par une personnalité politique, ou à la loyauté qu’elles traduisent envers l’idéologie établie de l’Etat et de la société, mais doit être déterminé par la représentativité réelle des idées de cette personnalité vis-à-vis d’un segment de la société, fût-il très petit. Dès lors, si une personnalité politique ne peut pas représenter une partie des idées de la société, ce n’est pas seulement elle-même qui en pâtit, mais également l’électorat et la démocratie”. Condivideremo tale valutazione astratta del giudice Rozakis, riportando anche la sua valutazione concreta della fattispecie: “la situation d’une candidate isolée à un siège au Parlement est radicalement différente de celle de tout un parti politique qui aspire à gouverner le pays. Il ressort manifestement des faits de l’espèce que non seulement la requérante était une candidate isolée représentant des idées qui n’étaient partagées que par une fraction de l’électorat prorusse, mais également qu’elle appartenait à un courant idéologique qui était, de toute façon, minoritaire dans le paysage politique letton. Dès lors, il est difficile d’affirmer que l’élection de la requérante au Parlement letton aurait eu des conséquences néfastes pour la stabilité démocratique du pays”.

[40] Cfr. Etxeberria e altri c. Spagna (traduzione non ufficiale a cura dell’Unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo), 30 giugno 2009, ricorsi n. 35579/03, 35613/03, 35626/03 e 35634/03, §53.

[41] Ibidem, §54-55.

[42] Si veda sull’argomento, RyngaertNoortmann, New Actors in Global Governance and International Human Rights Law, in Human Rights & International Legal Discourse, vol. 4, n. 1, 2010, pp. 5-14.

[43] Cfr. X. e Y. C. Paesi Bassi, 26 marzo 1985, ricorso n. 8978/80.

[44] Cfr. Panella, Jurisprudence de la Cour européenne des droits de l’homme en matière de «démocratie», in ZanghìPanella, cit., p. 127.

[45] Cfr. Mathieu-Mohin e Clerfayt, cit., §50.

[46] Cfr. Golubok, Right to free elections: emerging guarantees or two layers of protection?, in Netherlands Quarterly of Human Rights, vol. 27, 2009, p. 390.

[47] Cfr. Partito nazionalista basco – Organizzazione regionale di Iparralde c. Francia, 7 giugno 2007, ricorso n. 71251/01, §34.

[48] Cfr. Ekoglasnost c. Bulgaria, 6 novembre 2012, ricorso n. 30386/05, §63 ss., essendo, tuttavia, tardiva, la misura nella specie, e dunque incompatibile con l’articolo 3 del Primo Protocollo.

[49] Cfr. Partito «Jaunie Demokrāti» e Partito «Mūsu Zeme» c. Lettonia (decisione), 29 novembre 2007, ricorsi n. 10547/07 et 34049/07.

[50] Cfr. Partito comunista di Russia e altri c. Russia, 19 giugno 2012, ricorso n. 29400/05, §55 e §104.

[51] Ibidem, §123.

[52] Ibidem, §126.

[53] Si veda, in particolare, la conclusione della Corte, §128: “The Court considers that the respondent State took certain steps to guarantee some visibility of opposition parties and candidates on Russian TV and secure editorial independence and neutrality of the media. Probably, these arrangements did not secure de facto equality of all competing political forces in terms of their presence on TV screens. In the present case, however, when assessed in the light of the specific circumstances of the 2003 elections as they have been presented to the Court, and regard being had to the margin of appreciation enjoyed by the States under Article 3 of Protocol No. 1, it cannot be considered established that the State failed to meet its positive obligations in this area to such an extent that it amounted to a violation of that provision”.

[54] Cfr. Namat Aliyev c. Azerbaijan, 8 aprile 2010, ricorso n. 18705/06, §88.

[55] Cfr. Atakishi c. Azerbaijan, 28 febbraio 2012, ricorso n. 18469/06, §38.

[56] Ibidem, §41.

[57] Ibidem, §42 ss.

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