ESPULSIONE DI STRANIERI E DIRITTO AL RISPETTO DELLA VITA PRIVATA E FAMILIARE NELLA CEDU: UNA ‘CAMISA DE ONCE VARAS?’

Letizia Seminara

Dottore di ricerca dell'Università La Sapienza di Roma e dell'Università di Strasburgo

 

Abstract: Il presente lavoro fornisce alcuni spunti di dottrina e giurisprudenza che rivelano il modo in cui la Corte europea dei diritti dell'uomo intende garantire il diritto al rispetto della vita privata e familiare degli stranieri dinanzi all'espulsione. Vengono esaminati i casi più rappresentativi su cui la Corte si è pronunciata, con riguardo al rispetto dell'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo in caso di espulsione, i quali delimitano la normativa in materia. Infine, vengono proposte al lettore alcune riflessioni sulla menzionata dottrina e giurisprudenza.

 

Parole chiave: espulsione; vita privata; vita familiare; articolo 8 cedu; immigrazione

 

 

Nel suo canto Lu trenu di lu suli, il poeta siciliano Ignazio Buttitta descrive il ricongiungimento della famiglia del solfataro di Mazzarino, Turi Scordu, che, nella miniera di Marcinelle, come egli stesso racconta “nni lu Belgiu, nveci, ora travagghiava jornu e notti”. Il signor Scordu, del quale, si dice “a la sira dormi sulu”, aveva richiamato la sua famiglia a raggiungerlo in Belgio. Il Buttitta descrive allora l’evento: “doppu un annu di patiri finalmente si dicisi: ‘Mogghi mia, pigghia la roba, venitinni a stu paisi’. E parteru matri e figghi, salutaru Mazzarinu; li parenti pi d’appressu ci facevano fistinu”. E si riferisce ancora al viaggio in treno: “ogni tantu si firmava pi nfurnari passaggeri: emigranti surfarara, figghi, patri e li muggheri. Patri e matri si prisentanu, li fa amici la svintura: l’emigranti na famigghia fannu dintra la vittura”.[1]

Facile è percepire dalle espressioni di questa poesia che, in effetti, anche gli stranieri hanno una vita privata e familiare. La questione, che da anni si pone dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, è dunque, non tanto quella di sapere se gli stranieri possono godere di un tale diritto (diritto che oggi nessuno oserebbe negare e che è inoltre garantito ad ogni persona dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo), quanto la questione di sapere dove gli stranieri abbiano diritto a fondare e sviluppare una vita privata e familiare, se nello Stato in cui lavorano e risiedono o nello Stato di origine. Certo è che, come lo metteva in evidenza il Buttitta, il signor Scordu, nel Belgio, “alla sera dormiva solo” e che egli cercava di porre rimedio a questa situazione. Ebbene, è chiaro che risulta difficile rendere effettivo il pieno esercizio del diritto al rispetto della vita familiare se non si permette ai membri di una famiglia di godere di una certa ‘coesione’, anche fisica.

Tale difficoltà si presenta non soltanto quando manca il riferito ricongiungimento, ma anche quando lo straniero è oggetto di un ordine di espulsione, compresi i casi di persone che sono nate o cresciute sul territorio del Paese di residenza. L’espulsione risponde, seguendo il ragionamento della Corte in un recente caso, al principio ben stabilito nel diritto internazionale secondo cui gli Stati hanno il diritto di controllare l'entrata e la permanenza dei non cittadini sul loro territorio (il diritto per gli Stati di controllare l'immigrazione), principio dal quale discende, come corollario, l'obbligo per gli stranieri, di sottoporsi ai controlli e alle procedure d'immigrazione e di lasciare il territorio dello Stato interessato qualora ricevono l'ordine, se la l'entrata o il soggiorno su tale territorio sono loro validamente rifiutati.[2] In caso di espulsione collettiva, come è accaduto nel caso Čonka c. Belgio,[3] si fa riferimento in genere all’articolo 4 del Protocollo 4 che vieta questo tipo di deportazione. Nel caso delle espulsioni individuali di stranieri che si sono già stabiliti sul territorio di uno Stato Parte, sono altre le problematiche che possono far sorgere questioni dal punto di vista della cedu.

In molti di questi casi, in effetti, lo straniero ha già sviluppato una vita familiare ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione. La Corte ha esaminato a questo riguardo casi di giovani nati o cresciuti nel Paese in cui risiedono insieme alle loro famiglie, compresi casi in cui non hanno ancora fondato una famiglia propria.[4] In altri casi si tratta di adulti, che anche essendo arrivati in età più avanzata sul territorio dello Stato in cui risiedono, hanno già fondato una famiglia sposandosi, talvolta con cittadini del Paese nel quale svolgono la loro vita,[5] e in tanti casi avendo uno o più figli che spesso sono cittadini dello stesso Stato.[6] In molte delle fattispecie menzionate, la Corte ha riconosciuto che gli stranieri godono, nel luogo di residenza, di una “vita familiare” ai sensi dell’articolo 8. L’espulsione di uno straniero verso un altro Paese potrebbe dunque comportare in certi casi un'ingerenza nel godimento della stessa vita familiare e quindi, nell’esercizio del loro diritto al rispetto della vita familiare ai sensi di questa disposizione.[7]

Orbene, il secondo comma dell'articolo 8 della Convenzione stabilisce che“[n]on può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

L'articolo citato pone delle condizioni che gli Stati Parti sono tenuti a rispettare se non si vuole che un'espulsione che va in quel senso a interferire nella vita privata o familiare di una persona, sia contraria alla cedu. La Corte europea dei diritti dell'uomo si è di conseguenza impegnata a garantire la protezione della vita privata e familiare degli stranieri di fronte ad eventuali ordini di espulsione (o espulsioni) che non rispettino dette condizioni. Si tratta in questo caso di una protezione indiretta -che la dottrina franco-parlante ha designato come protection par ricochet- degli stranieri contro l’espulsione.[8] In questo modo, invocando l’articolo 8 della Convenzione, si giunge a concludere che l’espulsione dello straniero in certe situazioni è contraria alla Convenzione. Lo Stato interessato che si trova di fronte ad una sentenza della stessa Corte la quale dichiara l'espulsione contraria all’articolo 8 della Convenzione, è inoltre obbligato a non attuare l'ordine di espulsione, se non vuole incorrere in una ulteriore violazione del diritto internazionale. Si evita così l’espulsione che risulti contraria ai diritti fondamentali delle persone, attraverso l’applicazione dell’articolo 8 della Convenzione -il quale non riguarda direttamente la protezione degli stranieri contro l’espulsione, bensì la protezione della vita privata e familiare- e per questo si parla di protezione indiretta.

In buona parte della sua giurisprudenza, la Corte ha esaminato sotto questo aspetto, ricorsi di stranieri espulsi o che sono stati oggetto di ordini di espulsione dopo aver commesso uno o più reati nel Paese in cui risiedono. E anche in questi casi è stata invocata la protezione della vita familiare ivi sviluppata, come ad esempio nel caso Maslov c. Austria.[9] In materia, si trovano molti esempi che riguardano l’espulsione dei c.d. immigrati di seconda generazione e che, in molti casi, non avevano alcun legame con il Paese di origine, che non parlavano la lingua del Paese verso cui erano stati rinviati e che avevano frequentato la scuola nel Paese in cui risiedevano. Nel caso Mehemi c. Francia[10], un cittadino algerino era nato, cresciuto e vissuto in Francia per più di trenta anni. Sia i suoi genitori che i suoi fratelli, la sua moglie italiana, e i suoi figli, cittadini francesi, risiedevano in questo Paese. Il ricorrente era stato condannato per traffico di stupefacenti ed era stato poi allontanato dal territorio francese. Ciononostante, vista la mancanza di legami del ricorrente con l’Algeria, i suoi forti legami con la Francia e, soprattutto, il fatto che l’ordine di allontanamento dal territorio francese l’aveva separato dai suoi figli minorenni e dalla sua moglie, la Corte considerò in quell'occasione che la misura adottata fosse sproporzionata e, quindi, contraria all’articolo 8 della Convenzione.

Anche nel caso Boultif c. Svizzera,[11] un cittadino algerino aveva commesso diversi reati (possesso illegale di armi e posteriormente rapina e danno alla proprietà) e le autorità non avevano rinnovato il suo permesso di soggiorno. Tuttavia, il signor Boultif era sposato con una cittadina svizzera, anche se non aveva avuto figli. Per la Corte anche questa era “vita familiare” ai sensi dell’articolo 8. Infatti, già dal caso Abdulaziz, Cabales e Balkandali c. Regno Unito,[12] la Corte ritiene che il rapporto creato tra sposi da un matrimonio legale e genuino deve essere considerato “vita familiare”. Nel caso Boultif la Corte fa particolare riferimento al caso Moustaquim c. Belgio[13] che aveva già reso esplicito che l’allontanamento di una persona dal Paese in cui risiedono i membri stretti della su famiglia può costituire un’infrazione del diritto al rispetto della vita familiare ai sensi dell’articolo 8, comma 1, della Convenzione. La stessa applica detto principio al caso Boultif: mentre non riscontra problemi sui primi due requisiti posti da questa disposizione, ritenendo che la misura adottata era prevista dalla legge e perseguiva uno scopo legittimo (in questo caso, la difesa dell’ordine e la prevenzione dei reati), la Corte non ne vede, invece, la necessità in una società democratica. Il caso ha suscitato una certa dose di critica da parte della dottrina, la quale ha ritenuto che un tale approccio della Corte (cioè, la giurisprudenza Boultif) avrebbe per effetto quello di accordare una migliore protezione agli stranieri sposati rispetto a quella offerta agli altri, causando una differenza di trattamento in funzione del loro stato civile e generando inoltre un certo numero di effetti perversi, tra cui l'incoraggiamento dei matrimoni di convenienza, ma soprattutto, rammentando alla Corte che, come l'ha sagacemente osservato il giudice Martens in una opinione concordante nel caso C. c. Belgio: “si les étrangers intégrés menacés d'expulsion ne sont pas tous mariés, ils ont tous une vie privée”.[14]

L'ironico pensiero del giudice neerlandese suscita inevitabilmente numerose questioni. La prima è quella di sapere dove, seguendo questo ragionamento, si arresta la protezione della Corte, la quale, da una parte, tende, giustamente, a palliare un vuoto della Convenzione, ma che, allo stesso tempo, lascia perplesso il pubblico europeo (popolare, ma non solo; cittadino, ma anche straniero) che intenda interpretare tale logica pretoria. Logica che, per un commentatore impregnato di cultura popolare italiana (senza con ciò voler deridere il delicato carattere della questione) richiamerebbe la tanto diffusa logica del “tengo famiglia”! O meglio (e in modo più serioso) che, darebbe l'impressione ad uno spettatore di lingua castigliana, che la Corte si sia messa in “camisa de once varas”.

Il caso, che è stato citato successivamente dalla dottrina come un arrêt de principe, è significativo anche perché la Corte ha stabilito nella sua sentenza i criteri che determinano se, in casi del genere, l’espulsione sia necessaria in una società democratica ai sensi dell’articolo 8. In particolare, la Corte di Strasburgo ha precisato che si deve tener conto della natura e della gravità del reato commesso dal ricorrente; della durata del suo soggiorno nel Paese dal quale sarà espulso; del tempo trascorso dalla commissione del reato e della condotta del ricorrente in quel periodo; delle nazionalità delle varie persone interessate; della situazione familiare del ricorrente, compresa la durata del matrimonio; di altri fattori che rivelino se la coppia conduceva una reale e genuina vita familiare; se il coniuge sapeva del reato al momento di iniziare un rapporto di famiglia; se ci sono figli nel matrimonio e, se ce ne sono, la loro età; e della serietà delle difficoltà che il coniuge potrebbe probabilmente trovare nel Paese di origine del ricorrente. Nella specie, la Corte esamina i summenzionati criteri e conclude che il ricorrente è stato soggetto a seri impedimenti per stabilire una vita familiare, dato che era praticamente impossibile per lui vivere la sua vita familiare fuori dalla Svizzera. D’altra parte, per la Corte, il ricorrente rappresentava comparativamente soltanto un limitato pericolo per l’ordine pubblico all'epoca in cui le autorità svizzere si erano rifiutate di concedergli il permesso di soggiornare in Svizzera. La misura adottata non era stata proporzionata ed era dunque contraria all’articolo 8 della Convenzione. Nel caso Üner c. Paesi Bassi[15] la Corte ha poi fatto riferimento ad altri due criteri: l’interesse superiore ed il benessere dei bambini, e la serietà delle difficoltà che i bambini del ricorrente possano probabilmente trovare nel Paese verso il quale il ricorrente deve essere espulso; la solidità dei legami sociali, culturali e familiari con il Paese che li ospita e con il Paese di destinazione.

Diversi sono i casi in cui, invece, lo straniero non ha commesso alcun reato, come è successo nel caso Berrehab c. Paesi Bassi. Nella specie, uno dei primi casi in questa materia, dopo il divorzio dello straniero da una cittadina del Paese in cui risiedeva, era venuto a mancare il motivo per cui il permesso di soggiorno gli era stato rinnovato e questo, conseguentemente, non gli era stato più rinnovato. Egli aveva sviluppato una vita familiare, avendo anche una figlia cittadina dello stesso Paese. La Corte affermò in questo attempato ma altrettanto celebre e vigente caso che, dal momento della nascita di un bambino e proprio per questo fatto, esiste tra questo ed i suoi genitori un legame che costituisce “vita familiare”, anche se i parenti non vivono più insieme. Notò poi che il signor Berrehab vedeva la sua figlia quattro volte alla settimana per parecchie ore ogni volta e che, di conseguenza, la frequenza e la regolarità dei suoi incontri con lei provavano che egli li apprezzava enormemente. Il legame tra loro due non si era quindi interrotto e costituiva perciò “vita familiare”. La Corte esaminò successivamente i requisiti enunciati dal secondo comma dell’articolo 8. A questo riguardo, anche se trovò che l’ingerenza era stata prevista dalla legge e perseguiva il fine della preservazione del benessere economico del Paese, la Corte considerò che la misura adottata non era stata proporzionata. Infatti, per la Corte, il caso concerneva una persona che aveva già legalmente vissuto per parecchi anni in questo Paese, che ivi aveva una casa e un lavoro e nei confronti della quale lo Stato non aveva alcuna lagnanza da fare. Per di più, il signor Berrehab aveva già reali legami familiari in questo Paese – aveva sposato una cittadina dei Paesi Bassi e una bambina era nata da questa unione. La Corte osservò inoltre che c’erano legami molto stretti con la sua figlia e che la decisione di rifiutare un permesso di soggiorno indipendente e la successiva espulsione minacciavano di rompere quei legami e concluse, per questi motivi, che le misure adottate non erano necessarie in una società democratica e perciò, erano contrarie all’articolo 8 della Convenzione.[16] Criterio -quello del legame con i figli e l'interesse superiore dei bambini- che è stato di rilievo per considerare, nel più recente caso Jeunesse c. Paesi Bassi, che lo Stato in questione non avesse dato un peso sufficiente all'interesse superiore dei suoi bambini – profondamente radicati nel Paese in cui la famiglia risiedeva e, come il loro padre, cittadini di detto Stato- poiché non aveva preso in conto né valutato elementi riguardanti l'agiatezza, la fattibilità e la proporzionalità di un loro eventuale allontanamento.

Si può affermare, in genere, che i criteri da valutare sono attualmente quelli richiamati dalla Grande Camera in questa sua sentenza: la misura nella quale vi sia effettivamente un intralcio nella vita familiare, la portata dei legami che le persone interessate hanno nello Stato in causa; la questione di sapere se esistono o meno degli ostacoli insormontabili affinché la famiglia viva nel Paese di origine dello straniero interessato e quella di sapere se esistono elementi concernenti il controllo dell'immigrazione (ad esempio, precedenti infrazioni alle leggi sull'immigrazione) o considerazioni di ordine pubblico che pesino in favore dell'esclusione.[17] Il caso, in cui la Corte ha riscontrato una violazione del diritto alla vita familiare, è significativo per la giurisprudenza europea, non soltanto per l'importanza che in esso si concede alla questione dell'interesse superiore dei bambini, ma anche perché, la Grande Camera dà inoltre un discreto peso (ma forse soltanto nella forma) all'interesse di ordine pubblico che ha lo Stato in questione a controllare l'immigrazione. Nella specie -afferma la Corte- la questione chiave era “celle de savoir si, compte tenu de la marge d’appréciation laissée aux États en matière d’immigration, il a été ménagé un juste équilibre entre les intérêts concurrents en jeu, à savoir, d’une part, l’intérêt personnel de la requérante, de son mari et de leurs enfants à poursuivre leur vie familiale aux Pays-Bas et, d’autre part, l’intérêt d’ordre public de l’État défendeur à contrôler l’immigration”, anche se, nella pratica, la bilancia si è fatta pendere dalla parte dall'unità familiare.[18] L'evoluzione della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, come osservato dal giudice Pinto de Albuquerque in una sua opinione concordante con occasione del caso Biao c. Danimarca, sembra tuttavia andare verso l'erosione di questo principio “apparentemente intangibile”,[19] in favore del ricongiungimento familiare.

Un principio di erosione di detto principio si vedeva già nel caso Maslov c. Austria, ma relativamente ad un'altra questione, caso in cui la Corte ha preso parte nella delicata questione dell’espulsione dei c.d. long-term immigrants.[20] Al riguardo, rileva notare che in una Raccomandazione dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa -che la Corte non manca di citare-  si spinge il Comitato dei Ministri a invitare gli Stati membri, a garantire, inter alia, che gli immigrati di lunga data nati o cresciuti nel Paese che li accoglie, non possano essere espulsi in nessuna circostanza. Il caso citato riguardava l’espulsione di un giovane bulgaro che, all’età di sei anni, era entrato e aveva risieduto legalmente in Austria insieme ai suoi genitori e a due fratelli. Il ricorrente aveva inoltre frequentato la scuola in Austria. I suoi genitori erano stati regolarmente impiegati e avevano, nel frattempo, acquisito la nazionalità austriaca. All’età di circa 15 anni il ricorrente era stato condannato e aveva scontato una pena detentiva per diversi reati (furto, creazione di una gang, estorsione, aggressione, e uso non autorizzato di un veicolo). Le autorità austriache gli avevano imposto un ordine di allontanamento di 10 anni ed era stato, in seguito, deportato. La Corte riconosce in questo caso che situazioni come questa, in cui giovani stranieri non abbiano fondato una famiglia propria ma abbiano un rapporto con i loro genitori e altri membri stretti della famiglia, costituiscono una vita familiare ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione. Ma va oltre e ammette che i migranti assestati (settled migrants) godono di una “vita privata” ai sensi di questa disposizione. In effetti, la Corte osserva che non tutti i migranti assestati, indipendentemente da quanto tempo abbiano risieduto nel Paese dal quale devono essere espulsi, godono necessariamente di una “vita familiare” ai sensi dell’articolo 8. Che, tuttavia, siccome l’articolo 8 protegge anche il diritto di stabilire e sviluppare rapporti con altri esseri umani e con il mondo esterno e può a volte comprendere aspetti dell’identità sociale di un individuo, si deve accettare che la totalità dei legami sociali tra migranti assestati e la comunità nella quale vivono fa parte del concetto di “vita privata”. Infine, che indipendentemente dall’esistenza o meno di una vita familiare, l’espulsione di un migrante assestato costituisce perciò un’ingerenza nell’esercizio del suo diritto al rispetto della vita privata. La questione di sapere se sia appropriato per la Corte concentrarsi sulla “vita familiare” oppure sulla “vita privata”, dipende dalle circostanze del caso. Essa si riferisce ai criteri menzionati alla luce di due fattori: l’età della persona e la questione di sapere se la stessa sia arrivata nell’infanzia o, addirittura è nata, nel Paese che la accoglie, oppure è arrivata da adulta. Ma la Corte prende successivamente posizione sulla questione e afferma: “In breve, la Corte considera che per un migrante assestato che ha legalmente trascorso tutta o la maggior parte della sua infanzia e della sua gioventù nel Paese che lo accoglie, sono necessarie ragioni molto gravi per giustificare l’espulsione”. La Corte valuta posteriormente alcuni dei criteri già menzionati e conclude che, vista la natura non violenta dei reati che il ricorrente aveva commesso da minorenne e il dovere dello Stato di facilitare la sua integrazione nella società, la durata del soggiorno legale del ricorrente in Austria, i suoi legami familiari, sociali e linguistici con l’Austria e la mancanza di legami provati con il Paese di origine, la misura di esclusione, anche se di una durata limitata, era stata sproporzionata, pertanto non necessaria in una società democratica e contraria all’articolo 8 della Convenzione.[21]

Riferendosi alla vita privata degli stranieri che non hanno una vita familiare “propria”, ma che, in ogni caso hanno una “vita privata”, la giurisprudenza Maslov tenta così di rimediare alla relativa disparità di trattamento creata dalla c.d. giurisprudenza Boultif. Se la rettifica operata dalla Corte in questo caso è venuta a migliorare una giurisprudenza chiaramente discriminatoria secondo cui, la permanenza dello straniero su un determinato territorio dipendeva, in modo alquanto arbitrario, dal fatto che lo straniero fosse sposato o scapolo, discriminazione ulteriormente approfondita dalla questione di sapere se fosse sposato con un altro straniero o con un “cittadino” e, ancor più, dal criterio dei figli e, se presenti, dalla condizione straniera o meno di questi (!), e ciò limitatamente al caso dei long-term immigrants, essa non ha tuttavia rimosso la condizione incerta e poco sensata che si lamenta ancora oggi. Nella giurisprudenza più recente, come già riferito nel caso Jeunesse, un lungo elenco di criteri dalla difficile interpretazione sembra tuttora essere vigente, non essendo ancora arrivato il giorno in cui la Corte farà quel passo “semplice ma coraggioso” voluto dal giudice Pinto de Albuquerque; nemmeno quello in cui la Corte accetterà senza fare 'troppi giri' l'idea di un'Europa cosmopolita che è già, come l’asserisce Anna L. Valvo, “paradigma di società multiculturale e multietnica”.[22]

***

In conclusione, la giurisprudenza qui molto brevemente esposta, sebbene soggetta a critiche, ha contribuito e contribuisce al diritto internazionale dei diritti umani in modo notevole, offrendo ai migranti determinati standard di protezione contro l’espulsione che sono stati stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a garanzia dei diritti fondamentali. Protezione indiretta che tende ad evitare che l'espulsione di uno straniero rappresenti una violazione dei diritti fondamentali, riconosciuti dalla cedu anche nei suoi confronti. Nella maggior parte dei casi esaminati, detta garanzia è stata attivata quando l'espulsione costituiva un'ingerenza nel diritto al rispetto della vita familiare che si rivela contraria all’articolo 8 della Convenzione, ma anche la vita privata è tutelata.

Particolare importanza è stata concessa dalla Corte ad alcuni elementi, tali l'interesse superiore dei bambini, l'immigrazione di lunga data e l'eventuale commissione o meno di reati da parte dello straniero, che pesano al momento di bilanciare la vita privata e familiare con l'interesse dello Stato, di ordine pubblico, a controllare l'immigrazione. Principio -quello dell'equilibrio tra questi due- che sembra tuttavia propendere, se non a dileguarsi, almeno a perdere rilevanza nella giurisprudenza più recente della Corte europea dei diritti dell'uomo, in favore della coesione familiare. E se deturpando il pensiero del giudice Martens, si affermasse che, anche se gli stranieri non avessero una vita privata, tutti (o quasi tutti) avranno comunque, altresì, una vita familiare... fin dove arriverà la protezione indiretta della Corte? Ma non è davvero una “camisa de once varas”?

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