Le petrol-monarchie quali strutture statuali di ostacolo ad uno sviluppo democratico interno

Filippo Attinelli

Cultore in Diritto dell’Unione europea e Diritto Internazionale presso l'Università Kore di Enna

 

Antonella Galletti

Dottoranda di ricerca presso l'Università Kore di Enna

 

Abstract: Le petrol-monarchie si presentano, oggi come in passato, quali strutture statuali estremamente singolari sia dal punto di vista tecnico-giuridico che politico-economico. Uno degli interrogativi più frequenti riguarda la loro potenziale capacità a favorire un eventuale sviluppo democratico interno o se tale forma di Stato non costituisca un irremovibile freno all’evolversi di una coscienza popolare in tale direzione.

 

Parole chiave: rentier States, petrolio, democrazia, rendita.

 

1.               Introduzione

 

Molte sono le forme di Stato e di Governo che, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, hanno destato, nel loro percorso di costruzione e consolidamento politico, numerosi interrogativi nell’ambito della dottrina giuscomparatista ed internazionalista.

Il crescente ruolo giocato dalle petrol-monarchie del Golfo Persico[1] all’interno del quadro economico mondiale si registra storicamente a partire dagli anni Settanta, ed in particolare, dalla reazione dimostrata dagli Stati arabi nei confronti dell’appoggio americano ad Israele durante la guerra dello Yom Kippur[2].

In risposta al supporto aereonautico statunitense, i principali Paesi islamici produttori di “oro nero” dichiararono un relativo embargo petrolifero a danno delle potenze occidentali coinvolte nelle questioni arabo-israeliane dell’epoca.

Come giustamente osservato da parte dei principali studiosi del Medio Oriente, tale evento ebbe una portata storica non indifferente[3], in quanto generò la sempre maggiore consapevolezza negli Stati arabi riguardo il proprio potenziale ruolo di pressione all’interno di una cornice commerciale internazionale gradualmente più interconnessa e globalizzata.

A seguito della richiamata ritorsione islamica, infatti, gran parte dei principali Stati fornitori di greggio cominciarono una serie di riforme nazionalizzatrici del settore in esame, acquisendo così crescente forza economico-contrattuale e di ricatto in un momento in cui i rapporti tra Occidente e Paesi della Mezzaluna Fertile erano caratterizzati da continua instabilità e tensione[4].

Quale naturale conseguenza della succitata manovra politica, gli Stati nazionalizzanti l’industria petrolifera videro aumentare esponenzialmente le proprie rendite derivanti dal relativo commercio, impiegando successivamente tali entrate allo scopo di consolidare la propria stabilità di governo interna grazie alla redistribuzione in capo alla popolazione dei dividendi ricavati[5].

Oltre all’indubbia direzione economica che tale manovra politica produsse e continua a generare sullo sviluppo reddituale nazionale, ci si chiede quanto tutto ciò possa ostacolare il normale sviluppo di una coscienza democratica all’interno di un popolo non influenzato dalla cultura giuridica occidentale ed apparentemente accecato da un benessere dovuto semplicemente alla propria collocazione geografica.

Uno dei fattori consolidanti della democrazia è senz’altro l’apporto personale che il singolo cittadino può fornire alla cura della cosa pubblica. Maggiore è la compenetrazione tra contributo sociale, fiscale e sviluppo politico, più forte sarà il legame tra il popolo ed il proprio Paese. Il lavoro rientra in tale meccanismo in quanto legame tra l’attività del singolo e la dignità ad esso riconosciuta dallo Stato, nonché caposaldo della crescita politico-economica interna. Tramite il lavoro lo Stato garantisce al cittadino una delle tante modalità di realizzazione della propria vita di relazione, ne gode i frutti e partecipa al miglioramento della stessa attraverso l’erogazione di beni e servizi derivanti dall’impiego di risorse ottenute grazie al prelievo fiscale. Il singolo contribuisce alla vita economica dello Stato ed ha dunque diritto al godimento di una serie di misure di welfare in ragione dell’apporto che egli stesso ha preventivamente garantito.

Ciò che viene invece fatto rientrare nella categoria politico-economica di rentier State[6], ovvero uno Stato che produce il suo reddito principalmente grazie all’allocazione sul mercato delle proprie risorse naturali ed alle rendite da esse prodotte mediante l’alienazione delle stesse ad attori economici esterni, rimane tendenzialmente avulso dal cementarsi del nesso lavoro – salario - partecipazione fiscale che il cittadino vive in rapporto allo sviluppo politico-amministrativo interno.

Non necessitando di generare la propria ricchezza dalle imposte domestiche, il rentier State deve la propria fortuna alla sua collocazione geografica piuttosto che alla partecipazione fiscale della popolazione, evitando dunque la pressione politica di quest’ultima in merito al soddisfacimento dei bisogni collettivi.

Per comprendere a fondo tale meccanismo politico occorre tuttavia analizzare preventivamente il funzionamento tecnico alla radice del sistema governativo dello Stato redditiere, per poi passare all’esame di come tutto ciò ostacoli o comunque influisca sulla democratizzazione della connessa società.

 

2.               Il petrolio e l’effetto distorsivo prodotto derivante dall’entrate

 

Il motore economico del rentier State consiste, come già accennato, nel massiccio sfruttamento delle risorse petrolifere da esso possedute, nonché dal conseguente introito derivante dalla diretta allocazione del greggio all’interno dei mercati internazionali.

Una ricchezza basata quasi esclusivamente sulle rendite derivanti dall’industria estrattiva degli idrocarburi non è tuttavia esente da potenziali controindicazioni sia sul versante commerciale che su quello della tanto ricercata stabilità interna.

In primis è da sottolineare che, da un punto di vista squisitamente funzionale, ricavare principalmente la propria liquidità da entrate provenienti dall’esterno, qualora ciò non sia accompagnato da oculate e specifiche manovre di politica-economica interna, comporta senz’altro un alto potenziale di rischio sfociante nella totale preminenza del commercio petrolifero sulle produzioni interne, portando queste ultime a ricoprire un ruolo essenzialmente marginale nello sviluppo economico del Paese. Ciò non può che generare l’assenza di una valida alternativa interna capace di proteggere il benessere nazionale da eventuali crolli del prezzo del greggio. 

Quale diretta conseguenza, inoltre, l’imprevedibilità del mercato e l’influenza da esso subita a causa di fattori contingenti quali, ad esempio, l’andamento dei settori economici connessi ed il crescente sviluppo delle risorse energetiche alternative, potrebbe portare ad un repentino tracollo delle vendite petrolifere, e dunque, ad un pesante contraccolpo alla stabilità domestica dello Stato redditiere.

Il rentier State è dunque tanto padrone, quanto schiavo della propria arma economica: il suo benessere dipende da equilibri labili e difficilmente domabili stante la stessa natura effimera dei flussi commerciali alla radice degli scambi e delle vendite.

In un sistema statuale come quello rappresentato dalla petrol-monarchia, il soggetto che percepisce e controlla direttamente la rendita esterna altro non è che il detentore del potere regio[7]. Il ricavato dell’allocazione dell’oro nero sul mercato internazionale viene poi utilizzato dal recettore dell’introito il quale, grazie all’impiego di una parte delle rendite, eroga servizi e, soprattutto, benefici a favore della popolazione, più importante fra tutti l’esenzione dal pagamento di imposte, tasse o contributi interni[8].

Risulta dunque di facile intuizione capire come, in aggiunta spesso all’esistenza di leggi particolarmente repressive della libertà di espressione, tale sistema sociale generi una sorta di silente sudditanza da parte della popolazione la quale, aggiogata dalla logica del vantaggio, manifesta il proprio cieco benestare nei confronti delle politiche governative del potere centrale.

Coloro che godono del risultato reddituale pubblico fruiscono quindi di un beneficio dovuto semplicemente all’essere giuridicamente membro di una determinata comunità, e non legato ad alcun merito produttivo individuale.

Tutto ciò fa si che il potere regio possa permettersi di negare adeguate rappresentanze politiche. Non essendo gravati da oneri fiscali, ma ricevendo esclusivamente vantaggi dall’amministrazione, il cittadino non ha tendenzialmente diritto ad una rappresentanza democratica così come intesa in senso prettamente occidentale.

A potenziare la situazione fin qui descritta vi è il fatto che soltanto coloro che sono investiti di nazionalità appartenente al rentier State hanno diritto a godere della totalità dei benefici da esso erogati. Nella stragrande maggioranza dei casi, tale status esonera logicamente il cittadino, a meno che esso stesso non lo voglia, dalla necessità di intraprendere lavori di bassa manovalanza; ciò genera un conseguente aumento dell’immigrazione a basso costo proveniente dai Paesi arabi vicini[9].

E’ stato tuttavia giustamente rilevato come tale marcata disparità sociale sussistente tra il cittadino dello Stato redditiere ed il lavoratore immigrato possa tradursi in un potenziale «grave fattore di instabilità»[10] produttivo di molteplici effetti economici.

All’aumento della rendita petrolifera, e dunque dei benefici di cui i cittadini godono, segue una proporzionale crescita del divario sussistente tra questi ultimi ed i soggetti immigrati[11] i quali, nell’inverso caso di crollo delle entrate pubbliche, pagheranno per primi lo scotto dell’impoverimento generale per via di una considerevole riduzione del salario o, nella peggiore delle ipotesi, perdendo direttamente il lavoro[12].

Un significativo ribasso delle rendite provenienti dall’esportazione di idrocarburi può inoltre portare il paese produttore a stringere repentinamente le maglie dell’immigrazione in nome di manovre di politica economica interna di stampo contenitivo e protezionista. Tali decisioni possono di conseguenza influire sulle economie di altri Stati più o meno vicini a causa della deviazione di ingenti flussi migratori verso frontiere attualmente aperte ed accessibili.

Quanto fin qui esposto spiega tecnicamente come l’uso politico del petrolio possa facilmente tradursi in un vero e proprio ostacolo all’istaurarsi di un processo democratico[13].

A tal proposito diverse sono le teorie elaborate da economisti e studiosi della scienza politica e delle relazioni internazionali che si sono occupati di analizzare la natura dei rentier States e la loro influenza sul processo di democratizzazione interno

 

 

3.        Rentier State, Stato fiscale e democrazia

 

Come già precedentemente accennato, l'espressione rentier State (in italiano, “Stato redditiere”) è utilizzata nelle scienze politiche e nella teoria delle relazioni internazionali per classificare quegli Stati che traggono tutto, o una porzione sostanziale del loro reddito nazionale, dalla rendita assicurata dalla vendita delle proprie risorse a clienti esterni. Nella maggior parte dei casi il termine è applicato agli Stati ricchi di preziose risorse naturali come il petrolio, tuttavia può essere utilizzato anche per quelle Nazioni che commerciano le proprie risorse strategiche (ad esempio permettendo l'installazione di un’importante base militare nel proprio territorio).

Mahdavy, che per primo ha formulato la teoria del rentier State, analizzando il caso dell’Iran, sostiene che nel periodo tra gli anni 1951-1956 si procedette ad una radicale nazionalizzazione che trasformò il modello delle ex colonie di sfruttamento del petrolio nell’etatism, in uno stato socialista[14].

Tra gli esempi di rentier States, rientrano i Paesi produttori di petrolio presenti sia nella regione del Medio Oriente, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Iran, Kuwait e Qatar, sia il Venezuela in America latina e la Libia nel Nordafrica.

Beblawi e Luciani, nei loro lavori tra il 1987 e il 1990, seguendo la teoria di Mahdavy, hanno parlato di rentier economy rispetto a cui si viene a formare il rentier State, suggerendo che quest’ultimo è in realtà una conseguenza della rentier economy e che la natura dello Stato è meglio intesa in rapporto all’economia e alle fonti e alla struttura delle sue entrate[15].

Quattro sono, secondo i suddetti autori, i tratti del rentier State:

- la rendita è predominante: più del 40% delle entrate dello Stato;

- l’economia si basa sostanzialmente sulla rendita esterna e quindi non si dà un forte settore produttivo nazionale;

- solo una piccola parte della popolazione occupata è impegnata nel generare la rendita, mentre la maggioranza è coinvolta nella sua distribuzione e utilizzazione;

- il governo centrale è il principale esattore della rendita esterna.

Il rentier State è pertanto caratterizzato da una relativa assenza di entrate fiscali; le risorse di cui dispone, infatti, liberano dalla necessità di riscuotere tributi dai cittadini[16].

Le caratteristiche richiamate del rentier State segnano in modo evidente la distanza rispetto allo Stato fiscale, il quale invece preleva dall’ economia nazionale e si basa sulla distinzione tra Stato ed economia, in cui il tributo si impone coattivamente ai singoli, e in cui il sacrificio individuale per l’interesse collettivo richiede una base rappresentativa (secondo il noto principio no taxation without representation)[17].

Opposto è il caso del rentier State in cui le entrate derivano da una rendita, rendita che non è prodotta dall’economia nazionale ma proviene dall’esterno. In tale configurazione la titolarità della rendita, lo scambio verso l’esterno e le risorse che derivano dall’esportazione sono di norma accentrati.

Per i cittadini, che non sono più contribuenti, lo Stato diventa solo uno Stato che alloca e distribuisce risorse ricavate dalla rendita[18]; essi non affrontano sacrifici per finanziare le spese pubbliche e sotto il profilo della spesa, per i singoli che sono in collegamento personale o economico con il territorio, rileva la nozione di cittadinanza.

Nello Stato fiscale, invece, anche il non residente (e, in alcuni casi, il non cittadino) contribuisce alle spese pubbliche in quanto ne è beneficiario; o meglio, tutti (residenti e non residenti, cittadini e non cittadini) sono tenuti a contribuire.

Nei rentier States, invece, non è un caso solo i cittadini sono i destinatari delle spese pubbliche e i titolari di determinati diritti civili e sociali, alcuni dei quali, infatti, non riconosciuti agli stranieri[19]. In tale contesto, il collegamento tra il singolo che contribuisce alla spesa pubblica e la comunità e lo Stato, che è a base dello Stato fiscale, risulta spezzato.

La teoria della rentier mentality, ricostruita sotto il profilo economico, offre spunti interessanti sotto il profilo istituzionale. Secondo Yates la rentier economy crea una specifica mentalità: nella rentier mentality si rompe il nesso causale tra lavoro e remunerazione, e il reddito e il benessere del redditiero non sono il risultato del lavoro e del merito quanto del caso e di una mera situazione di fatto[20]. Inoltre, l’accentramento della rendita in poche mani fa sì che lo Stato operi autonomamente e smarrisca le ragioni della democrazia[21]. Nel rentier State il beneficio che il singolo ricava dalla spesa pubblica non è basato su un sacrificio: ne deriva una scissione tra “dare” e “avere” che si traduce nella mentalità e nei comportamenti dei cittadini in un’aspettativa nei confronti dello Stato e di conseguenza in una dipendenza del singolo dallo Stato. L’esatto contrario di quanto avviene nello Stato fiscale, in cui lo Stato si basa sulla tassazione e dunque dipende dal singolo[22].

La teoria del rentier State viene spesso avanzata per spiegare la predominanza di regimi autoritari in Medio Oriente e l’apparente insuccesso della democrazia nella Regione[23].

Alcuni teorici hanno postulato che tali Stati non riescono ad avere istituzioni democratiche perché, in assenza d’imposizione fiscale[24], i cittadini hanno minori incentivi a esercitare pressioni sul governo affinché diventi sensibile ai loro fabbisogni. Il governo “corromperebbe” la cittadinanza con ampi programmi di welfare, diventando uno Stato allocativo o distributivo[25]. Poiché il controllo delle risorse che generano la rendita è concentrato nelle mani delle autorità, esso può essere utilizzato alternativamente per reprimere o cooptare la popolazione, mentre la distinzione tra servizi pubblici e interessi privati diventa sempre più sfocata[26].

Secondo Yates, il comportamento economico di un rentier State “incarna una rottura nel rapporto causale lavoro-remunerazione [...]. La rendita e la ricchezza del redditiere non sono il risultato del lavoro ma piuttosto l'effetto del caso o della situazione[27].

Feldman sostiene, inoltre, che non c'è “alcuna connessione fiscale tra il governo e la popolazione. Il governo deve solamente tenere buona la popolazione, così che questa non lo rovesci per iniziare ad incassare le rendite petrolifere di per sé stessa”[28]. Di conseguenza, in questi rentier State ricchi di risorse, è una sfida lo sviluppo di una società civile e della democratizzazione. Per questo, i teorici come Beblawi concludono che la natura dei rentier State fornisce una particolare spiegazione alla presenza di regimi autoritari in tali Stati ricchi di risorse naturali.

Beblawi identifica altre due caratteristiche particolarmente associate con i rentier States petroliferi: innanzitutto, dove il governo è il datore di lavoro più grande e definitivo, la burocrazia è frequentemente eccessiva e inefficiente, arrivando davvero ad assomigliare ad una “classe redditiera” nella società; in secondo luogo, le leggi locali rendono spesso impossibile operare in modo indipendente alle compagnie straniere.

Ciò porta a una situazione in cui la cittadinanza diventa un’attività finanziaria. Al fine di fare affari, le imprese straniere ingaggiano uno “sponsor” locale che permetta alla compagnia di commerciare in suo nome in cambio di una parte dei profitti (il che rappresenta un altro tipo di rendita).

In aggiunta, la rendita petrolifera conduce a rendite secondarie, tipicamente consistenti in speculazioni sul mercato azionario o immobiliare[29].

 

4.   Conclusioni

 

Secondo diversi autori le caratteristiche del rentier State portano di per sé a regimi autoritari, ben lontani, anche nel caso in cui vi siano elezioni, dalle forme di una “democrazia liberale”, vale a dire di un regime in cui oltre alle elezioni, e dunque oltre all’attivazione di procedure democratiche di selezione della classe politica, siano presenti rule of law, Stato costituzionale, diritto di proprietà, mercato e libertà individuali[30].

Sono state a lungo studiate le esperienze di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Iran, Libia, Turkmenistan, Venezuela, Gabon, dell’Iraq di Saddam Hussein.

Per Zakaria questi Paesi non tendono a svilupparsi verso forme di democrazia liberale perché i cittadini hanno minori incentivi a premere sullo Stato perché sia sensibile alle loro esigenze. Al contrario, lo Stato, diventato uno Stato meramente allocativo o distributivo, acquisisce il consenso dei cittadini con estesi programmi di welfare. Inoltre, il controllo delle risorse è nelle mani delle autorità centrali, che le usano per reprimere o cooptare.

Feldman imputa ciò al fatto che nel rentier State non vi è una connessione tra Stato e popolazione fondata sulla tassazione: le autorità devono solo preoccuparsi di tenere sotto controllo la situazione, perché altri non si approprino della rendita[31].

Teorici del rentier State come Beblawi concludono che è nella natura del rentier State la deriva autoritaria, e le esperienze di rentier State nelle varie parti del mondo offrono ampie evidenze di tale fenomeno.

Diverso è il discorso per lo Stato fiscale. Nelle attuali esperienze dei Paesi occidentali tale forma di Stato si accompagna a regimi di democrazia liberale e sembra quasi naturale sostenere che alla forma di Stato fiscale sia connaturata la democrazia liberale. Ma sarebbe una forzatura dire che ciò sia intrinseco a tale natura dello Stato.

Già nel secolo scorso in diversi Paesi europei allo Stato fiscale si sono accompagnati regimi che non erano né democratici, né liberali, quali il fascismo in Italia, il franchismo in Spagna o, addirittura, il nazismo in Germania.

Assumendo una posizione più prudente, potremmo osservare che per i casi di rentier State le esperienze sono differenti nei diversi Paesi e non vi sono sbocchi forzati che necessariamente spingono verso l’autoritarismo e regimi non democratici; anche se questo dato, oggi come oggi, è predominante, un’equazione secondo cui rentier State è uguale a regime autoritari va scartata in via di principio, e l’indagine va, opportunamente, condotta Paese per Paese.

A maggior ragione la cautela vale quando in una determinata realtà si constata una miscela tra Stato fiscale e rentier State.

Ciò che, invece, si riscontra in tutte le situazioni è un accentramento della rendita nelle mani delle autorità centrali e, dunque, ciò che non si trova in nessun caso, è un assetto federale della rendita. Quasi che in questi Stati l’assetto federale sia un’ulteriore condizione di base per una forma di democrazia.

A tal fine, probabilmente, per i rentier States occorre anche un rent federalism, e cioè, valendosi dell’esperienza del federalismo fiscale, tentare di trasferire i principi di quest’ultimo in un federalismo della rendita[32].

 

 



[1] Con tale espressione si intendono precisamente: Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Tali paesi sono ricompresi nella specifica e più ampia categoria di Oil Rentier States. Sul punto, cfr. Sandbakken, The Limits to Democracy Posed by Oil Rentier States, in Democratization, 1, 2006, pp. 135-148.

[2] Tale conflitto armato, iniziato il 6 ottobre 1973 e conclusosi il 25 ottobre dello stesso anno, vide le forze israeliane contrapporsi ad Egitto e Siria a seguito di un attacco parallelo di questi ultimi all’interno dei territori conquistati dallo Stato ebraico durante la guerra dei sei giorni e, più specificatamente, nel perimetro del Sinai da parte egiziana e delle alture del Golan sul versante siriano. Cfr. Fraser, The Arab-Israeli Conflict, Basingstoke- New York, 2007, pp. 87-117.

[3] « L’opinione pubblica occidentale visse il cosiddetto shock petrolifero come un evento epocale; in realtà la sospensione delle forniture di greggio non durò tanto a lungo da intaccare le riserve americane e degli Stati europei. Ben altre furono le conseguenze di quell’embargo…»; Emiliani, Medio Oriente, Roma-Bari, 2012, p. 227.

[4] Da non dimenticare infatti il clima di globale avversione nei confronti dell’Europa e degli Stati Uniti dovuto, da un lato, al sostanziale appoggio di questi ultimi ad Israele in quanto guardiano del mondo Occidentale in Medio Oriente, e dall’altro, alla relativa ambiguità da essi tenuta nei confronti dei paesi arabi proprio in merito al ruolo da costoro ricoperto nella fornitura petrolifera mondiale.

[5] Quello dell’utilizzo specifico delle risorse naturali e del loro commercio, spesso accompagnato da politiche autoritarie di contenimento dell’opinione pubblica, al fine di garantire stabilità interna è un meccanismo utilizzato tuttora da diversi Stati in via di sviluppo su scala globale. In proposito, singolare esempio è quello rappresentato dalla Repubblica dell’Azerbaigian, paese ricco di risorse estrattive situato nella regione trans-caucasica dell’Asia centrale. In proposito, Frappi, Azerbaigian. Crocevia del Caucaso, Roma, 2012.  

[6] Risulta qui opportuno specificare che la sola produzione di greggio da parte di un determinato Stato non è condizione necessaria e sufficiente affinché quest’ultimo possa rientrare nella categoria dei rentier States: ad una economia basata principalmente sulla produzione e commercio del petrolio va infatti affiancato il ruolo dello Stato quale unico recettore ed utilizzatore delle rendite derivanti. Qualora il gestore dell’introito petrolifero non sia il potere pubblico ma uno o più soggetti privati, lo Stato in questione non rientrerà nella species dei redditieri, ma esso sarà semplicemente caratterizzato dalla cosiddetta rentier economy. Quale figura parzialmente distinguibile dai rentier States si ricorda inoltre quella dei semi-rentier States. In particolare, quanti tra i Paesi produttori di greggio «…non ottengono la loro rendita direttamente da materie prime ma da rilevanti aiuti economici esterni vengono chiamati semi-rentier States. Le caratteristiche principali di un semi-rentier State sono le seguenti: una forte dipendenza dagli aiuti esterni; un alto livello di importazione che in genere crea un disavanzo della bilancia commerciale; un’elevata spesa pubblica che produce continui deficit di bilancio; uno squilibrio nel sistema economico a favore del settore dei servizi ed elevati consumi rispetto al livello di produzione interna. L’aspetto fondamentale da sottolineare è che la rendita dei semi-rentier States dipende da un soggetto esterno che, in base ai suoi interessi economici e politici, decide a chi distribuire le proprie risorse. Di conseguenza, un semi-rentier State è altamente vulnerabile rispetto a congiunture economiche e politiche che sono al di fuori del suo controllo e che possono indurre il suo donatore a ridurre o indirizzare altrove i propri aiuti. Per questo motivo i semi-rentier States hanno bisogno di adottare politiche che rispettino le condizioni previste dai donatori per continuare ad avere accesso agli aiuti, senza mettere a repentaglio la propria stabilità interna.»; Emiliani, op. cit., pp. 232-233.

[7] Più precisamente, i re nel caso di Arabia Saudita e Bahrein, gli emiri per quanto concerne Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, nonché il sultano relativamente all’Oman. Inoltre, le petrol-monarchie del Golfo Persico hanno fondato, nel 1981, il Cooperation Council for the Arab States of the Gulf (ccasg), organizzazione internazionale di tipo regionale che comprende i sopra menzionati paesi al precipuo scopo di difendere la propria economia e creare una politica petrolifera comune.   

[8] In aggiunta all’assenza di imposizione fiscale, il beneficio ricadente sulla popolazione si traduce spesso in diverse tipologie di sovvenzioni in considerazione dello status sociale o dell’attività svolta dal cittadino, ma anche fornitura gratuita di energia ed acqua, zero costi per tutti i livelli di istruzione (compreso quello universitario), servizi infrastrutturali e sociali come sanità e trasporti.

[9] Tale fenomeno si registra con particolare rilievo nei territori dell’Arabia Saudita. L’enorme ricchezza di tale paese è infatti accompagnata dall’esistenza in loco di una forte attrattiva per l’intera comunità di migranti mussulmani, cioè da due delle più ambite mete di pellegrinaggio islamico, vale a dire La Mecca e Medina.

[10] Emiliani, op. cit., pp. 230-231.

[11] Da ricordare che, già in partenza, costoro godono di una gamma di diritti estremamente più bassi in termini di tutele e garanzie rispetto ai nativi dello Stato dove essi prestano la propria attività lavorativa.

[12] Sul punto, cfr. ancora Emiliani, op. cit., p. 231.

[13] Per un ulteriore approfondimento in tale direzione, Ross, Does Oil Hinder Democracy?, in World Politics (online journal of International Relations), LIII, Princeton University, 2003, pp. 325-361.   

[14] Mahdavy, Hossein, Patterns and Problems of Economic Development in Rentier States: The Case of Iran, in Cook, ed., Studies in the Economic History of the Middle-East, Oxford, 1970.

[15] Beblawi, Luciani, The Rentier State. (Nation, State and Integration in the Arab world.), London, 1987.

[16] Beblawi, Luciani, op. cit..

[17] Fichera, L’Iraq tra stato fiscale e rentier state: le ragioni del federalismo, in Rassegna Tributaria, 6/2008, pp. 1611-1623.

[18] Zakaria, The future of freedom: illiberal democracy at home and abroad, New York, 2003.

[19] In tal senso si veda la Costituzione irachena del 2005, sez. II, artt. 14-16,  suDiritti e libertà”.

[20] Yates, The Rentier States in Africa. Oil rent dependency and neocolonialism in the Republic of Gabon, Trenton, 1996.

[21] Beblawi, Luciani, op. cit..

[22] Tanto è vero che si pone, agli albori dello Stato fiscale, il tema del «consenso al tributo»; Fichera, op. cit..

[23] Smith, Oil wealth and regime survival in the developing world, 1960-1999, in American Journal of Political Science, 48, 2, Aprile 2004, pp. 232-246.

[24] Varvelli, Lo sviluppo economico del rentier state libico e le riforme del regime di Gheddafi, Paper per la Conferenza Studi italiani sull’Africa a 50 anni dall’indipendenza, Napoli, 30 settembre-2 ottobre 2010.

[25] Feldman, After Jihad, America and the struggle for islamic democracy, New York, 2003.

[26] Varvelli, op. cit..

[27] Yates, op. cit..

[28] Feldman, op. cit..

[29] Beblawi, Luciani, op. cit..

[30] Zakaria, op. cit..

[31] Feldman, op. cit..

 [32] Fichera, op. cit..

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