Europeizzazione dei controlimiti e nuove tecniche di tutela della sussidiarietà

Marco Consoli
Dottore in Giurisprudenza

 

 

Abstract: Il contributo si propone di indagare le tecniche di tutela della sussidiarietà contenute nel nuovo Trattato di Lisbona. Nel corso di questi ultimi anni, il tema è stato al centro di un vivace dibattito che ha evidenziato l’insufficienza del controllo politico e giurisdizionale offerto dalle istituzioni europee e che ha proposto di coinvolgere i parlamenti nazionali nella verifica sul rispetto dei parametri imposti dal principio. Tale soluzione è stata puntualmente recepita dal gruppo di lavoro creato in seno alla Convenzione europea e ha portato ad un nuovo Protocollo sull’applicazione del principio di sussidiarietà.

Malgrado l’attenzione della dottrina si sia incentrata sulla procedimentalizzazione del principio realizzata attraverso il nuovo Protocollo, essa non esaurisce il quadro delle novità introdotte in questa materia. Infatti, attraverso la mancata riproduzione dell’art. 2 del vecchio Protocollo di Amsterdam e soprattutto attraverso l’«europeizzazione dei controlimiti» realizzata dall’art. 4 del nuovo Trattato, almeno sul piano normativo, pare plausibile sostenere che il nuovo Trattato legittimi l’attribuzione dell’«ultra vires review» alle corti costituzionali nazionali.

 

Parole chiave: sussidiarietà; Trattato di Lisbona; controlimiti; ultra vires review.

 

1. Premessa. I problemi legati al controllo del principio da parte delle istituzioni europee

 

Nel 2000 un autorevole studioso di diritto costituzionale scriveva che la sussidiarietà rappresenta un abile gioco di prestigio attraverso cui le istituzioni europee si autolegittimano ad esercitare competenze riservate agli Stati nazionali[1]. La sussidiarietà sarebbe dunque un meccanismo che, al di là delle affermazioni retoriche, non riesce a vincolare le istituzioni europee e, nei fatti, attribuisce al livello decisionale sovranazionale il potere di decidere sull’esercizio delle competenze.

Sebbene questa lettura «minimalista» del principio trascuri l’impatto politico che ha avuto l’elevazione della sussidiarietà a principio generale dell’ordinamento giuridico europeo[2], essa ha indubbiamente il pregio di evidenziare l’esistenza di ragioni politiche (oltreché evidentemente di ragioni giuridico costituzionali) che ostano all’applicazione giudiziaria dell’idea sussidiaria. Dunque, al di là delle ragioni per così dire strutturali, i rarissimi interventi con cui la giurisprudenza europea dà applicazione materiale ad un principio cruciale[3] per l’ordinamento europeo, trovano la loro spiegazione anche in relazione al possibile compiacimento con cui i giudici europei guardano allo spostamento delle competenze verso il livello sovranazionale. Insomma, il controllo giurisprudenziale del principio è debole e improduttivo anche perché l’idea sussidiaria lascia all’istituzione giudiziaria amplissimi margini di valutazione discrezionale.

Per questa ragione, la modalità di tutela della sussidiarietà ha rappresentato uno dei temi centrali della fase di riforma dell’ordinamento europeo[4] ed il nuovo Protocollo sull’applicazione della sussidiarietà costituisce una delle novità più rilevanti introdotte dal Trattato di Lisbona. I nuovi riferimenti normativi del principio irrobustiscono gli elementi di procedimentalizzazione introdotti dal Trattato di Amsterdam e affidano ai parlamenti nazionali un controllo politico preventivo.

Peraltro, malgrado l’attenzione della dottrina maggioritaria si sia incentrata su questo profilo[5], l’impressione è che il coinvolgimento delle assemblee legislative nazionali e il rafforzamento della procedimentalizzazione non esauriscano le novità introdotte dal Trattato in materia di tutela del principio di sussidiarietà. Al contrario, l’impressione che si ricava da una lettura del nuovo testo è che l’«europeizzazione dei controlimiti» e la codificazione (implicita) del «primato invertito» finiscano con il rafforzare il principio, aprendo la strada a nuove strategie di tutela del principio che affidano ai giudici nazionali il controllo sulla sussidiarietà[6].

Vista la rilevanza della questione in gioco, con il presente contributo, dopo aver rapidamente affrontato le novità proposte con il nuovo Protocollo, si intende indagare in maniera più approfondita sul coinvolgimento dei giudici nazionali nel controllo di legittimità sui parametri imposti dalla sussidiarietà, per cercare di comprendere le possibili conseguenze legate all’effettivo utilizzo dei nuovi strumenti.

 

2. Il coinvolgimento dei parlamenti nazionali e la procedimentalizzazione come tecnica alternativa di tutela

 

Per superare le contraddizioni sopra rilevate, il gruppo di lavoro sulla sussidiarietà (in accordo con il gruppo di lavoro sul ruolo dei parlamenti nazionali nell’Unione europea[7]) ha operato una parziale ridefinizione dei precedenti riferimenti normativi. Con alcune modifiche che non incidono sull’essenza della proposta, tale progetto è stato tenuto fermo nel passaggio dal Trattato costituzionale al Trattato di Lisbona. Pertanto, con la recente ratifica del nuovo testo, entra a far parte dell’ordinamento europeo un nuovo Protocollo sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità.

Innanzitutto, il nuovo Protocollo ribadisce le norme che si propongono di rafforzare l’applicazione del principio di sussidiarietà da parte delle istituzioni comunitarie che partecipano al procedimento normativo, già durante la fase di elaborazione e di esame delle proposte di atti legislativi. Esplicito in tal senso l’art. 1 del Protocollo che assegna a ciascuna istituzione comunitaria la responsabilità di vigilare «in modo continuo sul rispetto dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità».

Inoltre, l’art. 5 prevede a carico di tutte le istituzioni comunitarie coinvolte nel procedimento legislativo un obbligo di motivazione sul rispetto del principio. Tale norma secondo quanto emerge dal documento conclusivo elaborato dal gruppo Sussidiarietà dovrebbe imporre un obbligo rafforzato e specifico in materia di giustificazione riguardo alla sussidiarietà.

Per quanto riguarda questo primo gruppo di norme viene anche in considerazione l’art. 2, che impone alla Commissione uno specifico onere: «prima di proporre un atto legislativo europeo» essa dovrà effettuare «ampie consultazioni». Infine, secondo il documento conclusivo del gruppo Sussidiarietà, la presentazione del programma legislativo annuale della Commissione rappresenta un momento importante per permettere un primo dibattito sulla sussidiarietà. Pertanto, con l’art. 9 si prevede che in tale occasione la Commissione relazioni al Consiglio europeo, al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato delle regioni, al Comitato economico e sociale ed ai parlamenti nazionali sull’applicazione del nuovo art. 5 del Trattato sull’Unione europea.

Peraltro, l’«autocontrollo» delle istituzioni politiche comunitarie non rappresenta certo una novità per l’ordinamento europeo. Piuttosto, l’elemento di innovazione introdotto dal nuovo testo è rappresentato dalla disciplina con cui la produzione normativa dell’Unione europea viene procedimentalizzata, per coinvolgere anche i parlamenti nazionali nel controllo sul rispetto dei parametri legati alla sussidiarietà.

A tal proposito, l’art. 4 prevede che le proposte legislative delle istituzioni europee vengano trasmesse direttamente ai singoli parlamenti nazionali. Questa trasmissione, ai sensi dell’art. 6, è finalizzata a consentire a «ciascun parlamento nazionale o ciascuna camera di uno di questi parlamenti», entro un termine di otto settimane, di proporre un parere motivato sul mancato rispetto del principio di sussidiarietà[8].

Pur non avendo un valore vincolante (come auspicato dai delegati inglesi in sede di Convenzione) questo parere pare diretto a realizzare una vera e propria dialettica tra le istituzioni politiche degli Stati membri e le istituzioni politiche europee. Infatti, ai sensi dell’art. 7, l’early warning dei parlamenti nazionali può portare, secondo le circostanze, ad un riesame obbligatorio dell’atto o ad un aggravamento della maggioranza necessaria per l’approvazione finale e deve in qualunque caso essere tenuto in considerazione dall’istituzione proponente[9].

È bene precisare che il controllo politico preventivo esercitato attraverso questa complessa dialettica parlamentare non sostituisce il controllo giudiziario ex post operato dalla Corte di Giustizia. Anzi, secondo quanto si legge nei documenti prodotti dal gruppo «Sussidiarietà» il controllo preventivo mira a «depurare» gli accertamenti relativi alla sussidiarietà dai profili discrezionali proprio per favorire un’eventuale pronuncia della Corte di Giustizia in fase di contenzioso. Infatti, l’art. 8 estende la legittimazione a presentare ricorso per violazione del principio di sussidiarietà (oltre che agli stessi Stati membri) anche ai parlamenti nazionali e alle singole camere di detti parlamenti nazionali per il tramite degli Stati membri. Al secondo comma viene inoltre prevista anche la legittimazione del Comitato delle regioni ad agire contro atti legislativi europei per l’adozione dei quali è prevista la sua consultazione[10].

 

3. Sussidiarietà e«europeizzazione dei controlimiti»

 

Per garantire l’effettività dell’idea sussidiaria, il nuovo Protocollo disegna un articolato meccanismo di concertazione istituzionale che alle forme di autotutela e di controllo giurisdizionale, già conosciute dall’ordinamento europeo, affianca un controllo preventivo dei parlamenti nazionali. In qualsiasi caso, non sembra che le previsioni in esso contenute esauriscano il quadro delle novità introdotte in questo settore dal Trattato di Lisbona. Infatti, se si accetta quella autorevolissima interpretazione dottrinale secondo cui la nuova versione dell’art. 4 tue legittima l’intervento delle corti costituzionali a difesa dell’identità nazionale, non si può fare a meno di riconoscere che il Trattato legittimi le stesse giurisdizioni costituzionali ad intervenire per verificare anche il rispetto dei parametri imposti dalla sussidiarietà da parte delle istituzioni europee.

Le idee alla base di questo ragionamento sono quelle di «europeizzazione dei controlimiti»[11] e di «primato invertito»[12] e sono state formulate con riferimento al Trattato costituzionale[13]. Come riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale spagnola e francese[14], attraverso il combinato disposto dell’art. I-6 e dell’art. I-5, il secondo Trattato di Roma avrebbe operato un riconoscimento della teoria dei controlimiti e avrebbe codificato un primato del diritto europeo difforme da quello elaborato dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia. Alla luce di questa interpretazione l’art. I-5 tce (significativamente anteposto all’art. I-6 tce[15]), tutelando l’«identità […] costituzionale»[16] degli Stati membri avrebbe legittimato l’«identy review» rivendicato dai sistemi nazionali di giustizia costituzionale[17] e addirittura un controllo di «legittimità comunitaria» diffuso affidato ai giudici comuni[18]. Secondo questa linea di ragionamento una soluzione diversa, per quanto letteralmente conforme all’art. III-365 tce (ex art 230 ce e oggi art. 263 tfue), avrebbe finito con lo svilire la garanzia offerta dall’art. I-5 tce e pertanto non avrebbe dovuto considerarsi legittima[19].

Per le stesse ragioni, l’art. I-6 tce che subordinava la primazia del diritto comunitario derivato al rispetto delle regole di competenza (e quindi della sussidiarietà)[20], avrebbe dovuto essere inteso come un’apertura comunitaria all’«ultra vires review» reclamato dalle corti costituzionali nazionali[21]. Pertanto, nel caso in cui il Trattato costituzionale fosse entrato in vigore, le corti costituzionali (o addirittura in via diffusa i giudici ordinari[22]) avrebbero potuto legittimamente sanzionare la violazione delle norme di competenza non riconoscendo l’efficacia dei provvedimenti comunitari ultra vires.

La decisione di abbandonare il progetto costituzionale in favore del Trattato di Lisbona non ha impedito di riproporre, anche con riferimento alle modifiche introdotte dal nuovo Trattato, l’idea di assegnare alle giurisdizioni costituzionali nazionali la funzione di vigilare sul rispetto delle norme identitarie degli Stati membri da parte delle istituzioni comunitarie[23]. Infatti la nuova versione dell’art. 4 tue riprende in maniera integrale la formula dell’art. I-5 tce e prevede ancora l’obbligo di rispettare l’«identità […] costituzionale» degli Stati membri. Pertanto, l’idea di affidare alle corti costituzionali nazionali l’«identy review» è stata riproposta senza particolari difficoltà e ha avuto un importante riscontro giurisprudenziale già prima dell’entrata in vigore del Trattato[24].

Più complesso il discorso per quanto riguarda invece l’«ultra vires review». In questo caso, infatti, alla mancata riproposizione di una norma equivalente all’art. I-6 tce si affiancano la Dichiarazione relativa al primato allegata al Trattato di Lisbona e il Parere del servizio giuridico del Consiglio riportato in tale Dichiarazione. Questi documenti prevedono che il diritto europeo prevale sul diritto degli Stati membri «alle condizioni stabilite dalla […] giurisprudenza» della Corte di Giustizia e che «il fatto che il principio della preminenza non sarà incluso nel futuro trattato non altera in alcun modo l’esistenza del principio stesso e la giurisprudenza esistente della Corte di giustizia». Ora, «le condizioni stabilite dalla […] giurisprudenza» della Corte di Lussemburgo per l’applicazione del primato sono più larghe di quelle previste dall’art. I-6 tce e, diversamente da quanto prevedeva il vecchio Trattato costituzionale, tra di esse non sembra esservi traccia di una verifica sul rispetto delle regole di competenza[25]. Pertanto si potrebbe essere indotti a pensare che, per quanto ciò possa apparire paradossale, nel passaggio dal Trattato costituzionale al Trattato di Lisbona[26] si sia prodotto un rafforzamento (rectius: una riaffermazione) del primato che non legittima in alcun modo l’attribuzione alle corti costituzionali nazionali del potere di controllare il rispetto delle regole di competenza.

Tuttavia, molteplici considerazioni spingono verso una diversa conclusione. In primo luogo, come puntualmente rilevato dalla giurisprudenza costituzionale tedesca, la Dichiarazione sul primato allegata al Trattato e il Parere del servizio giuridico del Consiglio che accompagna la Dichiarazione in questione non hanno un valore giuridico vincolante[27].

Inoltre non mancano i riferimenti normativi che, a prescindere dalla mancata riproduzione dell’art. I-6, inducono a pensare che nel nuovo Trattato sia, per lo meno implicitamente, codificata una forma di primato assai diversa da quella consacrata dalla Corte di Giustizia.

Innanzitutto, la mancata riproduzione di una norma di tenore analogo all’art. 2 del vecchio Protocollo sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità testimonia il rafforzamento del valore giuridico dell’idea sussidiaria e può essere letta come una prima conferma che, prescindendo dalle formulazioni esplicite, c’è primato soltanto se sono rispettati i parametri imposti dalla sussidiarietà[28]. A fronte di un principio che in teoria è idoneo ad intervenire tanto nel semplice riparto delle competenze, quanto nella regolazione delle relazioni tra gli ordinamenti, l’assenza di una norma che impedisca che la sussidiarietà possa incidere sui principi elaborati dalla Corte di Giustizia per regolare i rapporti tra il sistema nazionale e il sistema comunitario, apre la possibilità che l’interprete subordini l’applicazione del primato ad un accertamento sulla sussidiarietà.

Inoltre, attraverso l’art. 4 (oltre che attraverso la fortissima riaffermazione del principio di attribuzione), il Trattato di Lisbona disegna un sistema che risolve i possibili conflitti normativi attraverso la regola della competenza. Infatti, di fronte ad una ipotesi di contrasto tra diritto europeo legittimamente adottato e diritto nazionale, l’interprete dovrà verificare se la fattispecie ricade nell’ambito in cui è prevista la prevalenza del diritto comunitario o nell’ambito in cui è prevista la prevalenza del diritto interno e, solo dopo aver svolto questa operazione ermeneutica, potrà decidere la norma da utilizzare. Quindi, a prescindere da un’esplicita subordinazione del primato alle regole sulla competenza, questo sistema postula, di per se stesso, che c’è primato se c’è competenza. Per cui, se si accetta che a fronte della violazione di una regola di competenza l’art. 4 riservi un margine di intervento per le Consulte e per i giudici nazionali, bisognerà per lo meno presumere fino a prova contraria che, nell’analoga ipotesi di violazione delle norme sull’attribuzione, sulla sussidiarietà e sulla proporzionalità operi la stessa riserva. D’altronde, secondo la dottrina era questo il sistema di tutela previsto dalle originarie disposizioni del Trattato costituzionale.

Sulla base dei ragionamenti fin qui svolti sembra ragionevole concludere che, per lo meno dal punto di vista normativo, il nuovo Trattato coinvolge i giudici nazionali (costituzionali e ordinari) nel controllo sulla sussidiarietà e affida la garanzia dell’effettività del principio all’«ultra vires review» e ad un inedito controllo diffuso di «legittimità comunitaria».

 

4. Il controllo del principio attraverso i giudici nazionali e i rischi del «costituzionalismo asimmetrico»

 

Il controllo del rispetto della sussidiarietà attraverso l’«ultra vires review» delle corti costituzionali e attraverso il controllo di «legittimità comunitaria» affidato ai giudici ordinari rappresenta, con tutta evidenza, una tecnica di tutela molto forte. Talmente forte da legittimare l’idea che, con il nuovo Trattato, la sussidiarietà abbia acquisito una nuova funzione costituzionale.

Questa tecnica di tutela dell’idea sussidiaria, infatti, pretende di subordinare l’applicazione del primato alla sussidiarietà. Da questo punto di vista, le previsioni analizzate in questo contributo sembrano dunque realizzare le aspirazioni di quella parte di dottrina che ha auspicato che la sussidiarietà, lungi dall’esaurire la sua funzione costituzionale nella mera disciplina dell’esercizio delle competenze concorrenti, diventi il principio di garanzia di un’unità giuridica alternativa a quella realizzata attraverso il primato e autenticamente rispettosa delle differenze.

Sennonché, alla luce degli sviluppi concreti dell’ordinamento, sembra possibile dubitare di una visione tanto ottimistica e condividere le perplessità di chi ha individuato nei recenti sviluppi del sistema europeo un significativo potenziale di «asimmetria costituzionale»[29]. Infatti, come ha più volte messo in luce negli anni passati la Corte di Giustizia[30], il primato è la condizione essenziale per garantire l’unità e l’uniformità materiale dell’ordinamento comunitario. L’indebolimento di questo principio si traduce quindi in un maggiore spazio per un’applicazione differenziata (o asimmetrica) del diritto europeo.

Peraltro, la nuova funzione costituzionale della sussidiarietà attribuisce al principio un campo di applicazione potenzialmente enorme. Basta, infatti, tenere in considerazione le ragioni strutturali che hanno spinto i convenzionali europei a procedimentalizzare il principio, per rendersi conto che l’ampio (e incomprimibile) margine di valutazione discrezionale che ha consentito alla Corte di Giustizia di non sanzionare gli eccessi del legislatore comunitario, potrebbe essere in futuro utilizzato dai giudici nazionali per impedire l’effettività giuridica dei provvedimenti europei sul territorio statale. Insomma, c’è il rischio che l’atteggiamento deferente tenuto fino ad oggi dalla Corte europea di Giustizia possa lasciare il passo ad un iperattivismo delle istituzioni giudiziarie nazionali.

È evidente che soltanto l’analisi della prassi politica e della giurisprudenza successiva all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona potrà mostrarci le effettive conseguenze del nuovo sistema normativo e potrà darci una conferma sulle conseguenze della nuova versione dell’art. 4 tue. È probabile infatti che le nuove norme (o per lo meno i profili maggiormente «eversivi» introdotti dalle nuove disposizioni) non vengano integralmente recepite dalla giurisprudenza europea ed è anche possibile che i giudici nazionali non si avvalgano per intero degli appigli loro offerti dalla nuova configurazione normativa dell’ordinamento europeo[31].

Tuttavia, a prescindere dall’entità dei cambiamenti prodotti dall’art. 4 tue è difficile immaginare che questa previsione possa non incidere sulle dinamiche del sistema europeo. È infatti chiaro che il tema dei rapporti tra sistema delle fonti e sistema delle competenze rappresenta una delle linee di «faglia» del modello a «zolle tettoniche» all’interno del quale i rapporti tra ordinamento europeo e ordinamenti nazionali hanno trovato un loro precario equilibrio e che, al di là dell’apparente stato di quiete[32], ogni variazione in questa delicatissima materia è destinata a produrre scosse telluriche più o meno violente[33].

Anche se per riuscire a misurare l’entità della scossa sarà necessario attendere le pronunce della Corte europea di Giustizia, allo stato attuale pare possibile concludere che, sulla base delle prime decisioni adottate dai giudici nazionali, i segnali che emergono per il momento testimoniano un notevole interesse degli operatori giuridici sulle possibilità di applicazione legate al nuovo art. 4 tue e non contribuiscono certo a rassicurare sugli sviluppi futuri del processo di integrazione[34].



[1] È questa l’immagine offerta da Weiler, L’Unione e gli stati membri: competenze e sovranità, in Quad. Cost. 2000, 1, pp. 5-14.

[2] Vedi Moscarini, Competenza e sussidiarietà nel sistema delle fonti. Contributo allo studio dei criteri ordinatori, Padova, 2003 dove si sottolinea l’atteggiamento di maggior prudenza tenuto dalle istituzioni politiche comunitarie e della Commissione in particolare in seguito all’introduzione del principio. Della stessa autrice vedi anche, Il principio della competenza concorrente nell’ordinamento dell’Unione europea, in Mangiameli, L’ordinamento europeo. Il sistema delle competenze, Milano, 2006.

[3] Sulla importanza storica del principio di sussidiarietà nell’ordinamento europeo sarà in questa sede sufficiente rinviare alle considerazioni di Cass, The word that saves Maastricht? The principle of subsidiarity and the division of powers within the European Community, in Comm. Mark. Law Rev., 1992, 6, pp. 1107-1136.

[4] A tal proposito basta segnalare che nella Dichiarazione di Laeken il problema relativo all’applicazione del principio di sussidiarietà è richiamato tra i primi punti e che la Convenzione europea ha creato un gruppo di lavoro ad hoc sui problemi della sussidiarietà. Interessante anche osservare che alcune tra le poche modifiche introdotte nel passaggio dal Trattato costituzionale al Trattato di Lisbona sono proprio relative al tema della sussidiarietà.

[5] Per una bibliografia sulla procedimentalizzazione del principio, sul coinvolgimento dei parlamenti nazionali e sul nuovo protocollo sull’applicazione della sussidiarietà vedi Pernice, Multilevel constitutionalism in the European Union, in Eur. Law Rew., 2002, 5, pp. 511-529; Gianniti, I parlamenti nazionali garanti del principio di sussidiarietà, in Quad. Cost., 2003, 1, pp. 172-173; Mac Cormick, La sovranità in discussione, Bologna, 2003; Mayer-Pernice, La Costituzione integrata dell’Europa, in Zagrebelsky, Diritti e Costituzione nell’Unione Europea, Bari, 2003; Panzera, Il doppio volto della sussidiarietà, in Quad. Cost., 2003, 4, pp. 849-852; Petrangeli, Sussidiarietà e parlamenti nazionali: i rischi di confusione istituzionale, in Quad. Cost., 2003, 1, pp. 173-174; D’Atena, Modelli federali e sussidiarietà nel riparto di competenze tra Unione europea e Stati membri, in Dir. Un. Eur., 2005, 1, pp. 13-34; Cartabia, I parlamenti nazionali nell’architettura costituzionale dell’Unione europea. Che cosa resta in caso di mancata ratifica?, su www.associazioneitalianadeicostituzionalisti; Baruffi, Profili distintivi del Trattato di Lisbona, in Guida al lav., 2008, 1, pp. 27-29; Cerulli Irelli, I rapporti tra ordinamento dell’Unione europea e ordinamento interno, in Bassanini-Tiberi, Le nuove istituzioni europee. Commento al Trattato di Lisbona, Bologna, 2008, pp. 383-406; Gianniti-Mastroianni, Il ruolo dei parlamenti nazionali, in Bassanini-Tiberi, op. cit., pp. 161-184; Pizzetti-Tiberi, Le competenze dell’Unione e il principio di sussidiarietà, in Bassanini-Tiberi, op. cit., pp. 133-160; Gianniti, I parlamenti nazionali nel Trattato di Lisbona, in corso di pubblicazione e Patroni Griffi, Il trattato di Lisbona e le regioni: il controllo di sussidiarietà, in corso di pubblicazione.

[6] È questa la lettura proposta da Morrone, Il principio di sussidiarietà e l’integrazione europea pluralistica, in Castorina, Profili attuali e prospettive di diritto costituzionale europeo, Torino, 2007, pp. 150-169 e da Bribosia, Subsidiarité et répartition des compétences entre l’Union et ses états membres, in Rev. Droit Un. Eur., 2005, 1, pp. 25-64. Contra Mangiameli, Integrazione europea e diritto costituzionale, in Patti, Annuario di diritto tedesco, Milano, 2001, p. 28, nel passaggio in cui definisce la supremazia come un grundprinzip dell’ordinamento europeo.

[7] Come emerge da p. 3 della relazione finale del gruppo «Sussidiarietà», i due gruppi hanno tenuto anche una riunione congiunta per discutere insieme delle questioni di loro competenza. I documenti conclusivi del gruppo di lavoro «Sussidiarietà» (CONV 286/02) e del gruppo di lavoro sul ruolo dei parlamenti nazionali (CONV 335/02) sono reperibili sul sito http://european-convention.eu.int.

[8] Il riferimento ai singoli rami dei parlamenti nazionali acquista un significato particolare in quei sistemi bicamerali (ad esempio il sistema tedesco) che affidano alla seconda camera il compito di rappresentare le autonomie territoriali.

[9] Ai sensi del secondo comma dell’art. 7 del Protocollo sull’applicazione del principio di sussidiarietà «Qualora i pareri motivati sul mancato rispetto del principio di sussidiarietà da parte di un progetto di atto legislativo rappresentino almeno un terzo dell’insieme dei voti attribuiti ai parlamenti nazionali conformemente al paragrafo 1, secondo comma, il progetto deve essere riesaminato. Tale soglia è pari a un quarto qualora si tratti di un progetto di atto legislativo presentato sulla base dell’articolo 61 I del trattato sul funzionamento dell’Unione europea riguardante lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Al termine di tale riesame, la Commissione e, se del caso, il gruppo di Stati membri, il Parlamento europeo, la Corte di giustizia, la Banca centrale europea o la Banca europea per gli investimenti, se il progetto di atto legislativo è stato presentato da essi, può decidere di mantenere il progetto, di modificarlo o di ritirarlo. Tale decisione deve essere motivata». Ai sensi del terzo comma dell’art.7, invece, «secondo la procedura legislativa ordinaria, qualora i pareri motivati sul mancato rispetto del principio di sussidiarietà da parte di una proposta di atto legislativo rappresentino almeno la maggioranza semplice dei voti attribuiti ai parlamenti nazionali conformemente al paragrafo 1, secondo comma, la proposta è riesaminata. Al termine di tale riesame, la Commissione può decidere di mantenere la proposta, di modificarla o di ritirarla.

Qualora scelga di mantenerla, la Commissione spiega, in un parere motivato, perché ritiene la proposta conforme al principio di sussidiarietà. Tale parere motivato e i pareri motivati dei parlamenti nazionali sono sottoposti al legislatore dell’Unione affinché ne tenga conto nella procedura:

a) prima della conclusione della prima lettura, il legislatore (Parlamento europeo e Consiglio) esamina la compatibilità della proposta legislativa con il principio di sussidiarietà, tenendo particolarmente conto delle ragioni espresse e condivise dalla maggioranza dei parlamenti nazionali, nonché del parere motivato della Commissione;

b) se, a maggioranza del 55% dei membri del Consiglio o a maggioranza dei voti espressi in sede di Parlamento europeo, il legislatore ritiene che la proposta non sia compatibile con il principio di sussidiarietà, la proposta legislativa non forma oggetto di ulteriore esame».

[10] Viene invece esclusa la possibilità che singole regioni possano ricorrere direttamente contro atti comunitari che, in violazione del principio di sussidiarietà, invadano ambiti di competenza regionale.

[11] L’idea di europeizzazione dei controlimiti è contenuta in Ruggeri, Trattato costituzionale, europeizzazione dei “controlimiti” e tecniche di risoluzione delle antinomie tra diritto comunitario e diritto interno, su www.forumcostituzionale.it. Di europeizzazione dei controlimiti si parla anche in Groppi, La primauté del diritto europeo sul diritto costituzionale nazionale: un punto di vista comparato, su www.astrid-online.it e Balaguer Callejón, Le Corti costituzionali e il processo di integrazione europea, su www.associazionedeicostituzionalisti.it. Contra vedi Strozzi, Limiti e controlimiti nell’applicazione del diritto comunitario, in Studi sull’integrazione europea, 2009, 1, pp. 23-41.

[12] L’idea di primato invertito è contenuta in Cartabia, “Unità nella diversità”: il rapporto tra la costituzione europea e le costituzioni nazionali, su www.giustamm.it. Di primato invertito si parla anche in Celotto, Primato del diritto europeo nel progetto di Costituzione, su www.giustamm.it; Id., Primato del diritto comunitario e funzione legislativa, in Castorina, op. cit., pp. 321-333 e Id., Una nuova ottica dei “controlimiti” nel Trattato costituzionale europeo, su www.forumcostituzionale.it. Contra vedi Diez-Picazo, Observaciones sobre la cláusula de identidad nacional, in Cartabia-De Witte-Pérez Tremps-Gómez Fernández, Constitución europea y constituciones nacionales, Valencia, 2005, pp. 437-448.

[13] Vedi però anche la tesi sostenuta in Cartabia-Celotto, La giustizia costituzionale in Italia dopo la Carta di Nizza, in Giur. Cost., 2002, VI, pp. 4477-4508 al momento dell’approvazione della Carta di Nizza.

[14] A questo proposito si rinvia alla decisione 505/2004 del Conseil Constitutionnel francese e alla pronuncia 1/2004 del Tribunal Constitucional spagnolo. Per un commento alla decisione francese vedi Alen, Le relazioni tra la Corte di giustizia delle comunità europee e le Corti costituzionali degli Stati membri, in Castorina, op. cit., pp. 200-203; Dutheillet de Lamothe, Il conseil constitutionnel ed il processo di integrazione comunitaria, su www.associazionedeicostituzionalisti.it; Itzcovich, Teorie e ideologie del diritto comunitario, Torino, 2006, pp. 168-172 e Schillaci, Il Conseil constitutionnel si pronuncia sul Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, su www.associazionedeicostituzionalisti.it. Per un commento della sentenza spagnola vedi Alen, op. cit., p. 204; Del Valle Gálvez, Constitution espagnole et Traité constitutionnel européen – La déclaration du Tribunal constitucional du 13 décembre 2004, in Cah. Droit. Eur., 2005, 5-6, pp. 705-724; Durante, Il Tribunal Constitucional e la nuova Costituzione europea, su www.forumcostituzionale.it e Schillaci, Il Tribunale costituzionale spagnolo e la Costituzione europea, su www.associazionedeicostituzionalisti.it. Vedi anche il Dictamen del 21/10/2004 emesso dal Consejo de Estado spagnolo in occasione della ratifica nazionale del Trattato costituzionale e il commento di Balaguer Callejón, Soluciones apócrifas a problemas ficticios. Un comentario al Dictamen del Consejo de Estado sobre el Tratado por el que se establece una Constitución para Europa, su www.laley.es.

[15] Secondo Ruggeri, op. cit., «non è casuale […] la consecuzione sistematica degli artt. I-5 ed I-6».

[16] Nella sua formulazione esatta il primo comma dell’art I-5 del Trattato costituzionale prevedeva che «L’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti alla Costituzione e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali. Rispetta le funzioni essenziali dello Stato, in particolare le funzioni di salvaguardia dell’integrità territoriale, di mantenimento dell’ordine pubblico e di tutela della sicurezza nazionale».

[17] Da ultimo (30/06/2009) vedi il paragrafo 241 della sentenza BVerfG, 2 BvE 2/08 del Bundesverfassungsgericht (disponibile in versione inglese e in versione tedesca, su www.federalismi.it). Per un primo commento alla pronuncia vedi Bastasin, Europa è in Baviera la tua ultima fermata, in Sole 24 Ore del 21/7/2009; Bonfiglio, Prime note sulla sentenza del tribunale costituzionale federale tedesco sul trattato di Lisbona, in Citt. eur., 2009, 1-2, (in corso di pubblicazione); Bothe, Integrazione europea e patriottismo parlamentare, su www.astrid-online.it; Cassetti, Il "Si, ma" del Tribunale federale tedesco sulla ratifica del Trattato di Lisbona tra passato e futuro dell'integrazione europea, su www.federalismi.it; Chiti, Am Deutschen Volke. Prime note sulla sentenza del BundesVerfassungsGericht del 30 giugno 2009 sul Trattato di Lisbona e la sua attuazione in Germania, su www.astrid-online.it; Dickmann, Costituzione e democrazia in Europa. Verso (e dopo) il referendum irlandese, su www.federalismi.it; Dickmann, Integrazione europea e democrazia parlamentare secondo il Tribunale costituzionale federale tedesco, su www.federalismi.it; Duff, Lisbon’s high-wire act moves to Germany, in Financial Times del 26/8/2009; Gianniti, Il ruolo dei parlamenti degli stati membri dell’Unione europea, su www.astrid-online.it; Grosser, The Federal Constitutional Court’s Lisbon Case: Germany’sSonderweg- An Outsider’s Perspective, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1263-1266; Guarino, Perché la sentenza della Corte tedesca mette a rischio il Trattato di Lisbona, in Corriere della Sera del 19/07/2009; Guarino, Relazione al seminario organizzato da Astrid su “La sentenza del Bundesverfassungsgericht del 30 giugno 2009 sulla costituzionalità del Trattato di Lisbona e i suoi effetti sulla costruzione dell’Unione europea”, su www.astrid-online.it; Halberstam-Möllers, The German Constitutional Court saysJa zu Deutschland!, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1241-1257; Kiiver, German Participation in EU Decision Making after the Lisbon Case: A Comparative View on Domestic Parliamentary Clearance Procedures, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1287-1296; Leibfried-Van Elderen, "And they shall Beat their Swords into Plowshares". The Dutch Genesis of a European Icon and the German Fate of the Treaty of Lisbon, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1297-1308; Liberati, La sentenza del Tribunale costituzionale tedesco sulla compatibilità del Trattato di Lisbona con il Grundgesetz: una guida alla lettura, su www.federalismi.it; Manzella, 80 giorni dopo, su www.astrid-online.it; Merlini, La camicia di forza della Corte Costituzionale tedesca, su www.affariinternazionali.it; Niedobitek, The Lisbon Case of 30 June 2009 – A Comment from the European Law Perspective, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1267-1276; Padoa Schioppa, La Germania e l’Europa a proposito della sentenza della Corte di Karlsruhe, in L’Unità europea, 2009, 1-2, pp. 423-424; Perissich, Germania: svolta gollista sul Trattato di Lisbona?, su www.astrid-online.it; Rizzoni, Il rinvio della elezione di Barroso fra “grande gioco” europeo e Lissabon Urteil, su www.associazionedeicostituzionalisti.it; Rossi, Integrazione europea al capolinea?, su www.affariinternazionali.it; Schönberger, Lisbon in Karlsruhe: Maastricht’s Epigones At Sea, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1201-1218; Schorkopf, The European Union as An Association of Sovereign States: Karlsruhe’s Ruling on the Treaty of Lisbon, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1219-1240; Tomuschat, The Ruling of the German Constitutional Court on the Treaty of Lisbon, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1259-1262; Tosato, L’integrazione europea è arrivata al capolinea? A proposito del recente “Lissabon Urteil, su www.astrid-online.it; Vecchio, Competenza e gerarchia nella sentenza Lisbona del Tribunale federale tedesco: verso un diritto costituzionale asimmetrico?, in corso di pubblicazione su www.diritto.it e Wohlfahrt, The Lisbon Case: A Critical Summary, in Germ. Law Jour., 2009, 8, pp. 1277-1286. Vedi anche Patruno, Aspettando Karlsruhe sul Trattato di Lisbona, su www.costituzionalismo.it (scritto in attesa della pubblicazione della decisione).

[18] Secondo Ruggeri, op. cit., «si vede come gli elementi di “diffusione” del nostro sistema di giustizia costituzionale risultino ulteriormente, vigorosamente rimarcati proprio grazie alla europeizzazione dei “controlimiti”, dal momento che l’applicazione della legge di esecuzione (e delle leggi in genere) è fatto usuale nelle pratiche giuridiche che prendono corpo davanti ai giudici comuni, non escludendosi allo stesso tempo l’eventualità che la legge stessa possa ugualmente e direttamente essere applicata dalla stessa Corte costituzionale, qualora le sia data l’opportunità di pronunziarsi al riguardo. Ma la regola, come si è venuti dicendo, non è più quella della rimessione alla Corte stessa di questioni di costituzionalità determinate dalla sospetta violazione dei “controlimiti” bensì l’altra secondo cui i giudici comuni sono direttamente investiti della soluzione di siffatte antinomie col meccanismo usuale della “non applicazione”, stavolta però utilizzato alla rovescia, vale a dire indirizzato contro il diritto europeo ed a beneficio del diritto nazionale e... della stessa Costituzione europea (art. I-5)».

[19] È quello che lascia intendere Cartabia, “Unità nella diversità”, cit., quando pone la questione del chi interpreterà il nucleo identitario proprio delle Costituzioni nazionali e afferma: «resta una insidia, acutamente percepita da taluno, che potrebbe neutralizzare in gran parte i punti di vantaggio conquistati dalle Costituzioni nazionali grazie all’art. I-5 del Trattato costituzionale di Roma: chi sarà l’interprete e il portavoce delle “strutture costituzionali nazionali” nell’ordinamento europeo? Tale compito sarà riconosciuto -come sembrerebbe logico- a chi negli ordinamenti nazionali svolge il ruolo di custode della Costituzione? Oppure si potrà ripetere in qualche misura la saga dei diritti fondamentali, in cui al riconoscimento delle giuste esigenze di tutela dei diritti fondamentali più volte reclamate dalle Corti nazionali, si è accompagnata una “comunitarizzazione” degli stessi ad opera della Corte di giustizia? Si può immaginare che anche in riferimento all’interpretazione delle strutture fondamentali degli ordinamenti costituzionali nazionali la Corte di giustizia divenga l’interprete unico o ultimo o privilegiato? L’interrogativo, per quanto possa suonare paradossale, non è affatto peregrino». È il caso di precisare che secondo la prospettiva di costituzionalismo multilivello da cui guarda l’ordinamento europeo, l’autrice auspica che la questione venga risolta dalla cooperazione tra le Corti nella definizione dell’identità nazionale. Come però ha onestamente rilevato dalla stessa prospettiva multilevel Ruggeri, op. cit., «l’ipotesi, dunque, che norme dell’Unione (forse, pure principi fondamentali della stessa) risultino incompatibili coi «controlimiti», sì da far attivare la clausola di salvaguardia dell’identità costituzionale fissata nell’art. I-5, non può, per eccessivo ottimismo o disarmante ingenuità, esser interamente scartata» e la soluzione deve, pertanto, essere ricercata attraverso la non applicazione operata dal giudice (nazionale o costituzionale) il diritto europeo contrastante con un principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale. Addirittura, secondo lo stesso autore, in assenza di un meccanismo di rinvio pregiudiziale ‘inverso’ che consente al giudice europeo di consultare il giudice nazionale, «la Corte di Giustizia potrebbe (o dovrebbe?) dichiarare la propria incompetenza a pronunziarsi sulla questione stessa o, meglio, a pronunziarsi “a prima battuta” su di essa, rigettando di conseguenza per inammissibilità il ricorso davanti ad essa presentato e non preceduto da altro, identico (per oggetto) ricorso avanzato davanti al giudice nazionale e quindi da quest’ultimo deciso, in un senso o nell’altro».

[20] Secondo Cartabia, “Unità nella diversità”, cit., nonostante l’ambiguità del rapporto tra primato e competenza non c’è «nessun dubbio che il diritto derivato possa godere della qualità della supremazia solo se e nella misura in cui rispetti la delimitazione di competenze tracciata dal Trattato costituzionale europeo. Condizione di validità della legislazione derivata dell’Unione europea è che essa possa esibire una specifica base giuridica nel testo del Trattato, cosicché il problema della sua prevalenza sul diritto nazionale non si pone nemmeno se a priori si rinviene un vizio di incompetenza. I1 tenore letterale dell’art. 1-6 è chiarissimo su questo punto». La rilevanza della delimitazione operata dall’art. I-6 è segnalata anche da Ruggeri, op. cit.. In effetti, l’art. I-6 tce prevedeva che «La Costituzione e il diritto adottato dalle istituzioni dell’Unione nell’esercizio delle competenze a questa attribuite prevalgono sul diritto degli Stati membri».

[21] Su questo punto vedi Cartabia, “Unità nella diversità”, cit. e Ruggeri, op. cit.. Per la giurisprudenza si rinvia nuovamente al paragrafo 240 della citata sentenza BVerfG, 2 BvE 2/08.

[22] È quanto sembrano sostenere Morrone, op. cit., pp. 167-168 e Bribosia, op. cit., p. 430.

[23] Vedi Celotto, La primauté nel Trattato di Lisbona, su www.giustamm.it. Cfr. Strozzi, op. cit., p. 31, che pur parlando di europeizzazione e pure auspicando il dialogo tra le Corti, non ha dubbi nell’assegnare alla Corte di Giustizia la vigilanza sull’art. 4 alla Corte di Giustizia.

[24] Ai paragrafi 57, 153, 234, 240, 304, 332 e 339 della sentenza BVerfG, 2 BvE 2/08 i giudici costituzionali tedeschi individuano la base di legittimazione del loro intervento sulla nuova versione dell’art. 4 tue.

[25] Cannizzaro, Il pluralismo dell’ordinamento giuridico europeo e la questione della sovranità, in Quad. Fior., 2002, 31, pp. 245-271, sottolineando la differenza tra il punto di vista nazionale e il punto di vista sovranazionale in materia di rapporti tra regole di competenza e primato, sostiene che secondo la giurisprudenza consolidata della Corte europea il giudice nazionale non ha il potere di negare il primato agli atti «ultra vires». Addirittura Nettesheim, El significado constitucional de la primacía del Derecho Comunitario de la Unión, in Rev. Esp. Der. Eur., 2003, 6, pp. 279-289 ricostruisce il primato del diritto europeo nei termini della supremazia. Per una distinzione chiara ed efficace tra supremazia e primazia si rinvia a Fioravanti, Per un nuovo federalismo europeo, su www.astrid.it.

[26] Sui paradossi del nuovo Trattato di Lisbona sarà sufficiente rinviare a Balaguer, El Tratado de Lisboa en el diván. Una reflexión sobre estatalidad, constitucionalidad y Unión Europea, in Rev. Esp. Der. Const., 2008, 83, pp. 57-92.

[27] Nel paragrafo 341 della sentenza BVerfG, 2 BvE 2/08 si sostiene che: «the Federal Constitutional Court’s reserve competence is not affected by Declaration no. 17 on Primacy annexed to the Final Act of the Treaty of Lisbon. The Declaration points out that in accordance with well settled case law of the Court of Justice of the European Union, and under the conditions laid down in this case law, the Treaties and the secondary law adopted by the Union on the basis of the Treaties have primacy over the law of Member States».

[28] Secondo la prima parte dell’art. 2 del Protocollo sull’applicazione del principi di sussidiarietà e di proporzionalità: «l’applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità avviene nel rispetto delle disposizioni generali e degli obiettivi del trattato, con particolare riguardo al completo mantenimento dell’acquis comunitario e dell’equilibrio istituzionale; non deve ledere i principi elaborati dalla Corte di giustizia relativamente al rapporto fra diritto nazionale e diritto comunitario […]».

[29] Sul tema dell’asimmetria vedi innanzitutto Cantaro, Il costituzionalismo asimmetrico dell’Unione, in corso di pubblicazione e Amato, Conclusioni del Congresso dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti 2005, su www.associazionedeicostituzionalisti.it. Vedi anche Lopez Pina e Miccù, La cooperazione rafforzata come forma europea di governo. Verso un diritto costituzionale asimmetrico?, in Dir. e cult., 2003, 1-2, pp. 403-417; Tiberi, “Uniti nella diversità”: l’integrazione differenziata e le cooperazioni rafforzate nell’Unione europea, in Bassanini-Tiberi, Le nuove istituzioni europee. Commento al Trattato di Lisbona, Bologna, 2008, pp. 287-308; Cantaro-Losurdo, L’integrazione europea dopo il Trattato di Lisbona, in corso di pubblicazione; Kowalsky, Comment on Daniel ThymUnited in diversity or diversified in the Union?, in Dann-Rynkowski, The unity of european Constitution, Berlino, 2006, pp. 377-381; Leotta, Asimmetria e processo di integrazione europea: soluzione transitoria o problema definitivo?, in Castorina, op. cit., pp. 142-149; Thym, United in Diversity” – The integration of enhanced cooperation into the european constitutional order, in Dann-Rynkowski, op. cit., pp. 357-375 e Rolla, Lo sviluppo del regionalismo asimmetrico e il principio di autonomia nei nuovi sistemi costituzionali: un approccio di diritto comparato, in Quad. reg., 2007, 1-2, pp. 387-399.

[30] Sul legame tra omogeneità dell’ordinamento giuridico e affermazione del principio del primato si rinvia alle sentenze riportate in Scaccia, L’efficacia del diritto comunitario nella giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, su www.cortecostituzionale.it. Sul legame tra affermazione del principio di sussidiarietà e asimmetria dell’ordinamento giuridico tedesco si rinvia invece a Palermo, Il nuovo riparto delle competenze legislative nell’ordinamento federale tedesco, in Dir. Pubbl. Comp. Eur., 2007, 1, pp. 98-112.

[31] Un primo riconoscimento della volontà delle giurisdizioni ordinarie di verificare il rispetto dei controlimiti potrebbe essere rilevato nella decisione 4207/ 2005 pronunciata dalla V sezione del Consiglio di Stato con cui il giudice amministrativo italiano si è rifiutato di eseguire il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia e di fronte ad un contrasto tra diritto europeo e diritto nazionale ha direttamente disapplicato il primo (senza passare dalla Corte costituzionale) in favore del secondo. Un ulteriore riconoscimento potrebbe essere individuato nella decisione del 27/02/2007 con cui il Conseil d’État francese ha affermato che di fronte ad un contrasto tra norma costituzionale e norma interna adottata per adempiere ad una previsione comunitaria, il giudice amministrativo potrà tentare di risolvere il conflitto in via interpretativa (eventualmente sollevando questione di pregiudizialità) o intervenire direttamente per verificare la costituzionalità del provvedimento europeo. Per un commento alla decisone italiana vedi Pollicino, Il difficile riconoscimento delle implicazioni della supremazia del diritto europeo: una discutibile pronuncia del Consiglio di Stato, su www.forumcostituzionale.it. Per un commento alla decisione francese vedi invece Schillaci, Caminos de la integración material: la “comunitarización” de loscontralímites” en la decisión «Sociéte arcelor atlantique et lorraine» del «Conseil d’État», in Rev. Eur. Der. Const., 2007, 8, pp. 323-352.

[32] Onida, «Armonia tra diversi» e problemi aperti, in Quad. Cost., 2002, 3, pp. 549-557 ha parlato di armonia tra i diversi.

[33] L’immagine geologica è mutuata da Cartabia, “Unità nella diversità”, cit..

[34] Al di là della sentenza francese e della sentenza spagnola sulla ratifica del Trattato costituzionale e al di là della sentenza tedesca sulla ratifica del Trattato di Lisbona e al di là delle sentenze riportate nella nota 31, segnali di applicazione differenziata del diritto europeo arrivano anche dalle decisioni che le Corti costituzionali nazionali hanno preso relativamente alla Decisione del Consiglio GAI 2002-584 del 13/6/2002. A questo proposito si sottolinea che mentre il Tribunale costituzionale polacco, sfruttando una possibilità offerta dall’ordinamento costituzionale nazionale, ha ritenuto (con la decisione del 27/04/2005 reperibile su www.trybunal.gov.pl/eng/summaries/summaries_assets/documents/P_1_05_full_GB.pdf) di sospendere temporaneamente gli effetti della propria dichiarazione di incostituzionalità, il Tribunale costituzionale ceco (con decisione del 3/06/2006 reperibile su www.angl.concourt.cz/angl_verze/doc/pl-66-04.php) ha ritenuto le previsioni della decisione quadro costituzionalmente conformi. Seguendo altra via la Corte costituzionale belga ha scelto di rinviare pregiudizialmente la questione alla Corte di Giustizia europea (vedi Alen, op. cit., pp. 219-220). Con la sentenza BVerfGE., 113, 273 il Tribunale federale tedesco ha invece constatato che lo strumento della decisione quadro lascia al legislatore un margine di valutazione abbastanza ampio da permettergli il rispetto dei parametri imposti dall’art. 16 Grundgesetz e, pur senza intervenire formalmente sull’atto comunitario, ha dichiarato l’incostituzionalità della legge di recepimento interno e ne ha pertanto impedito l’efficacia. È il caso di evidenziare che con una opinione concorrente alla decisione il giudice Broß ha ritenuto che la legge d’attuazione dovesse essere dichiarata nulla per violazione del principio di sussidiarietà.

Per un quadro complessivo della situazione si rinvia a Pollicino, Incontri e scontri tra ordinamenti e interazioni tra giudici nella nuova stagione del costituzionalismo europeo: la saga del mandato d’arresto europeo come modello di analisi, in Eur. Jour. of Leg. Stud., 2008, 1, pp. 220-268. Per un commento sulla decisione tedesca si rinvia invece a Palermo, La sentenza del Bundesverfassungsgericht sul mandato di arresto europeo, in Quad. Cost., 2005, 4, pp. 897-904; Woelk, Parlare a nuora perché suocera intenda: il BVerfG dichiara incostituzionale la legge di attuazione del mandato d’arresto europeo, in Dir. Pubbl. comp.  eur., 2006, 1, pp. 160-168; Ranaldi, Il caso Darkanzali: “a margine” della sentenza del tribunale costituzionale tedesco in tema di mandato di arresto europeo e diritti fondamentali, su www.federalismi.it e Vidal, Alemania, in Tajadura-De Miguel, Justicia constitucional y Unión europea, Madrid, Centro de estudios políticos y Constitucionales, 2008, pp. 75-85.

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