IL GIUDICE DI PACE È UN LAVORATORE A TEMPO DETERMINATO E COME TALE HA UN DIRITTO PIENO A DELLE FERIE RETRIBUITE Nota alla sentenza della Corte di giustizia del 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX

di Maurizio Orlandi

Professore associato di Diritto dell’Unione europea nell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. In possesso dell’abilitazione per la chiamata come professore ordinario

 Abstract: Nel commento alla sentenza della Corte di giustizia 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, viene evidenziato che il Giudice di pace italiano è qualificabile a tutti gli effetti come un organo giurisdizionale nazionale indipendente, abilitato in quanto tale a presentare rinvii pregiudiziali ex art. 267 TFUE alla Corte di giustizia. Non osta a tal fine che sia qualificato nel diritto interno come ‘onorario’, abbia un incarico circoscritto nel tempo e percepisca una retribuzione limitata. Al fine di legittimare un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia non osta nemmeno il fatto che il Giudice di pace sia chiamato a giudicare su diritti spettanti a suoi colleghi che si trovano in una situazione equiparabile alla propria.

Il Giudice di pace è inoltre qualificabile, ai sensi del diritto dell’Unione europea quale lavoratore e, in quanto tale, ha un pieno diritto a delle ferie retribuite così come garantite dall’art. 7 della Direttiva 2003/88/CE. Egli è inoltre qualificabile come lavoratore a tempo determinato ai sensi della Direttiva n. 1999/70/CE ma, in ragione del fatto che le sue competenze e le sue funzioni non sembrano pienamente equiparabili a quelle di un magistrato ordinario, fatto che il giudice remittente deve accertare, non deve necessariamente percepire la sua stessa retribuzione nel periodo di ferie.

 

Parole chiave: Indipendenza del giudice di pace. – Legittimazione del giudice di pace a presentare rinvii pregiudiziali alla Corte di giustizia. – Qualificabilità del giudice di pace come lavoratore. - Diritto alle ferie annuali retribuite. - Qualificabilità del giudice di pace quale lavoratore a tempo determinato. – Differenza tra la qualifica e le mansioni svolte dal Giudice di pace e quelle di un magistrato ordinario.

 

 

1. Il diritto alle ferie

 

La categoria dei Giudici di pace italiani ha inequivocabilmente dimostrato di essere ‘piuttosto tenace’ nel far valere i propri diritti ed in particolare il proprio sacrosanto e fondamentale diritto alle ferie retribuite. In effetti, dopo che le massime giurisdizioni italiane avevano respinto le richieste di alcuni di loro di vedere regolarmente retribuiti i propri periodi di ferie, dopo che erano già stati rigettati diversi rinvii pregiudiziali alla Corte di giustizia presentatati da loro colleghi, attraverso i quali veniva chiesto il pieno riconoscimento del richiamato diritto[1], un segnale favorevole si era avuto grazie ad un’azione promossa innanzi al Comitato europeo dei diritti sociali. Tale comitato, con Decisione del 5 luglio 2016, aveva accertato che la circostanza per la quale i giudici di pace (prima della riforma operata con il D. Lgs. 13 luglio 2017, n. 116[2]) non disponessero di copertura sociale, rappresentava una violazione dell’art. 12 della Carta sociale europea[3]. In seguito a tale accertamento, il Governo italiano con una comunicazione del 17 gennaio 2017, si era quindi impegnato a «riconoscere il diritto a ferie retribuite e al conguaglio di maternità, oltre all’accesso ad un sistema previdenziale attraverso la cassa forense o la gestione separata all’INPS»[4].

Si trattava peraltro di un riconoscimento parziale, e valido pro futuro, di un diritto fondamentale che dovrebbe spettare a qualsiasi lavoratore, diritto che, come si è avuto modo di vedere in altra circostanza[5], può incontestabilmente essere considerato come il più antico tra i diritti dei lavoratori[6], essendo addirittura sancito, almeno nei termini di un diritto al riposo, già nell’Antico Testamento[7].

Se il diritto al riposo e alle ferie è antico, nel contesto dell’Unione europea è enunciato nell’articolo 31 della «Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea»[8], e quindi va qualificato come un diritto fondamentale dell’uomo e del lavoratore[9]. In effetti il beneficio di un periodo di riposo più prolungato di quello settimanale (le ferie annuali) viene considerato essenziale al fine di garantire l’equilibrio psico-fisico della persona. Al fine di assicurare che i lavoratori ne usufruiscano effettivamente, è poi indispensabile che le ferie siano regolarmente retribuite. In effetti, come chiarito dalla Corte di giustizia con giurisprudenza costante, se i lavoratori non percepissero una retribuzione durante i loro periodi di ferie, sarebbero tentati di non usufruirne[10], o di cercare un’altra attività lavorativa capace di garantire loro il sostentamento per quel periodo.

All’atto pratico il diritto alle ferie retribuite è garantito a tutti i lavoratori, oltreché dalla Costituzione italiana[11], anche da molteplici atti di diritto europeo ed internazionale, ed in particolare è affermato: nella «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» del 1948[12]; nella «Carta sociale europea» del 1961[13]; nel «Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali» del 1966[14]; nella «Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori»[15]; nella «Carta sociale europea (riveduta)» del 1999[16].

Più specificatamente e congruamente, nel contesto europeo esso è concretamente garantito dall’articolo 7 della Direttiva 2003/88/CE[17], la quale ha sostituito la Direttiva n. 93/104/CE[18], nonché, per i lavoratori a tempo determinato, dalla clausola 2 e dalla clausola 4, punti 1, 2 e 4, dell’«Accordo quadro sui contratti a tempo determinato», concluso il 18 marzo 1999 fra le organizzazioni intercategoriali a carattere generale (CES, CEEP e UNICE) e reso vincolante dalla Direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE[19] e, soprattutto, all’articolo 31, paragrafo 2 della «Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea»[20].

Vi è da aggiungere che la Corte di giustizia, con una consolidata giurisprudenza, ne ha sottolineato la particolare rilevanza nel sistema sociale europeo. In particolare nella sentenza Federación de Servicios Privados del sindicato Comisiones obreras, i giudici di Lussemburgo hanno ricordato che: «le varie prescrizioni enunciate da detta Direttiva [2003/88/CE] in materia di durata massima dell’orario di lavoro e di periodi minimi di riposo costituiscono disposizioni della normativa sociale dell’Unione che rivestono importanza particolare e di cui ogni lavoratore deve poter beneficiare quale prescrizione minima, necessaria per garantire la tutela della sua sicurezza e della sua salute»[21]. In particolare, il diritto al riposo ed alle ferie è posto a tutela della sicurezza, dell’igiene e della salute dei lavoratori[22], la cui operatività, secondo le diverse Direttive che si sono succedute in materia[23], non può essere subordinata a «considerazioni di carattere puramente economico»[24].

Vi è da aggiungere che, in ragione della sua rilevanza, la Corte ha inteso il diritto alle ferie annuali in senso ampio[25], ed ha riconosciuto alla norma che lo definisce efficacia diretta[26]. Tale norma è integrabile, ma non derogabile, mediante contratto collettivo di lavoro[27]; non è interpretabile in modo restrittivo[28], a scapito dei diritti che il lavoratore trae dal diritto europeo[29].

Per contro, la Corte ha stabilito che: «qualsiasi deroga al regime dell’Unione in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, previsto dalla Direttiva 2003/88, deve essere interpretata in modo che la sua portata sia limitata a quanto strettamente necessario alla tutela degli interessi che tale deroga permette di proteggere»[30]. Le deroghe allo stesso diritto, le quali sono enunciate nella Direttiva 2003/88/CE, vanno quindi interpretate in maniera restrittiva[31].

Per quanto concerne la sua struttura, sempre secondo la consolidata impostazione della Corte di giustizia, il diritto del lavoratore alle ferie si articola in due aspetti che sono distinti[32], ma sostanzialmente inscindibili: il diritto ad usufruire effettivamente delle ferie annuali; il diritto a percepire un pagamento per il periodo in cui è in ferie[33]. Entrambi i diritti sono stati costantemente interpretati dalla Corte a favore del lavoratore[34].

 

2. I fatti all’origine della controversia

 

Se quello richiamato è il quadro generale, va evidenziato che, in Italia, il diritto a delle ferie retribuite (fino all’entrata in vigore del D.lgs. 13 luglio 2017, n. 116, il quale lo ha peraltro introdotto con una formulazione che continua a non sembrare compatibile con il diritto UE[35]) era stato concretamente ed inspiegabilmente negato ai giudici onorari, ed in particolare a quelli di pace (mentre era pienamente riconosciuto ai loro colleghi togati). Lo era in forza della normativa vigente, così come applicata da una consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato e della Cassazione, la quale nel negare al Giudice di pace la qualifica di dipendente pubblico, finiva con il negargli anche quella di lavoratore dipendente[36], giurisprudenza che si era peraltro formata senza che tali giurisdizioni avvertissero la necessità di sollevare questioni pregiudiziali d’interpretazione dell’articolo 7 della Direttiva 2003/88/CE davanti alla Corte di giustizia.

Non può non rilevarsi, in via preliminare, come un tale rifiuto sia stato grave. In effetti si rammenta che, sin dalla sentenza Cilfit e Lanificio di Gavardo del 1982[37], un organo giurisdizionale nazionale le cui pronunce non siano ulteriormente appellabili, è tenuto a presentare il rinvio ex art. 267 TFUE, a meno che non sia in presenza di un ‘atto chiaro’[38]. Si rammenta tuttavia che il concetto di ‘atto chiaro’ non è facile da integrare. In effetti secondo una consolidata giurisprudenza, la Corte di giustizia intende come tale un atto la cui interpretazione: si imponga «con tale evidenza da non lasciare adito ad alcun ragionevole dubbio sulla soluzione da dare alla questione sollevata»[39]; sia talmente univoco da far maturare nel giudice nazionale «il convincimento che la stessa evidenza si imporrebbe anche ai giudici degli altri Stati membri ed alla Corte di giustizia»[40]. Secondo un’altra, simile, impostazione, il giudice nazionale deve maturare il convincimento «che la corretta applicazione del diritto dell’Unione si impone con tale evidenza da non lasciar adito a ragionevoli dubbi; la configurabilità di una simile eventualità dev’essere valutata in funzione delle caratteristiche proprie del diritto dell’Unione, delle particolari difficoltà che la sua interpretazione presenta e del rischio di divergenze giurisprudenziali all’interno dell’Unione»[41]. Secondo la giurisprudenza «solo in presenza di tali condizioni il giudice nazionale può astenersi dal sottoporre la questione alla Corte risolvendola sotto la propria responsabilità»[42].

Si rammenta ancora che, se il giudice di ultima istanza non presenta il rinvio pregiudiziale, e statuisce in violazione del diritto dell’Unione europea, ai sensi della giurisprudenza Kobler, Commissione Italia, Traghetti del Mediterraneo e Hochtief Solutions, di cui diremo successivamente, commette un illecito e può far scattare la propria responsabilità patrimoniale o quella dello Stato di appartenenza[43].

Tornando alla norma da interpretare, l’articolo 7 della Direttiva 2003/88/CE, esso è piuttosto stringato e dispone che: «1. Gli Stati membri prendono le misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici di ferie annuali retribuite di almeno 4 settimane, secondo le condizioni di ottenimento e di concessione previste dalle legislazioni e/o prassi nazionali»[44]. Si tratta di un diritto che è formulato in maniera assoluta, cioè spettante a qualsiasi lavoratore per il fatto di aver esercitato un’attività lavorativa.

Da notare che l’articolo 7 della Direttiva costituisce una disposizione di armonizzazione minima delle legislazioni. Ciò concretamente significa che le legislazioni nazionali possono prevedere dei periodi di ferie che possono durare più delle quattro settimane annue (ma non meno), che comunque devono essere retribuite. Quindi, sotto il profilo della durata delle ferie, non destava e non poteva destare alcuna difficoltà il fatto che i giudici di pace, invece delle canoniche 4 settimane di ferie retribuite l’anno (28 giorni), beneficiassero di 31 giorni in cui non erano tenuti a prestare la propria attività (il mese di agosto) e che sono stati qualificati come ferie non retribuite[45]. Il problema era che, durante il periodo di tempo in questione, non percepivano alcuna retribuzione.

Come accennato, inutili erano stati tutti i tentativi di far riconoscere il proprio diritto davanti alle giurisdizioni nazionali che si occupavano di pubblico impiego[46], le quali avevano sistematicamente respinto le relative richieste sulla base della considerazione per la quale i giudici di pace svolgono una funzione ‘onoraria’ e quindi non sarebbero qualificabili come lavoratori.

In questo contesto, alcuni giudici di pace hanno provato una diversa via, meno canonica, che li ha visti tentare di aggirare le giurisdizioni formalmente competenti in materia di pubblico impiego, chiedendo direttamente la condanna dello Stato al versamento della somma corrispondente, secondo l’interessato, al trattamento che verrebbe corrisposto, per il mese di agosto, ad un magistrato di carriera con anzianità equiparabile alla sua[47], agganciandosi quindi anche al divieto di discriminazione sancito nella Direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE e al connesso Accordo quadro.

I giudici interpellati, data la complessità della situazione, prima di statuire, avevano puntualmente sollevato diversi rinvii pregiudiziali ex art. 267 TFUE alla Corte di giustizia ma, come accennato, le loro domande sono rimaste senza esito. In effetti, nei casi portati alla loro attenzione, i giudici di Lussemburgo hanno valutato che la propria pronuncia sarebbe stata emanata inutilmente visto che i giudici remittenti, specificamente interrogati sul punto dalla Corte, avevano sempre finito con il riconoscere che la materia trattata era di natura giuslavorista e che quindi essi erano in realtà incompetenti a statuire sul merito della questione[48]. È infatti giurisprudenza costante della Corte di giustizia quella secondo cui la funzione di una pronuncia pregiudiziale non è quella di formulare ‘pareri’ o valutazioni di ordine teorico, ma di aiutare il giudice nazionale a dirimere controversie concrete[49] e tali non possono essere quelle pendenti davanti a giudici che si dichiarano incompetenti a dirimerle.

Nella controversia che qui si commenta, le richieste di UX (una Giudice di pace che non aveva percepito la retribuzione delle ferie), sono state tuttavia strutturate in maniera diversa e più puntuale, ed il giudice remittente ha meglio argomentato le proprie perplessità in merito a questioni interpretative del diritto dell’Unione che sembravano fondate e rilevanti.

In effetti, grazie all’artifizio di frazionare le proprie domande in relazione ai diversi periodi di ferie che riteneva maturati, e al fatto di non chiederne il pagamento, ma direttamente il risarcimento del danno causato dal mancato pagamento delle stesse (risarcimento che tecnicamente costituisce una somma diversa dal pagamento stesso), la competenza per valore e per materia si era incardinata nei propri colleghi. Si trattava quindi non già di stabilire se i giudici di pace avessero un diritto alle ferie retribuite, ma se, non avendo ricevuto la retribuzione durante quei periodi, avevano subìto un danno che doveva essere risarcito. Per dirimere tali questioni la Corte di giustizia, oltre ad accertare la ricevibilità del ricorso (veementemente contestata dal Governo italiano), doveva tuttavia stabilire se la Sig.ra Giudice di pace potesse essere qualificata come ‘lavoratorice’ ai sensi del diritto dell’Unione europea (e come tale beneficiaria del diritto a ferie retribuite). Una volta che fosse stato accertato che la Giudice era qualificabile come lavoratrice, ai fini di quantificare la retribuzione spettantele, doveva essere stabilito se essa potesse essere più specificatamente qualificabile come una lavoratrice a tempo determinato, la cui attività fosse equiparabile a quella di un collega a tempo indeterminato che esercita una funzione simile (quindi di un giudice ordinario con pari anzianità di servizio). Il giudice remittente si interrogava inoltre sul fatto se la propria responsabilità potesse scattare alternativamente, ove la propria pronuncia fosse emanata: in conformità col diritto dell’Unione e quindi in ‘violazione’ del diritto interno (e in particolare della Legge 13 aprile 1988, n. 117[50]); in conformità con il diritto interno e quindi in violazione del diritto europeo (ed in particolare della giurisprudenza Kobler, Traghetti del Mediterraneo e Commissione contro Repubblica italiana).

 

3. La ricevibilità delle questioni pregiudiziali

 

La Corte ha in primo luogo respinto una domanda di riapertura della fase orale del dibattimento che era stata avanzata dalla parte attrice nel procedimento principale, e che era finalizzata a ribattere alle argomentazioni presentate dall’Avvocato generale. In effetti la riapertura della fase orale, dopo che l’Avvocato generale ha presentato le proprie conclusioni, costituisce un’ipotesi del tutto eccezionale.

Essa è disciplinata dall’articolo 83 del Regolamento di procedura il quale prevede che: «la Corte, in qualsiasi momento, sentito l’avvocato generale, può disporre l’apertura o la riapertura della fase orale del procedimento, in particolare se essa non si ritiene sufficientemente edotta o quando, dopo la chiusura di tale fase, una parte ha prodotto un fatto nuovo, tale da influenzare in modo decisivo la decisione della Corte, oppure quando la causa dev’essere decisa in base a un argomento che non è stato oggetto di discussione tra le parti o gli interessati menzionati dall’articolo 23 dello Statuto»[51]. In particolare, secondo giurisprudenza costante, «il disaccordo di una parte o di tale interessato con le conclusioni dell’avvocato generale, quali che siano le questioni da esso ivi esaminate, non può costituire, di per sé, un motivo che giustifichi la riapertura della fase orale»[52]. Sentendosi ‘sufficientemente edotta’ e non essendo stato addotto alcun ‘fatto nuovo’, non sorprende dunque che la Corte abbia respinto la richiesta[53].

Successivamente la Corte ha affrontato le eccezioni sollevate dalla Repubblica italiana inerenti la ricevibilità dei ricorsi presentati dai giudici di pace, incentrate in primo luogo, su una possibile incompetenza - oggettiva e soggettiva - del giudice remittente. Se le eccezioni di carattere soggettivo, definite dalla Corte di giustizia ‘interne’, potevano essere ragionevoli, ed erano state correttamente evidenziate dallo stesso giudice che aveva presentato il rinvio[54], quelle basate su un’incompetenza oggettiva, definite dalla Corte di giustizia ‘esterne’, erano decisamente sorprendenti.

In realtà, sul piano generale, sembrava oggettivamente difficile contestare che il giudice di pace costituisse una giurisdizione abilitata a presentare rinvii alla Corte di giustizia[55]. In effetti egli è stato tradizionalmente considerato presentare tutti i requisiti attraverso cui la Corte di giustizia definisce la nozione di giurisdizione. Concretamente, non solamente si potevano registrare una serie di rinvii già presentati dal Giudice di pace e regolarmente esaminati dalla Corte di giustizia senza che alcuno avesse mai lamentato la sua incompetenza a presentarli[56], ma si ricorda che è da un rinvio presentato da un ‘predecessore’ del Giudice di pace, il ‘Giudice conciliatore’ che è nata la storica sentenza Costa c. ENEL, nella quale è stato definito in maniera compiuta uno dei principî cardine del sistema europeo, quello del primato del diritto dell’Unione[57].

Gli argomenti avanzati dal governo italiano erano incentrati su contestazioni specifiche: quella – effettivamente sorprendente e direi ‘imbarazzante’ - secondo cui il giudice di pace non risponderebbe alla nozione di ‘giurisdizione’ in quanto di per sé privo del carattere d’indipendenza[58], considerata dalla Corte di giustizia «intrinseca alla funzione giurisdizionale»[59]; quella secondo cui, nel caso di specie, era chiamato a giudicare in un sostanziale ‘conflitto d’interessi’.

In buona sostanza il Governo italiano eccepiva: la mancanza d’indipendenza del Giudice di pace sotto il profilo ‘oggettivo’ od ‘esterno’[60], evidenziando che si tratta di una figura che percepisce una remunerazione limitata e avrebbe la possibilità di esercitare le proprie funzioni solamente per due mandati di 4 anni cadauno; una mancanza d’indipendenza del Giudice di pace sotto il profilo ‘soggettivo’ od ‘interno’[61] in quanto, trovandosi nelle medesime condizioni della parte attrice, egli aveva un interesse diretto a emanare una pronuncia che costituisse un precedente utile per far valere, in tempi successivi, un proprio diritto.

Innanzi tutto va premesso che, per il Governo di uno Stato che pretende di essere democratico, e fondato sul diritto (come lo è l’Unione europea[62]), affermare che alcuni dei propri giudici (a dire il vero sembra che i giudici onorari siano ormai la maggioranza dei giudici in attività[63]), non sono oggettivamente indipendenti, non può essere considerata una ‘buona mossa’, nemmeno se sono in gioco rilevanti interessi economici. Il principio dell’indipendenza dei giudici, di tutti i giudici, è considerato un cardine irrinunciabile della libertà e della democrazia da quando il Montesquieu, nel 1748, scrisse L’esprit des loi[64]. Dunque contestare l’indipendenza dei propri giudici equivale a mettere in dubbio lo stesso carattere democratico della Repubblica italiana[65], il che potrebbe ben costituire una grave violazione degli articoli 2 e 19 del TUE[66].

In proposito va evidenziato che l’avvocato generale Julianne Kokott, ha affrontato le argomentazioni del Governo italiano con grande eleganza, evitando di calcare la mano sul fatto che esse erano del tutto fuori luogo. Essa si è infatti limitata ad affermare che, anche se il livello di retribuzione dei giudici[67], la limitazione del periodo per il quale possono svolgere la propria attività (limiti cui peraltro sono soggetti gli stessi giudici della Corte di giustizia)[68], e la loro inamovibilità[69], possono effettivamente incidere sulla loro indipendenza, tuttavia «la Corte dovrebbe piuttosto prendere le mosse dalla presunzione che i giudici degli Stati membri dispongano di un’indipendenza oggettiva sufficiente»[70]. Tale presunzione dovrebbe trovare il proprio fondamento nella «fiducia reciproca nella giustizia degli Stati membri, la quale deve essere fatta propria anche dalla Corte»[71].

Certamente, in fattispecie concrete, e per motivi contingenti, deve essere possibile contestare l’indipendenza dei singoli giudici. Come evidenziato anche dall’Avvocato generale, nel caso di specie, non sembravano tuttavia sussistere «elementi che depongano nel senso che l’indipendenza oggettiva del giudice del rinvio sarebbe compromessa»[72]. In effetti veniva eccepito che: non percepiscono un indennità adeguata al peso delle loro responsabilità (ipotesi in cui si dovrebbe procedere ad aumentarla[73]), ma che in effetti non era qualificabile come irrisoria (la ricorrente nel mese di luglio aveva percepito un’indennità pari a 3.039,76 Euro); che il periodo di nomina era breve, ma non irragionevolmente breve (4 anni rinnovabili); che potevano svolgere un altro lavoro, ma non quello per il quale si erano specificamente formati (che li avrebbe posti in conflitto d’interessi), ammesso che la mole di lavoro di cui erano gravati in ragione del proprio ufficio di giudice gli avesse permesso di svolgerlo.

Per accertare «l’indipendenza dei giudici nazionali [la quale] è essenziale per il buon funzionamento del sistema di cooperazione giudiziaria»[74], la Corte si è in primo luogo soffermata sulle modalità che nel diritto italiano regolano la nomina[75] e la revoca dei Giudici di pace[76]. In effetti per accertare l’indipendenza dei giudici, la Corte di giustizia, già in passato, aveva considerato essenziale che fossero inamovibili per tutta la durata del loro mandato[77].

Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che, le modalità di nomina in servizio, la durata non irrisoria del servizio (di 4 + 4 anni), la rigida predeterminazione dei criteri di revoca del loro mandato, ne garantissero comunque l’indipendenza[78].

Respinte le argomentazioni relative ad una mancanza di indipendenza oggettiva od esterna dei Giudici di pace, la Corte di giustizia è passata ad accertare gli argomenti relativi ad una loro mancanza d’indipendenza soggettiva, od interna. In particolare la questione da risolvere era se lo specifico Giudice di pace remittente, si trovasse o meno a giudicare in una situazione che lo vedeva in conflitto con i propri interessi. In effetti secondo la giurisprudenza dei giudici di Lussemburgo, l’accertamento di una indipendenza soggettiva od interna «impone il rispetto dell’obiettività e l’assenza di qualsivoglia interesse nella soluzione da dare alla controversia all’infuori della stretta applicazione della norma giuridica»[79].

Nel caso di specie il riscontro di tale indipendenza non sembrava affatto scontata atteso che, come si è precedentemente evidenziato, la pronuncia che il giudice di pace di Bologna era chiamato ad emanare avrebbe costituito un precedente utile per determinare il suo stesso diritto a percepire delle ferie retribuite. Restava il fatto che il rinvio presentato al giudice europeo non rappresentava uno strumento finalizzato a perpetrare un arbitrio (che, al limite, avrebbe potuto essere esercitato decidendo tout-court in favore dei propri colleghi) ma, uno strumento per ottenere una interpretazione corretta, oggettiva e disinteressata, di una norma di diritto europeo, capace di limitare la propria discrezionalità e di imporre l’applicazione di una soluzione corretta.

In effetti, come rilevato dall’Avvocato generale Julianne Kokott[80] e confermato dalla Corte[81], in passato, la Corte di giustizia ha più volte risposto a domande di pronunce pregiudiziali sullo status di giudici nazionali, senza mettere in dubbio l’indipendenza dei giudici remittenti. Lo ha fatto, ad esempio nei casi Florescu[82], Associação Sindical dos Juízes Portugueses[83], Escribano Vindel[84], A.K. e a..[85]. Non si vede perché, nel caso di specie, avrebbe dovuto assumere un atteggiamento diverso, anche perché un eventuale rifiuto della Corte di giustizia di rispondere alle questioni pregiudiziali non avrebbe certamente contribuito alla corretta interpretazione ed applicazione del diritto dell’Unione.

Si deve aggiungere che è stata nettamente respinta dalla Corte l’ulteriore obiezione, sollevata dalla Repubblica italiana, secondo la quale la giurisdizione del giudice di pace non sarebbe stata obbligatoria poiché nel caso di specie, risultava fondata su uno sviamento rispetto alla normale procedura, la quale si sarebbe dovuta svolgere davanti ai giudici del lavoro. La Corte ha correttamente valutato che: «è pacifico che la controversia principale non costituisca un’azione in materia di diritto del lavoro, bensì un’azione volta ad ottenere dallo Stato un risarcimento dei danni»[86] e dunque risultava coerente dedurne che il ricorso era stato presentato davanti al giudice competente. Anche per quanto concerne la contestazione di una pretesa artificiosa frammentazione dei crediti della ricorrente nei confronti dello Stato italiano, anch’essa non sembrava particolarmente fondata, in effetti, sebbene emergesse dal rinvio che, se i crediti vantati dalla ricorrente fossero stati considerati unitariamente, il valore massimo per le controversie conoscibili dai giudici di pace sarebbe risultato superato. Secondo costante giurisprudenza, la Corte di giustizia non è tuttavia competente ad applicare il diritto interno degli Stati membri e, conseguentemente, a valutare gli artifizi operati dalle parti di una controversia. Nel caso di specie la Corte ha chiarito che non le spetta «né rimettere in discussione la valutazione del giudice del rinvio relativa alla ricevibilità del ricorso principale, che rientra, nell’ambito del procedimento pregiudiziale, nella competenza del giudice nazionale, né verificare se la decisione di rinvio sia stata adottata conformemente alle norme nazionali disciplinanti l’organizzazione giudiziaria e le procedure giurisdizionali»[87]. Nell’ambito di un rinvio pregiudiziale essa è unicamente competente ad interpretare ed a valutare il diritto dell’Unione. Ne deriva che, in conformità alla propria consolidata giurisprudenza, la Corte ha affermato di doversi attenere «al provvedimento di rinvio emesso da un giudice di uno Stato membro, fintantoché questo provvedimento non sia stato revocato a seguito dell’esperimento di rimedi giurisdizionali eventualmente previsti dal diritto nazionale»[88]. Di conseguenza, se è stato operato un vero e proprio sotterfugio (e non, come sembra, una legittima strategia processuale), vi sarà sempre la possibilità che esso sia individuato dal giudice dell’appello o se del caso dal giudice di legittimità (ma questo potrà avvenire dopo che è stata data la corretta interpretazione del diritto dell’Unione).

Oggetto di contestazione della ricevibilità del ricorso è stata infine la circostanza per la quale il procedimento principale è stato avviato con la forma del procedimento ingiuntivo, nel cui contesto lo Stato italiano non poteva aver avuto la possibilità di difendersi. Si tratta di un argomento di scarso rilievo. In effetti se, come è ben noto, la presenza di una contrapposizione tra le parti è essenziale per definire la nozione di procedimento giurisdizionale nel cui ambito può essere sollevato un rinvio pregiudiziale, i giudici di Lussemburgo hanno ricordato che l’articolo 267 TFUE «non subordina il rinvio alla Corte al carattere contraddittorio del procedimento dinanzi al giudice del rinvio»[89]. In effetti, in diverse circostanze, incluso nel caso di un procedimento d’ingiunzione italiano[90], la Corte ha ammesso che un rinvio pregiudiziale è ricevibile quando comunque i giudici nazionali «siano stati chiamati a statuire nell’ambito di un procedimento destinato a risolversi in una pronuncia di natura giurisdizionale»[91]. Ne deriva che la Corte, nel caso di specie, ha inequivocabilmente affermato che: «il Giudice di pace rientra nella nozione di ‘giurisdizione di uno degli Stati membri’» ai sensi dell’articolo 267 TFUE[92].

 

4. La qualificabilità del giudice di pace alla stregua di ‘lavoratore’

 

Giunti a questo punto la Corte di giustizia si è posta la questione – dirimente – se un giudice di pace fosse qualificabile alla stregua di lavoratore ai sensi della Direttiva 2003/88/CE e dell’articolo 31 della Carte europea dei diritti fondamentali. In effetti il Governo italiano poneva l’accento sul fatto che i giudici di pace ricoprivano una carica qualificabile come ‘onoraria’[93] e a tempo determinato[94], per la quale non percepivano un salario ma un «rimborso spese», fattore questo che, nella propria interpretazione, doveva escludere la sussistenza di un rapporto di lavoro[95]. Più precisamente, secondo la giurisprudenza del Consiglio di Stato, «la natura di funzionario onorario [...] esclude l’esistenza di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato [e], rende inapplicabile le Direttive europee che hanno tale ambito oggettivo di applicazione»[96].

In realtà, la natura giuridica del rapporto di lavoro del giudice onorario, analizzata nella prospettiva del diritto dell’Unione europea, è profondamente diversa da quella che poteva emergere dalla giurisprudenza del Corte di cassazione e del Consiglio di Stato. Innanzi tutto, la Corte correttamente ricorda che l’articolo 1, paragrafo 3, della Direttiva 2003/88/CE, la quale regolamenta diversi aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, definisce il proprio ambito d’applicazione rinviando al disposto dell’articolo 2 della Direttiva 89/391[97], la quale precisa che essa trova applicazione in «tutti i settori d’attività privati o pubblici»[98]. Ne deriva che, se il Giudice di pace risulta qualificabile come ‘lavoratore’, ad esso, in linea di principio trova applicazione la Direttiva 89/391 e con essa la 2003/88/CE[99], la quale gli garantisce il diritto alle ferie retribuite.

Partendo dalla definizione di lavoratore data dalla Corte di giustizia con giurisprudenza costante, possiamo iniziare col ricordare che essa è espressione del diritto dell’Unione[100] e che, in quanto tale, deve prescindere da qualsiasi nozione di lavoratore adottata su base nazionale[101]. In effetti, come precisato con giurisprudenza costante dalla Corte di giustizia, confermata anche nel caso di specie, «il Trattato, istituendo con gli articoli da 48 a 51 [CEE attuali 45-48 TFUE] la libera circolazione dei lavoratori, ha attribuito a questo termine un significato comunitario. Se invece il significato del termine dovesse ricavarsi dal diritto interno, ciascuno Stato potrebbe modificare la portata della nozione di [lavoratore e di] lavoratore migrante ed escludere a suo piacimento determinate categorie di persone dalle garanzie offerte dal Trattato»[102]. Ne deriva che, in applicazione del diritto UE, la qualificazione della carica del giudice di pace quale «onoraria» non assume particolare rilievo: è la sostanza dell’attività concretamente svolta quella che conta.

Nel sistema giuridico europeo la nozione di lavoratore è definita sulla base di criteri obbiettivi ed in particolare la caratteristica essenziale del rapporto di lavoro è individuata dalla giurisprudenza nella circostanza per la quale una persona «fornisca, per un certo periodo di tempo, a favore di un’altra e sotto la direzione di quest’ultima, prestazioni in contropartita delle quali riceva una retribuzione»[103]. Sempre secondo la giurisprudenza della Corte, vi rientra dunque qualsiasi attività lavorativa subordinata[104] per la quale venga percepita una remunerazione[105], inclusi attività lavorative a tempo ridotto[106] o per le quali si percepisca una retribuzione di livello limitato[107], un salario inferiore alla sussistenza[108], attività sportive[109], tirocini professionali retribuiti[110], il lavoro svolto in seno ad una comunità religiosa[111], l’inizio di studi universitari quando l’ammissione all’università sia condizione per l’assunzione[112].

Vi è da aggiungere che la Corte di giustizia aveva già espressamente qualificato un magistrato in carriera quale lavoratore[113]. Ne deriva che l’unico spunto per poter negare alla parte attrice la qualifica di lavoratrice avrebbe potuto essere dato dal considerare le attività da essa svolte come «talmente ridotte da potersi definire puramente marginali ed accessorie»[114]. In realtà l’attività del giudice di pace non sembra affatto qualificabile come marginale ed accessoria, nemmeno a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 13 luglio 2017, n. 116, che gli impone severe limitazioni alla durata temporale delle attività svolgibili[115].

In particolare, nel caso di specie, la Corte ha evidenziato che l’attività della Giudice di pace ricorrente non è qualificabile come «talmente ridotta da potersi definire puramente marginale ed accessoria» visto che essa ha ben svolto attività qualificabili come «reali ed effettive». In effetti, stando agli atti di causa, nel periodo compreso tra il 1° luglio 2017 e il 30 giugno 2018, essa ha emesso, nella qualità di giudice penale, 478 sentenze, nonché 1.326 decreti di archiviazione[116], ricevendo per tale attività una remunerazione ‘non irrisoria’[117]. Risulta quindi logico che la Corte ha concluso che «la sola circostanza che le funzioni del giudice di pace siano qualificate come ‘onorarie’ dalla normativa nazionale non significa che le prestazioni finanziarie percepite da un giudice di pace debbano essere considerate prive di carattere remunerativo»[118]. Ad ogni modo, secondo la giurisprudenza, «né il livello limitato di tale retribuzione né l’origine delle risorse per quest’ultima possono avere alcuna conseguenza sulla qualità di ‘lavoratore’ ai sensi del diritto dell’Unione»[119].

Sarà il giudice nazionale a dover effettivamente valutare se l’attività della sig.ra giudice UX è qualificabile come marginale ed accessoria[120], ma le indicazioni date dalla Corte non sembrano lasciare margini di dubbio.

Desta qualche apparente perplessità la precisazione che il lavoratore, per essere qualificabile come tale, deve svolgere la propria attività sotto la direzione di un’altra persona o, in altri termini «con il vincolo di subordinazione»[121]. In questo contesto il fatto che, come si è precedentemente accennato, il giudice (anche quello di pace) debba agire in piena indipendenza di giudizio e sia soggetto solamente alla Legge, a prima vista sembra escludere la sussistenza di un rapporto di subordinazione. In realtà però così non è: secondo la Corte di giustizia «l’esistenza di un siffatto vincolo dev’essere valutata caso per caso in considerazione di tutti gli elementi e di tutte le circostanze che caratterizzano i rapporti tra le parti»[122]. Nel caso di specie va valutato che anche il giudice di pace è soggetto a regole di servizio e disposizioni relative a come e quando organizzare il proprio lavoro[123] (come, dove e quando tenere le udienze), e sebbene disponga di una certa flessibilità organizzativa[124], non è certo lui (o lei) a decidere di quanti e quali casi si deve occupare[125]. Inoltre i giudici di pace sono assoggettati a requisiti, sotto il profilo disciplinare, analoghi a quelli applicati ai magistrati professionali[126].

Ne deriva quindi che la circostanza per la quale i giudici, inclusi i Giudici di pace, «siano soggetti a condizioni di servizio e possano essere considerati lavoratori non pregiudica minimamente il principio di indipendenza del potere giudiziario»[127] o il fatto che siano qualificabili come dei lavoratori europei. In tali circostanze è evidente che essi devono beneficiare di tutti i diritti che sono loro garantiti dalla Direttiva n. 2003/88/CE e dall’articolo 31, paragrafo 2 della Carta dei diritti fondamentali[128], inclusa la retribuzione delle ferie.

In particolare, secondo consolidata giurisprudenza, la quantificazione della retribuzione che i lavoratori in genere, e quindi anche i giudici di pace, dovrebbero percepire durante il loro periodo di ferie è da definire in applicazione dell’articolo 7 della Direttiva 2003/88/CE. Tale norma stabilisce il principio generale del diritto alla retribuzione delle ferie senza tuttavia precisare l’ammontare del pagamento che il lavoratore deve percepire durante quel periodo[129]. Resta però il fatto che, secondo la consolidata giurisprudenza che ha applicato quella norma, il lavoratore ha diritto ad una retribuzione specifica, da calcolarsi in maniera equivalente a quella che percepisce durante il periodo di lavoro.

In effetti, dalla giurisprudenza della Corte di giustizia emerge che l’espressione ‘ferie annuali retribuite’ di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della Direttiva 2003/88/CE, ha una funzione ed un senso precisi. La funzione di tale disposizione è quella di garantire al lavoratore degli indennizzi che lo pongano «in occasione di tali ferie, in una situazione che, dal punto di vista della paga, è paragonabile ai periodi di lavoro»[130]. Ne deriva che, per la durata delle ferie annuali considerate dalla Direttiva, la retribuzione deve essere mantenuta, in altre parole, «il lavoratore deve percepire la retribuzione ordinaria per tale periodo di riposo»[131]. In effetti «l’ottenimento della retribuzione ordinaria durante il periodo di ferie annuali retribuite è volto a consentire al lavoratore di prendere effettivamente i giorni di ferie cui ha diritto»[132].

Ne deriva ulteriormente che la remunerazione che egli è chiamato a percepire deve essere calcolata assumendo a riferimento un periodo di retribuzione che sia qualificabile come rappresentativo[133], e dall’altro tenendo conto di ogni importo pecuniario che faccia parte della sua retribuzione complessiva[134].

Concretamente, per quanto concerne l’ammontare della retribuzione cui la sig.ra UX aveva diritto in applicazione della Direttiva n. 2003/88/CE/CE, in linea di principio, ed in applicazione di una giurisprudenza costante, essa avrebbe dovuto percepire una retribuzione quantificata allo stesso livello di quella normalmente percepita[135].

Una simile quantificazione sarebbe risultata tuttavia corretta se alla sig.ra UX fosse stata applicabile solamente la Direttiva n. 2003/88/CE, mentre a risultati diversi si sarebbe potuto giungere se alla stessa fosse stata applicabile la Direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE la quale recepisce l’«Accordo quadro sui contratti a tempo determinato». Tale Accordo, a sua volta, stabilisce il principio di non discriminazione tra lavoratori a tempo pieno e a tempo determinato, il che, evidentemente, alterava il parametro secondo il quale calcolare la corretta retribuzione delle sue ferie, equiparandola a quella percepita dal suo collega che svolge mansioni simili ma a tempo indeterminato: il magistrato ordinario con una anzianità di servizio equiparabile. La Corte ha quindi dovuto procedere a verificare se tale Direttiva dovesse trovare applicazione nel caso della sig.ra giudice UX.

 

5. Sulla qualificabilità del giudice di pace quale lavoratore a tempo determinato

 

Partendo dal presupposto per il quale, per motivi oggettivi, la sig.ra UX, essendo stata nominata per un periodo di tempo circoscritto, non poteva essere qualificata come una lavoratrice a tempo indeterminato, sembrava ragionevole prendere in considerazione la possibilità che essa fosse qualificabile alla stregua di una lavoratrice a «tempo determinato» anche perché nell’Accordo quadro la relativa definizione di «a tempo determinato» è data in senso ampio[136].

Tale possibilità era chiaramente corroborata dal fatto che, ai sensi del diritto UE, la nozione di lavoratore a tempo determinato viene definita nel diritto dell’Unione ed in particolare nella clausola 2, punto 1, dell’«Accordo quadro sui contratti a tempo determinato», il quale stabilisce che: «il presente accordo si applica ai lavoratori a tempo determinato con un contratto di assunzione o un rapporto di lavoro disciplinato dalla legge, dai contratti collettivi». Inoltre, nella successiva clausola 3, punto 1, viene precisato che: «ai fini del presente accordo, il termine ‘lavoratore a tempo determinato’ indica una persona con un contratto o un rapporto di lavoro definiti direttamente fra il datore di lavoro e il lavoratore e il cui termine è determinato da condizioni oggettive, quali il raggiungimento di una certa data, il completamento di un compito specifico o il verificarsi di un evento specifico». Vi è da aggiungere che, come confermato dalla costante giurisprudenza della Corte, il campo di applicazione dell’Accordo quadro è concepito senza operare distinzioni basate sulla natura pubblica o privata del datore di lavoro e indipendentemente da come viene qualificato il loro contratto nel diritto interno[137].

Nel caso di specie, la Corte ha ulteriormente precisato che «l’accordo quadro non esclude alcun settore particolare e che le prescrizioni enunciate in tale accordo sono applicabili ai contratti e ai rapporti di lavoro a tempo determinato conclusi con le amministrazioni e gli altri enti del settore pubblico»[138]. Al contempo è irrilevante il fatto che un’attività sia qualificabile come onoraria[139] e che la circostanza per la quale «i Giudici di pace siano titolari di una carica giudiziaria non è sufficiente, di per sé, a sottrarre questi ultimi dal beneficio dei diritti previsti da detto accordo quadro»[140]. In questo contesto la Corte ha rilevato che emerge dal proprio fascicolo che la durata del «mandato dei giudici di pace è limitato a un periodo di quattro anni, rinnovabile»[141], deducendone che, evidentemente: «nel caso di specie, il rapporto che lega i giudici di pace al Ministero della Giustizia ha durata determinata»[142]. Nonostante tale accertamento, la Corte, rendendosi conto di non essere abilitata ad interpretare il diritto italiano, effettua un formale passo indietro e conclude il proprio ragionamento affermando che: «la clausola 2, punto 1, dell’accordo quadro deve essere interpretata nel senso che la nozione di ‘lavoratore a tempo determinato’, contenuta in tale disposizione, può includere un giudice di pace, nominato per un periodo limitato, il quale, nell’ambito delle sue funzioni, svolge prestazioni reali ed effettive, che non sono né puramente marginali né accessorie, e per le quali percepisce indennità aventi carattere remunerativo, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare»[143].

 

6. Sulle ferie e sulla retribuzione delle ferie spettanti al giudice di pace

 

Come accennato, l’applicabilità dell’Accordo quadro risultava particolarmente rilevante nel caso di specie. Lo era in quanto lo stesso risultava basato su un divieto di discriminazione tra lavoratori a tempo determinato e a tempo indeterminato, divieto che, se riconosciuto applicabile avrebbe determinato un deciso cambiamento nel livello della retribuzione di cui aveva diritto la sig.ra giudice UX. Il cambiamento, in particolare, dipendeva dal fatto che, ai sensi dell’accordo quadro, il trattamento cui i lavoratori a tempo determinato hanno diritto, deve consentire loro di beneficiare degli stessi vantaggi riservati ai lavoratori a tempo indeterminato che svolgano attività comparabile (a meno che un trattamento differenziato non si giustifichi per ragioni oggettive)[144].

Nella sentenza in commento la Corte ha confermato che la clausola 4 dell’accordo quadro «mira a dare applicazione al principio di non discriminazione nei confronti dei lavoratori a tempo determinato, al fine di impedire che un rapporto di lavoro di tale natura venga utilizzato da un datore di lavoro per privare questi lavoratori di diritti che sono riconosciuti ai lavoratori a tempo indeterminato»[145].

Concretamente ne deriva che, ove al caso della sig.ra UX fosse stato ritenuto pienamente applicabile l’«accordo quadro», la quantificazione della retribuzione delle sue ferie (ma probabilmente anche la sua retribuzione normale) avrebbe dovuto essere calcolata non già in relazione alla retribuzione da essa normalmente percepita, ma in relazione a quella percepita da un magistrato assunto a tempo indeterminato con la stessa anzianità di servizio. La Corte non lo rileva in maniera esplicita, ma sembra che anche in questo caso il diritto alle ferie del lavoratore assume un duplice aspetto: quello ad usufruire delle ferie e quello a vedersele retribuite.

Sotto il primo profilo che, lo ribadiamo, non è stato esplicitamente evidenziato dalla Corte, considerando che la tipologia del lavoro prestato e l’impegno in esso profuso sembrano pienamente comparabili con quelli di un magistrato ordinario, è evidente che i Giudici di pace hanno un’esigenza di riposarsi e di godere del loro tempo libero, dopo aver prestato la propria attività lavorativa, per un periodo di tempo equivalente a quello dei magistrati a tempo indeterminato (cosa che evidentemente la legislazione italiana garantiva), ma come vedremo, ciò non implica necessariamente che essi abbiano diritto alla stessa retribuzione.

In effetti, se la clausola 4 dell’accordo quadro sancisce il principio di non discriminazione dei lavoratori a tempo determinato, e su di essa la giudice di pace ricorrente ha basato gran parte del proprio ricorso, ed in particolare la quantificazione dell’indennità da percepire durante le ferie, è da ricordare che tale clausola afferma che: «per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto o rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive». In particolare la Corte ha confermato che deve quindi essere valutata, da un lato la comparabilità delle mansioni esercitate e, dall’altro, la sussistenza di ragioni oggettive capaci di giustificare la differenza di trattamento[146].

Se la comparabilità risultasse piena, ed assenti idonee giustificazioni della differenza di trattamento, i giudici di pace avrebbero dovuto essere trattati in tutto e per tutto come i loro colleghi assunti a tempo indeterminato, salvo l’eventuale applicazione del principio pro rata temporis, nel caso in cui i giudici di pace risultassero lavorare meno dei loro colleghi. Resta il fatto che, «secondo una giurisprudenza costante, al fine di valutare se le persone interessate esercitino un lavoro identico o simile nel senso dell’accordo quadro, occorre stabilire, in conformità alle clausole 3, punto 2, e 4, punto 1, di quest’ultimo, se, tenuto conto di un insieme di fattori, come la natura del lavoro, le condizioni di formazione e le condizioni di impiego, si possa ritenere che tali persone si trovino in una situazione comparabile»[147].

Nel caso in commento la Corte di giustizia, pur sottolineando gli aspetti comuni delle mansioni svolte dai giudici togati e non togati, individua chiaramente anche la sussistenza di ragioni oggettive che differenzia le rispettive attività. Tali differenze coinvolgono essenzialmente la formazione dei giudici ordinari, che viene attestata dal superamento di un concorso pubblico, e che consente loro di affrontare la complessità delle mansioni, cui i magistrati di ruolo devono adempiere. Sotto tale profilo sembrerebbe alla Corte, ma compete al giudice remittente accertarlo concretamente, che «le controversie riservate alla magistratura onoraria, e in particolare ai giudici di pace, non hanno gli aspetti di complessità che caratterizzano le controversie devolute ai magistrati ordinari. I giudici di pace tratterebbero principalmente cause di minore importanza, mentre i magistrati ordinari che svolgono la loro attività in organi giurisdizionali di grado superiore tratterebbero cause di maggiore importanza e complessità»[148]. Gli indizi forniti dalla Corte sono precisi e dunque sembra sussistere un primo ordine di motivi per ritenere che le mansioni affidate alle due categorie di giudici non siano equivalenti. Tale impostazione trova autorevole conferma nella giurisprudenza della Corte costituzionale italiana, secondo la quale l’attività svolta dai giudici di pace, comunque, non è equiparabile a quella dei giudici ordinari[149]. Evidentemente da tali motivi non si poteva comunque inferire che i ‘giudici onorari’ non dovevano beneficiare di ferie adeguatamente retribuite[150], ma solamente che la retribuzione di tali ferie doveva essere calcolata secondo il principio più generale.

Vi è da aggiungere che, anche ove fosse accertata la sussistenza di una sostanziale similitudine tra le mansioni svolte dalle due categorie di giudici, una differenza di trattamento potrebbe risultare giustificata da ragioni oggettive. Tali non sono, automaticamente, le differenze stabilite dalla Legge. In proposito la Corte ricorda che «secondo una giurisprudenza costante, la nozione di ‘ragioni oggettive’ ai sensi della clausola 4, punto 1, dell’accordo quadro dev’essere intesa nel senso che essa non consente di giustificare una differenza di trattamento tra i lavoratori a tempo determinato e i lavoratori a tempo indeterminato con il fatto che tale differenza è prevista da una norma generale o astratta, quale una legge o un contratto collettivo»[151]. Ovviamente la Corte ricorda anche come la natura temporanea dell’incarico cui è chiamato il giudice di pace non è di per sé tale da giustificare una diversità di trattamento rispetto ai suoi colleghi togati[152]. In effetti, «ammettere che la mera natura temporanea di un rapporto di lavoro sia sufficiente a giustificare una disparità di trattamento tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato svuoterebbe di ogni sostanza gli obiettivi della Direttiva 1999/70 nonché dell’accordo quadro ed equivarrebbe a perpetuare il mantenimento di una situazione svantaggiosa per i lavoratori a tempo determinato»[153].

Diverso rilievo hanno invece le più precise considerazioni svolte dal Governo italiano inerenti le modalità di selezione delle due categorie di giudici, nonché la complessità delle mansioni loro affidate. Come evidenziato dalla Corte, infatti, «talune disparità di trattamento tra lavoratori a tempo indeterminato assunti al termine di un concorso e lavoratori a tempo determinato assunti all’esito di una procedura diversa da quella prevista per i lavoratori a tempo indeterminato possono, in linea di principio, essere giustificate dalle diverse qualifiche richieste e dalla natura delle mansioni di cui devono assumere la responsabilità»[154]. In effetti, la Corte registra che i Giudici di pace sono selezionati secondo modalità diverse e meno rigorose rispetto ai magistrati ordinari (i quali sono assunti a seguito di pubblico concorso e previo superamento di prove selettive), il che consente di presumere che i primi risultino essere professionalmente meno qualificati dei loro colleghi assunti a tempo indeterminato.

La Corte evidenzia anche che: «qualora un simile trattamento differenziato derivi dalla necessità di tener conto di esigenze oggettive attinenti all’impiego che deve essere ricoperto mediante la procedura di assunzione e che sono estranee alla durata determinata del rapporto di lavoro che intercorre tra il lavoratore e il suo datore di lavoro, detto trattamento può essere giustificato, ai sensi della clausola 4, punti 1 e/o 4, dell’accordo quadro»[155]. Tra gli aspetti che devono concretamente essere valutati dal giudice nazionale remittente viene esplicitamente menzionata «la particolare importanza attribuita dall’ordinamento giuridico nazionale e, più specificamente, dall’articolo 106, paragrafo 1, della Costituzione italiana, ai concorsi appositamente concepiti per l’assunzione dei magistrati ordinari, sembra[...] indicare una particolare natura delle mansioni di cui questi ultimi devono assumere la responsabilità e un diverso livello delle qualifiche richieste ai fini dell’assolvimento di tali mansioni»[156].

Sebbene spetti al giudice nazionale «valutare, a tal fine, gli elementi qualitativi e quantitativi disponibili riguardanti le funzioni svolte dai giudici di pace e dai magistrati professionali, i vincoli di orario e le sanzioni cui sono soggetti nonché, in generale, l’insieme delle circostanze e dei fatti pertinenti»[157], la Corte, di fatto, lo indirizza in maniera precisa affermando che «gli obiettivi invocati dal governo italiano nel caso di specie, vale a dire rispecchiare le differenze nell’attività lavorativa tra i giudici di pace e i magistrati professionali, potrebbero essere idonei a rispondere ad una reale necessità e che le differenze di trattamento esistenti tra tali due categorie, anche in materia di ferie annuali retribuite, potrebbero essere considerate proporzionate agli obiettivi da esse perseguiti»[158].

Si deve anche considerare che, se la differenza di remunerazione che le due categorie di giudici percepiscono ha un senso preciso, non si vede ragione per la quale, invece, durante il periodo delle ferie le due categorie di giudici dovrebbero percepire la stessa indennità.

In altri termini sembra che nel giudizio principale non potrà essere ragionevolmente accolta la richiesta della ricorrente di ricevere un compenso eguale a quello dei magistrati ordinari il quale andrà invece calcolato sulla base della retribuzione normalmente percepita.

 

6. Sulla responsabilità patrimoniale per gli errori commessi dai giudici di ultima istanza nell’applicazione del diritto dell’Unione europea

 

La terza questione pregiudiziale sollevata dal Giudice di pace di Bologna era in realtà sorprendente, e denota una sua scarsa padronanza dei meccanismi del diritto dell’Unione europea. Peraltro altrettanto sorprendente risulta il fatto che la Corte di giustizia ignori completamente la questione da lui sollevata. In effetti, nonostante l’Avvocato generale vi abbia dedicato alcuni passaggi, la Corte di giustizia non la menziona affatto, né nel dispositivo, né nella motivazione della propria pronuncia, nemmeno limitandosi a fare un rinvio alla propria giurisprudenza in materia.

In effetti con la terza questione contenuta nel rinvio pregiudiziale, il giudice remittente chiedeva: «se l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in combinato disposto con l’art. 267 TFUE, alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia Ue in materia di responsabilità dello Stato italiano per manifesta violazione della normativa comunitaria da parte del Giudice di ultima istanza nelle sentenze Kobler (EU:C:2003:513), Traghetti del Mediterraneo (EU:C:2006:391) e Commissione contro Repubblica italiana (EU:C:2011:775), siano in contrasto con l’art. 2, commi 3 e 3-bis, della legge 13 aprile 1988, n. 117 sulla responsabilità civile dei magistrati, che prevede la responsabilità del giudice per dolo o colpa grave ‘in caso di violazione manifesta della legge nonché del diritto dell’Unione europea’ e che pone il giudice nazionale di fronte alla scelta – che comunque venga esercitata è causa di responsabilità civile e disciplinare nei confronti dello Stato nelle cause in cui parte sostanziale è la stessa amministrazione pubblica, particolarmente quando il giudice della causa è un giudice di pace con lavoro a tempo determinato privo di tutele effettive giuridiche, economiche e previdenziali –, come nella fattispecie di causa, se violare la normativa interna disapplicandola e applicando il diritto dell’Unione europea, come interpretato dalla Corte di giustizia, o invece violare il diritto dell’Unione europea applicando le norme interne ostative al riconoscimento della tutela e in contrasto con gli articoli 1, paragrafo 3, e 7 della direttiva 2003/88, con le clausole 2 e 4 dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, recepito dalla direttiva 1999/70 e con l’articolo 31, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».

In altre parole il giudice remittente sembrava manifestare il timore che, disapplicando il diritto interno per applicare quello dell’Unione egli rischierebbe di violare il primo diritto e quindi di incorrere nella responsabilità a carico dei giudici secondo la normativa nazionale. Così evidentemente non può essere, per un duplice ordine di ragioni. In primo luogo la Corte di giustizia ha circoscritto l’applicazione del principio della responsabilità del giudice per violazione manifesta del diritto dell’Unione alla giurisdizione di ultima istanza e tale non è il Giudice di pace. In secondo luogo è evidente che il sistema giuridico europeo e quello nazionale devono formare un sistema coerente, nel cui contesto le eventuali antinomie vanno risolte sulla base del principio del primato del diritto dell’Unione, principio che impone chiaramente al giudice nazionale di disapplicare il diritto nazionale che reputi contrastante con quello dell’Unione.

Il principio del primato del diritto UE è riconosciuto con giurisprudenza costante dalla Corte di giustizia[159] e dalla nostra Corte costituzionale e di cassazione[160]. Ne deriva che se il diritto interno va disapplicato non può risultare violato, e quindi non può sussistere una responsabilità del magistrato, sia esso togato o non togato. Per contro, la violazione grave e manifesta del diritto UE da parte del magistrato di ultima istanza, come chiaramente evidenziato nella giurisprudenza che lo stesso giudice remittente evidenzia, può ben sussistere.

Come rilevato anche dall’Avvocato generale una diversa soluzione non sarebbe solamente contraria al principio del primato del diritto dell’Unione ma anche a quello di leale cooperazione che, sancito all’art. 4, par. 3 del TUE[161], vincola anche il giudice nazionale, nonché il diritto di ciascun cittadino ad una tutela giurisdizionale effettiva così come sancita all’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la quale, come si è visto, ha la stessa forza dei Trattati[162].

Questo è ancor più vero quando, come nel caso di specie, gli obblighi derivanti dalla Direttiva 2003/88/CE sono stati considerati con giurisprudenza costante essere incondizionati e sufficientemente precisi, tanto da poter trovare applicazione diretta da parte dei giudici nazionali indipendentemente dal tenore della norma interna.

In tale contesto sembra piuttosto evidente che la via del risarcimento del danno subìto per la violazione del dovere dello Stato di retribuire i giorni di ferie di cui hanno fruito i Giudici di pace, è ben praticabile. Come ricorda la Corte di giustizia nella recente sentenza Hochtief Solutions, «secondo la giurisprudenza della Corte, la responsabilità di uno Stato membro per danni causati da una decisione di un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado che viola una norma di diritto dell’Unione può sorgere […] nel caso eccezionale in cui il giudice nazionale che ha statuito in ultimo grado abbia violato in modo manifesto il diritto applicabile»[163].

Sempre nella stessa circostanza la Corte ha anche ricordato che: «per determinare se sussista una violazione sufficientemente qualificata del diritto dell’Unione, il giudice nazionale investito di una domanda di risarcimento danni deve tener conto di tutti gli elementi che caratterizzano la situazione ad esso sottoposta. Tra gli elementi che possono essere presi in considerazione al riguardo figurano, segnatamente, il grado di chiarezza e di precisione della norma violata, l’ampiezza del potere discrezionale che la norma infranta riserva alle autorità nazionali, l’intenzionalità o l’involontarietà dell’infrazione commessa o del danno causato, la scusabilità o inescusabilità di un eventuale errore di diritto, la circostanza che i comportamenti adottati da un’istituzione dell’Unione europea abbiano potuto concorrere all’adozione o al mantenimento in vigore di provvedimenti o di prassi nazionali contrari al diritto dell’Unione, nonché la mancata osservanza, da parte del giudice nazionale di cui trattasi, dell’obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267, terzo comma, TFUE»[164].

Nel caso in commento la chiarezza con la quale la Corte di giustizia ha definito la portata del diritto alle ferie, nonché l’evidenza del fatto che il giudice nazionale – anche quello di pace – sia qualificabile come lavoratore, non sembra lasciare dubbi in merito alla responsabilità dello Stato per il fatto commesso dal proprio giudice.

In questo contesto è infine da menzionare il fatto – ancora una volta sorprendente – che il Consiglio di Stato, con sentenza del 21 febbraio 2020 ha statuito in materia di applicabilità delle Direttive europee al Giudice di pace (e senza avere alcun dubbio), negandone la qualifica di ‘lavoratore’[165], nonostante l’Avvocato generale Julianne Kokott, avesse già presentato le proprie conclusioni nella C-658/18, UX, nelle quali evidenziava, in maniera nettissima, che il Giudice di pace deve essere a tutti gli effetti considerato un lavoratore europeo e come tale pienamente soggetto all’applicazione della Direttiva 2003/88/CE.



[1] Si cfr. Corte giust. ordinanze: del 6 settembre 2018, in causa C‑472/17, Di Girolamo, ECLI:EU:C:2018:684, inedita, la quale ha dichiarato irricevibile il rinvio in quanto lo stesso giudice remittente, come emerge dal punto 30 della motivazione, aveva dichiarato di non essere competente a statuire sul merito della questione; 17 gennaio 2019, in causa C‑600/17, Cipollone, ECLI:EU:C:2019:29, inedita, punto 26, dove «il giudice del rinvio ha espressamente indicato nell’ordinanza di rinvio che, qualora dichiarasse la propria competenza nell’ambito del procedimento principale, esso si sostituirebbe al giudice precostituito per legge»; 17 dicembre 2019, in causa C‑618/18, Di Girolamo, ECLI:EU:C:2019:1090, inedita, la quale (punto 37) è stata giudicata irricevibile per gli stessi motivi enunciati nella richiamata ordinanza Di Girolamo del 17 gennaio 2019.

[2] D.Lgs. 13 luglio 2017, n. 116, «Riforma organica della magistratura onoraria e altre disposizioni sui giudici di pace, nonché disciplina transitoria relativa ai magistrati onorari in servizio, a norma della Legge 28 aprile 2016, n. 57», in G.U. S.G. del 31 luglio 2017, n.177.

[3] Si cfr. il rapporto presentato al Comitato dei Ministri il 5 luglio 2016, sul Reclamo n. 102/2013, Associazione Nazionale Giudici di Pace c. Italia, punto 83. Da notare che le Decisioni del Comitato europeo dei diritti sociali, non costituiscono degli atti giuridicamente vincolanti.

[4] Si cfr. F. Biondi, Il diritto alla sicurezza sociale: la decisione del comitato europeo dei diritti sociali sul reclamo collettivo dell’‘associazione nazionale dei giudici di pace’ e le sue ricadute sulla riforma della magistratura onoraria, in Osservatorio costituzionale, 2017, n. 2, p. 383, in partic. a p. 392.

[5] Si cfr. M. Orlandi, Il diritto alle ferie nella disciplina europea, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, 2019, vol. n. 61, p. 43.

[6] Non si concorda quindi con quanto affermato da S. Buoso, Cumulo e riporto delle ferie non godute al termine del rapporto, precisazioni dalla Corte di giustizia, in Rivista italiana di diritto del lavoro, 2018, n. 2, p. 398, in partic. a p. 404, il quale lo qualifica come una «conquista dell’uomo moderno».

[7] In effetti, nell’Antico testamento (CEI 2008), Esodo, cap. 20, viene stabilito che: «sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro. Ma il settimo giorno [...] non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio, né tua figlia, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né lo straniero che dimora presso di te». Tale comandamento, in un periodo storico in cui i precetti religiosi e le norme giuridiche tendevano a confondersi, rappresenta il primo indiscutibile riconoscimento di un diritto fondamentale di tutti gli uomini e le donne (inclusi quelli non liberi o schiavi) al riposo settimanale. Esso esprime evidentemente quella che è un’esigenza inderogabile e universalmente sentita di ogni lavoratore: quella di alternare periodi di lavoro con momenti di riposo e svago i quali sono considerati indispensabili a garantire non solamente la salute delle persone ma il loro stesso equilibrio psico-fisico.

[8] Si cfr. Corte giust.: 6 novembre 2018, in cause riunite C‑569/16 e C‑570/16, Bauer e Willmeroth, ECLI:EU:C:2018:871, in Racc. digitale, punto 58; 12 giugno 2014, in causa C‑118/13, Bollacke, ECLI:EU:C:2014:1755, in Racc. digitale, punto 22; 6 novembre 2018, in causa C‑684/16, Max-Planck-Gesellschaft, ECLI:EU:C:2018:874, in Racc. digitale, punto 31.

[9] Si cfr. Corte giust.: 6 novembre 2018, in cause riunite C‑569/16 e C‑570/16, Bauer e Willmeroth, cit., punto 58; 12 giugno 2014, in causa C-118/13, Bollacke, cit., punto 22; 6 novembre 2018, in causa C‑684/16, Max-Planck-Gesellschaft, cit., punto 31; 25 giugno 2020, in cause riunite C-762/18 e C-37/19, Q.H. e C.V. in Racc. digitale, punto 83.

[10] Come chiarito da Corte giust. 16 marzo 2006, in cause riunite C-131/04 e C-257/04, Robinson-Steele e a., ECLI:EU:C:2006:177, in Racc. 2006, p. I-2531, punto 49: «il pagamento delle ferie prescritto all’art. 7, n. 1, della Direttiva è volto a consentire al lavoratore di prendere effettivamente le ferie cui ha diritto». Si cfr. Corte giust.: 22 maggio 2014, in causa C-539/12, Lock, ECLI:EU:C:2014:351, in Racc. digitale, punto 20; 13 dicembre 2018, in causa C-385/17, Hein, ECLI:EU:C:2018:1018, in Racc. digitale (ed in Il Foro napoletano, 2019, n. 1, p. 209, con nota di M. Orlandi, La sentenza della Corte di giustizia Hein ed il conteggio dei periodi di lavoro in cui il dipendente è rimasto inattivo ai fini della maturazione del diritto alle ferie), punto 44.

[11] Come è ben noto l’art. 36 Cost. dispone che: «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla Legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi».

[12] Approvata il 10 dicembre 1948, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione n. 217 A (III), il cui art. 24 dispone che: «ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite».

[13] «Charte sociale européenne», la quale è un Trattato promosso dal Consiglio d’Europa, firmato a Torino il 18 ottobre 1961, ratificato dall’Italia con L. del 3 luglio 1965, n. 929, in GU del 3 febbraio 1965, SO, n. 193. Esso, all’art. 2, dispone che: «en vue d’assurer l’exercice effectif du droit à des conditions de travail équitables, les Parties contractantes s’engagent: [...] à prévoir des jours fériés payés; à assurer l’octroi d’un congé payé annuel de deux semaines au minimum».

[14] Adottato dall’Assemblea Generale il 16 dicembre 1966 con la Risoluzione n. 2200 A (XXI). Esso all’art. 7, let. d), prevede: «il riposo, gli svaghi, una ragionevole limitazione delle ore di lavoro, e le ferie periodiche retribuite, nonché la remunerazione per i giorni festivi».

[15] La «Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori», proclamata dal Consiglio europeo dell’8 e 9 dicembre 1999, punto 8, dispone che: «ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite i cui periodi devono essere via via ravvicinati, in modo da ottenere un progresso, conformemente alle prassi nazionali».

[16] La «Carta sociale europea (riveduta)», è un Trattato promosso dal Consiglio d’Europa e firmata a Strasburgo il 3 maggio 1996, ratificato dall’Italia con L. 9 febbraio 1999, n. 30, in GU del 23 febbraio 1999, n. 44, S.O., n. 38. Esso all’art. 2, dispone che: «per assicurare l’effettivo esercizio del diritto ad eque condizioni di lavoro, le Parti s’impegnano: [...], 2 a prevedere giorni festivi retribuiti; 3 a garantire il godimento di ferie annuali retribuite di un minimo di quattro settimane».

[17] Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, n. 2003/88/CE, «concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro», in GUUE del 18 novembre 2003, n. L 299, p. 9.

[18] Direttiva del Consiglio, del 23 novembre 1993, n. 93/104/CE, «concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro», in GUCE del 13 dicembre 1993, n. L 307, p. 18, la quale conteneva all’articolo 7 una disposizione di identico tenore a quella attualmente in vigore.

[19] Direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE, «relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato», in GUCE del 10 luglio 1999, n. L 175, p. 43. Sugli Accordi sociali europei e sulla loro rilevanza nel diritto dell’Unione si cfr.: L. Calafà, Art. 155 TFUE, in In commentario breve ai Trattati dell’Unione europea, in F. Pocar, M.C. Baruffi (a cura di), Padova 2014, p. 1000; M. Militello, in Codice dell’Unione europea operativo, a cura di C. Curti Gialdino, 2012, p. 1310; M. Orlandi, Articolo 155 TFUE, in Trattati dell’Unione Europea, a cura di A. Tizzano, Milano 2014, p. 1452.

[20] La «Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea» all’art. 31, par. 2, dispone che: «ogni lavoratore ha diritto a una limitazione della durata massima del lavoro, a periodi di riposo giornalieri e settimanali e a ferie annuali retribuite». Si rammenta che l’art. 6 TUE (già 6 UE), così come riformato dal Trattato di Lisbona («che modifica il Trattato sull’Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea», firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007, ratificato dall’Italia con L. 2 agosto 2008, n. 130, in GURI 8 agosto 2008, n. 185, S.O.), dispone oggi che: «l’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principî sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei Trattati. Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell’Unione definite nei Trattati. I diritti, le libertà e i principî della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni».

[21] Così Corte giust. 10 settembre 2015, in causa C-266/14, Federación de Servicios Privados del sindicato Comisiones obreras, in Racc. digitale (ed in Il Foro italiano, 2016, parte IV, p. 209, con nota di G. Ricci), punto 24. Si cfr. anche Corte giust.: 1° dicembre 2005, in causa C-14/04, Dellas e a., ECLI:EU:C:2005:728, in Racc. 2005, p. I-10253, punto 49; 4 marzo 2011 (ordinanza) in causa C-258/10, Grigore, ECLI:EU:C:2011:122, in Racc. 2011, p. I-20 (pub. sommaria), punto 41; 14 ottobre 2010, in causa C-243/09, Fuß, ECLI:EU:C:2010:609, in Racc. 2010, p. I-9849, punto 34.

[22] Si cfr. S. Buoso, op. cit., p. 404.

[23] In particolare emerge dalla Direttiva del Consiglio, del 23 novembre 1993, n. 93/104/CE, cit., punto 5 della motivazione, che la stessa era stata adottata: «considerando che il miglioramento della sicurezza, dell’igiene e della salute dei lavoratori durante il lavoro rappresenta un obiettivo che non può dipendere da considerazioni di carattere puramente economico». Identica motivazione ha sorretto l’adozione della Direttiva 4 novembre 2003, n. 2003/88/CE, cit. (si cfr. il punto 4 della sua motivazione).

[24] Si cfr. Corte giust. 26 giugno 2001, in causa C-173/99, BECTU, ECLI:EU:C:2001:356, in Racc. 2001, p. I-4881, punto 59.

[25] Si cfr. Corte giust.: 3 ottobre 2000, in causa 303/98, Sindicato de Médicos de Asistencia Pública, ECLI:EU:C:2000:528, in Racc. 2000, p. I-7963, punto 34; 5 ottobre 2004, in cause riunite da C-397/01 a C-403/01, Pfeiffer, ECLI:EU:C:2004:584, in Racc. 2004, p. I-8835, punto 52; 14 ottobre 2010, in causa C-428/09, Union syndicale Solidaires Isère, ECLI:EU:C:2010:612, in Racc. 2010, p. I-9961 (ed in Rivista italiana di diritto del lavoro, 2011, p. 1262, con nota di M. Falsone, La Corte di giustizia interviene in tema di periodo minimo di riposo giornaliero e di durata massima dell’orario settimanale di lavoro), punto 22; 6 novembre 2018, in causa C‑619/16, Kreuziger, ECLI:EU:C:2018:872, in Racc. digitale, punto 22.

[27] La Direttiva 4 novembre 2003, n. 2003/88/CE, cit., art. 18, stabilisce che, mediante contratti collettivi o accordi conclusi tra le parti sociali, si può derogare al disposto degli artt. 3, 4, 5, 8 e 16 della stessa Direttiva, ma non alle altre disposizioni (tra cui l’art. 7, il quale da diritto alle ferie annuali). Più in genere sul fatto che i contratti collettivi di lavoro debbano essere conformi al diritto dell’Unione si cfr. Corte giust.: 5 ottobre 2004, in cause riunite da C-397/01 a C-403/01, Pfeiffer, cit., punto 96; 12 ottobre 2010, in causa C-45/09, Rosenbladt, ECLI:EU:C:2010:601, in Racc. 2010, p. I-9391, punto 52; 13 settembre 2011, in causa C-447/09, Prigge e a., ECLI:EU:C:2011:573, in Racc. 2011, p. I-8003, punto 46; 22 novembre 2011, in causa C-214/10, KHS, ECLI:EU:C:2011:761, in Racc. 2011, p. I-11757, punti 22 e 23.

[28] Si cfr. Corte giust.: 22 aprile 2008, in causa C-486/08, Zentralbetriebsrat der Landeskrankenhäuser Tirols, ECLI:EU:C:2010:215, in Racc. 2010, p. I-3527, punto 29; 21 giugno 2012, in causa C-78/11, ANGED, ECLI:EU:C:2012:372, in Racc. digitale, punto 18; 8 novembre 2012, in causa C-229/11 e C-230/11, Heimann e Toltschin, ECLI:EU:C:2012:693, in Racc. digitale (con nota di D. Krömer, The Holiday You Don’t Deserve, in European Law Reporter, 2013, n. 2, p. 59), punto 23; 12 giugno 2014, in causa C-118/13, Bollacke, cit., punto 22; 11 novembre 2015, in causa C-219/14, Greenfield, ECLI:EU:C:2015:745, in Racc. digitale, punto 28; 29 novembre 2017, in causa C‑214/16, King, ECLI:EU:C:2017:914, in Racc. digitale (con nota di S. Buoso, op. cit.), punto 58; 6 novembre 2018, in causa C-619/16, Kreuziger, cit., punto 38; 6 novembre 2018, in causa C‑684/16, Max-Planck-Gesellschaft, cit., punto 31; 14 maggio 2019, in causa C-55/18, Federación de Servicios de Comisiones Obreras CCOO c. Deutsche Bank SAE, ECLI:EU:C:2019:402, in Racc. digitale (con nota di M. Orlandi, È indispensabile per la tutela dei lavoratori che il datore proceda all’effettiva registrazione delle ore da essi lavorate, in Post di AISDUE, 1, 2019, p. 84), punto 32.

[29] Così Corte giust. 12 giugno 2014, in causa C-118/13, Bollacke, cit., punto 22.

[30] Così Corte giust. 29 novembre 2017, in causa C‑214/16, King, cit., punto 58. Si cfr. anche Corte giust. 14 ottobre 2010, in causa C-428/09, Union syndicale Solidaires Isère, cit., punto 40.

[31] Si cfr. Corte giust.: 3 ottobre 2000, in causa 303/98, Sindicato de Médicos de Asistencia Pública, cit., punti 35; 5 ottobre 2004, in cause riunite da C-397/01 a C-403/01, Pfeiffer, cit., punti 67 e 77; 14 ottobre 2010, in causa C-428/09, Union syndicale Solidaires Isère, cit., punto 24.

[32] Si cfr. Corte giust.: 20 gennaio 2009, in causa C-350/06 e C-520/06, Schultz-Hoff e a., ECLI:EU:C:2009:18, in Racc. 2009, p. I-179, punto 60; 12 giugno 2014, in causa C-118/13, Bollacke, cit., punto 20; 20 luglio 2016, in causa C-341/15, Maschek, cit., punto 34.

[33] Si cfr. Corte giust.: 16 marzo 2006, in cause riunite C-131/04 e C-257/04, Robinson-Steele e a., cit., punto 58; 20 gennaio 2009, in causa C-350/06 e C-520/06, Schultz-Hoff e a., cit., punto 60; 15 settembre 2011, in causa C-155/10, Williams e a., ECLI:EU:C:2011:588, in Racc. 2011, p. I-8409, punto 26; 12 giugno 2014, in causa C-118/13, Bollacke, cit., punto 16; 13 dicembre 2018, in causa C-385/17, Hein, cit., punto 24.

[34] Si cfr. S. Bologna, I tempi di lavoro e di riposo nel diritto dell’Unione europea, in Temilavoro.it, 2016, vol. 8, n. 1, p. 1, in partic. a p. 13.

[35] Ai sensi del D.lgs. 13 luglio 2017, n. 116, cit., art. 24: «i magistrati onorari non prestano attività durante il periodo feriale di cui all’articolo 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, salvo che ricorrano specifiche esigenze d’ufficio; in tal caso, è riconosciuto il diritto di non prestare attività nel periodo ordinario per un corrispondente numero di giorni. L’indennità prevista dall’articolo 23 è corrisposta anche durante il periodo di cui al presente articolo». In effetti se la richiamata norma introduce il diritto alla retribuzione delle ferie, ne quantifica l’importo in maniera sostanzialmente forfetaria basandosi sulla sola indennità fissa e senza tener conto dell’indennità di risultato. In effetti, la giurisprudenza della Corte indica chiaramente che le indennità di ferie vanno calcolate sulla base di ogni pagamento effettuato in favore del lavoratore che risulti collegato all’esecuzione delle sue mansioni. In particolare, come chiarito da Corte giust. 15 settembre 2011, in causa C-155/10, Williams e a., cit., punto 26, devono essere valutati «i vari elementi che compongono la retribuzione complessiva del lavoratore e, dall’altra, l’espletamento delle mansioni ad esso affidate in ossequio al suo contratto di lavoro. Questa valutazione deve essere svolta in funzione di una media su un periodo di riferimento giudicato rappresentativo». Si cfr. anche Corte giust. 13 dicembre 2018, in causa C-385/17, Hein, cit., punto 47.

[36] Si cfr., tra le tante: C. Cass. Sezione unite, 31 maggio 2017, n. 13721, M.E. (in http://studiolegale.leggiditalia.it/), punto 1.3; C. Cass. Sezione unite, 16 novembre 2017, n. 27198, B.M.P. (in http://studiolegale.leggiditalia.it/); C. Cass. Sezione lavoro, 4 gennaio 2018, n. 99, M.B.M., (in http://studiolegale.leggiditalia.it/), punto 18; Consiglio di Stato del 18 luglio 2017, n. 3556, B.P., F.A. (in http://studiolegale.leggiditalia.it/).

[37] Corte giust. 6 ottobre 1982, in causa 283/81, Cilfit e Lanificio di Gavardo, in Racc. 1982, p. 3415 (ed in Il Foro italiano, 1983, IV, p. 63, con nota di A. Tizzano, ed in Giustizia civile, 1983, I, p.12, con nota di N. Catalano, La pericolosa teoria dell’‘atto chiaro’). Si cfr. anche Corte giust.: 9 settembre 2015, in causa C‑160/14, Ferreira da Silva e Brito e a., cit., punto 38; 28 luglio 2016, in causa C‑379/15, Association France Nature Environnement, ECLI:EU:C:2016:603, in Racc. digitale, punto 50; 4 ottobre 2018, in causa C‑416/17, Commissione c. Francia, ECLI:EU:C:2018:811, in Racc. digitale, punto 110.

[38] Sul principio dell’atto chiaro si cfr.: R. Adam, A Tizzano, Manuale di diritto dell’Unione europea, Giappichelli, 2017, p. 331; A. Albors-Llorens, Judicial Protection Before the Court of Justice of the European Union, in C. Barnard, S. Peers (editors), European Union Law, Oxford, 2017, p. 262, in partic. a p 300; C. Blumann, L. Dubouis, Droit institutionnel de l’Union européenne, Parigi 2010, p. 694. L. Daniele, Diritto dell’Unione europea, Milano 2028, p. 409; J.P. Jacqué, Droit institutionnel de L’Union européenne, Dalloz, Paris, 2015, p. 767; A.L. Valvo, Istituzioni di diritto dell’Unione europea, Torino 2019, p. 280; U. Villani, Istituzioni di diritto dell’Unione europea, Bari 2017, p. 421.

[39] Così Corte giust. 6 ottobre 1982, in causa 283/81, Cilfit e Lanificio di Gavardo, cit. punto 16.

[40] Così Corte giust. 6 ottobre 1982, in causa 283/81, Cilfit e Lanificio di Gavardo, cit. punto16.

[41] Così Corte giust. 30 gennaio 2019, in causa C‑587/17 P, Belgio c. Commissione, ECLI:EU:C:2019:75, punto 77. Si cfr. anche 9 settembre 2015, in causa C‑160/14, Ferreira da Silva e Brito e a., ECLI:EU:C:2015:565, in Racc. digitale, punto 39; 4 ottobre 2018, in causa C‑416/17, Commissione c. Francia, punto110.

[42] Si cfr. Corte giust. 6 ottobre 1982, in causa 283/81, Cilfit e Lanificio di Gavardo, cit., punto 16.

[43] Si cfr. la Sezione 7 di questo lavoro.

[44] In realtà, sebbene l’art. 7 della Direttiva 4 novembre 2003, n. 2003/88/CE, cit., concretizzi il disposto dell’art. 31 della «Carta europea dei diritti fondamentali», la stessa norma, nella versione enunciata nella Direttiva 23 novembre 1993, n. 93/104/CE, cit., in un rapporto circolare, ha costituto la disposizione che ha ispirato l’art. 31 della Carta. Come sottolineato dall’Avv. generale Antonio Tizzano nelle conclusioni presentate l’8 febbraio 2001, nella causa C-173/99, BECTU, ECLI:EU:C:2001:81, in Racc. 2000, p. I-4883, punto 26, l’art. 31 della Carta «per espressa affermazione del Presidium della Convenzione che ha elaborato la Carta, da un lato si è ispirata proprio all’art. 2 della Carta sociale europea e al punto 8 della Carta comunitaria dei diritti dei lavoratori, dall’altro ha tenuto debito ‘conto della Direttiva 93/104/CE concernente taluni aspetti dell’organizzazione del tempo di lavoro’». Peraltro come evidenziato da G. Ricci, Orario di lavoro, riposi e ferie: questioni d’attualità, in Il Foro italiano, 2009, n. 9, I, p. 2353, entrambe le norma a loro volta riprendono in larga parte il disposto dell’art. 31 della Costituzione.

[45] Si cfr. Corte giust.16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, ECLI:EU:C:2020:572, in Racc. digitale, punto 20.

[46] Come rilevato dallo stesso giudice remittente, nel rinvio pregiudiziale che ha condotto all’ordinanza della Corte di giustizia del 6 settembre 2018, in causa C‑472/17, Di Girolamo, cit., punto 16: «tenuto conto del carattere pubblico del datore di lavoro dell’interessato, la controversia avrebbe dovuto essere trattata dal giudice amministrativo».

[47] Si cfr. Corte giust. ordinanza del 6 settembre 2018, in causa C‑472/17, Di Girolamo, cit., punto 15.

[48] Si cfr. Corte giust. ordinanze: 6 settembre 2018, in causa C‑472/17, Di Girolamo, cit.; 17 gennaio 2019, in causa C‑600/17, Cipollone, cit.; 17 dicembre 2019, in causa C‑618/18, Di Girolamo, cit.

[49] Si cfr. Corte giust.: 16 dicembre 1981, in causa 244/80, Foglia, ECLI:EU:C:1981:302, in Racc. 1981, p. 3045 (ed in Il Foro italiano, 1982, IV, p. 308, con nota di A. Tizzano, Foglia-Novello atto II, ovvero la crisi dell’ ‘uso alternativo’ dell’art. 177 CEE), punto 18; 12 marzo 1998, in causa C‑314/96, Djabali, ECLI:EU:C:1998:104, in Racc. 1998, p. I‑1149, punto 19; 2 aprile 2009, in causa C‑459/07, Elshani, ECLI:EU:C:2009:224, in Racc. 2009, p. I‑2759, punto 42; 8 settembre 2010, in causa C‑409/06, Winner Wetten, ECLI:EU:C:2010:503, in Racc. 2010, p. I-8015, punto 38; 24 aprile 2012, in causa C‑571/10, Kamberaj, ECLI:EU:C:2012:233, in Racc. digitale, punto 41; 16 giugno 2016, in causa C‑351/14, Rodríguez Sánchez, ECLI:EU:C:2016:447, in Racc. digitale, punto 56; 6 settembre 2018, in causa C‑472/17, Di Girolamo, cit., punto 26; 17 gennaio 2019, in causa C‑600/17, Cipollone, cit., punto 24.

[50] L. 13 aprile 1988, n. 117, «Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati», in G.U. S.G. del 15 aprile 1988, n. 88.

[51] Così l’art. 83 del «Regolamento di procedura della Corte di giustizia», del 25 settembre 2012 (in GUUE del 29 settembre 2012, n. L 265), come modificato il 18 giugno 2013 (in GUUE del 26 giugno 2013, L 173, p. 65), il 19 luglio 2016 (GUUE del 12 agosto 2016, n. L 217, p. 69), il 9 aprile 2019 (in GUUE del 25 aprile 2019, n. L 111, p. 73) e il 26 novembre 2019 (in GUUE del 6 dicembre 2019, n. L 316, p. 103).

[52] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 30. Si cfr. anche Corte giust.: 4 settembre 2014, in causa C-162/13, Vnuk, ECLI:EU:C:2014:2146, in Racc. digitale, punto 31; 25 ottobre 2017, in causa C‑106/16, Polbud – Wykonawstwo, ECLI:EU:C:2017:804, in Racc. Digitale, punto 24; 9 novembre 2017, in causa C‑214/16, King, cit., punto 27; 13 novembre 2019, in causa C‑641/17, College Pension Plan of British Columbia, ECLI:EU:C:2019:960, in Racc. digitale, punto 40; 19 marzo 2020, in cause riunite C‑103/18 e C‑429/18, Sánchez Ruiz, ECLI:EU:C:2020:219, inedita punto 43.

[53] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, cit., punto 34.

[54] In effetti la prima questione sollevata era: «se il giudice di pace, quale giudice del rinvio pregiudiziale, rientra nella nozione di giudice comune europeo competente a proporre istanza di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE, anche se l’ordinamento interno non gli riconosce, per la sua precarietà lavorativa, condizioni di lavoro equivalenti a quelle dei magistrati professionali pur svolgendo le stesse funzioni giurisdizionali con incardinamento nell’ordinamento giudiziario nazionale, in violazione delle garanzie di indipendenza e di imparzialità del giudice comune europeo, indicate dalla Corte di giustizia nelle sentenze Wilson (EU:C:2006:587, punti 47-53), Associação Sindical dos Juizes Portugueses (EU:C:2018:117, punto 32 e punti 41-45), Minister for Justice and Equality (EU:C:2018:586, punti 50-54)».

[55] Istituito con L. 21 novembre 1991, n. 374, «Istituzione del giudice di pace» in GU del 27 novembre 1991, Sup. Ord. n. 278.

[56] Si ricorda ad esempio il rinvio pregiudiziale presentato dal Giudice di pace: di Cortona, il quale ha originato la sentenza del 2 dicembre 2010, C-225/09, Jakubowska, ECLI:EU:C:2010:729, in Racc. 2010, p. I-12329; di Venafro il quale ha originato l’ordinanza del 19 gennaio 2012, in causa C-496/10, Patriciello, ECLI:EU:C:2012:24, con pubblicazione del dispositivo in Racc. digitale; di Lecce che ha originato l’Ordinanza del 21 marzo 2013, in causa C-522/11, Mbaye, ECLI:EU:C:2013:190, inedita; di Taranto, che ha originato l’ordinanza del 13 dicembre 2016, in causa C‑484/16, Semeraro, ECLI:EU:C:2016:952, inedita; de L’Aquila, che ha originato l’ordinanza del 6 settembre 2018, in causa C‑472/17, Di Girolamo, cit., punto 30 (dichiarata irricevibile in quanto il giudice remittente aveva riconosciuto la propria incompetenza nel procedimento principale); de L’Aquila, che ha originato l’ordinanza 17 dicembre 2019, in causa C‑618/18, Di Girolamo, cit. la quale (punto 30) è stata giudicata irricevibile per gli stessi motivi.

[57] Si cfr. Corte giust. 15 luglio 1964, in causa n. 6/64, Costa-ENEL, ECLI:EU:C:1964:66, in Racc. 1964, p. 1129.

[58] Secondo giurisprudenza costante, per essere abilitato a presentare un rinvio pregiudiziale il giudice nazionale deve essere qualificabile come indipendente. Si cfr. Corte giust.: 17 settembre 1997, in causa C‑54/96, Dorsch Consult, ECLI:EU:C:1997:413, in Racc. 1997, p. I‑4961, punto 23; 21 marzo 2000, in cause riunite da C‑110/98 a C‑147/98, Gabalfrisa e a., ECLI:EU:C:2000:145, in Racc. 2000, p. I‑1577, punto 33; 14 giugno 2001, in causa C‑178/99, Salzmann, ECLI:EU:C:2001:331, in Racc. 2001, p. I‑4421, punto 13; 15 gennaio 2002, in causa C‑182/00, Lutz, ECLI:EU:C:2002:19, in Racc. 2002, p. I‑547, punto 12; 27 aprile 2006, in causa C-96/04, Standesamt Stadt Niebüll, ECLI:EU:C:2006:254, in Racc. 2006, p. I-3561, punto 12; 27 febbraio 2018, in causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, ECLI:EU:C:2018:117, in Racc. digitale, punto 38; 24 giugno 2019, in causa C-619/18, Commissione c. Polonia, ECLI:EU:C:2019:531, in Racc. digitale (con nota di S. Tranquilli, Diritti fondamentali (autonomia della magistratura, principio di effetività della tutela giurisdizionale), in Rivista italiana di diritto pubblico comunitario, 2018, p. 909), punti 71, 72 e 108.

[59] Si cfr. Corte giust.: 30 marzo 1993, in causa C-24/92, Corbiau, ECLI:EU:C:1993:118, in Racc. 1993, p. I-1277, punto 15; 30 maggio 2002, in causa C‑516/99, Schmid, ECLI:EU:C:2002:313, in Racc. 2002, p. I‑4573, punto 36; 19 settembre 2006, in causa C‑506/04, Wilson, ECLI:EU:C:2006:587, in Racc. 2006, p. I-8613, punto 49; 14 giugno 2017, in causa C‑685/15, Online Games, ECLI:EU:C:2017:452, in Racc. digitale, punto 60; 13 dicembre 2017, in causa C‑403/16, El Hassani, ECLI:EU:C:2017:960, in Racc. digitale, punto 40; 27 febbraio 2018, in causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, cit., punto 42. Peraltro è da notare che, nella richiamata giurisprudenza, viene specificamente posto in rilievo che l’indipendenza del giudice è richiesta rispetto ad altre autorità amministrative ed in particolare rispetto a quelle i cui provvedimenti erano stati impugnati.

[60] Come chiarito da Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 46: «la nozione di ‘indipendenza’ comporta [... un] aspetto, di ordine esterno, esige che l’organismo in questione eserciti le proprie funzioni in piena autonomia, senza soggiacere a vincoli gerarchici o di subordinazione nei confronti di alcuno e senza ricevere ordini o istruzioni di qualsivoglia origine, in modo da essere tutelato dinanzi agli interventi o alle pressioni esterne suscettibili di compromettere l’indipendenza di giudizio dei suoi membri e di influenzare le decisioni di questi». Si cfr. anche Corte giust.: 27 febbraio 2018, in causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, cit., punto 44; 21 gennaio 2020, in causa C‑274/14, Banco de Santander, ECLI: EU:C:2020:17, in Racc. digitale, punto 57.

[61] Come chiarito da Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 50: «il secondo aspetto della nozione di ‘indipendenza’, di ordine interno, si ricollega alla nozione di ‘imparzialità’ e riguarda l’equidistanza rispetto alle parti della controversia ed ai loro rispettivi interessi in rapporto all’oggetto di quest’ultima. Questo aspetto impone il rispetto dell’obiettività e l’assenza di qualsivoglia interesse nella soluzione della controversia all’infuori della stretta applicazione della norma giuridica». Si cfr. anche Corte giust.: 19 settembre 2006, in causa C‑506/04, Wilson, cit., punto 52; 16 febbraio 2017, in causa C‑503/15, Margarit Panicello, ECLI:EU:C:2017:126, in Racc. digitale, punto 38; 21 gennaio 2020, in causa C‑274/14, Banco de Santander, cit., punto 61.

[62] Come evidenziato da Corte giust. 24 giugno 2019, in causa C-619/18, Commissione c. Polonia, cit., punto 46: «l’Unione è un’Unione di diritto in cui i singoli hanno il diritto di contestare in sede giurisdizionale la legittimità di qualsiasi decisione o di qualsiasi altro provvedimento nazionale relativo all’applicazione nei loro confronti di un atto dell’Unione». Si cfr. anche Corte giust.: 3 ottobre 2013, in causa C-583/11 P, Inuit Tapiriit Kanatami e a./Parlamento e Consiglio, ECLI:EU:C:2013:625, in Racc. digitale, punto 91; 27 febbraio 2018, in causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, cit., punto 31; 25 luglio 2018, in causa C‑216/18 PPU, Minister for Justice and Equality (Carenze del sistema giudiziario), ECLI:EU:C:2018:586, punto 49.

[63] Questo anche se nel D.lgs. 13 luglio 2017, n. 116, cit., art. 3, par. 2, viene stabilito che: «in sede di prima applicazione del presente decreto, la dotazione organica dei giudici onorari di pace non può, in ogni caso, essere superiore a quella dei magistrati professionali che svolgono funzioni giudicanti di merito».

[64] Come evidenziato dal Montesquieu (C.-L. De Secondat, Baron De La Brede et De Montesquieu), L’esprit des Lois, Nouvelle édition, Londra 1777, Tomo I, libro XI, cap. VI, p. 311: «il y a dans chaque État trois sortes de pouvoirs, la puissance législative, la guidance exécutrice des choies qui dependent du droit des gens, & la puissance exécutrice de celles qui dépendent du droit civil» e, p. 312, «il n y a point encore de liberté, si la puissance de juger n’est pas séparée de la puissance législative & de 1’executrice».

[65] Come chiarito da Corte giust. 24 giugno 2019, in causa C-619/18, Commissione c. Polonia, cit., punto 58, il «requisito di indipendenza degli organi giurisdizionali, intrinsecamente connesso al compito di giudicare, costituisce un aspetto essenziale del diritto fondamentale a un equo processo, che riveste importanza cardinale quale garanzia della tutela dell’insieme dei diritti derivanti al singolo dal diritto dell’Unione e della salvaguardia dei valori comuni agli Stati membri enunciati all’articolo 2 TUE, segnatamente del valore dello Stato di diritto». Si cfr. anche Corte giust. 25 luglio 2018, in causa C‑216/18 PPU, Minister for Justice and Equality (Carenze del sistema giudiziario), cit., punti 48 e 63.

[66] Come chiarito da Corte giust. 24 giugno 2019, in causa C-619/18, Commissione c. Polonia, cit., punto 55: «ogni Stato membro deve, a norma dell’articolo 19, paragrafo 1, secondo comma, TUE, garantire che gli organi facenti parte, in quanto «organo giurisdizionale» nel senso definito dal diritto dell’Unione, del suo sistema di rimedi giurisdizionali nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione soddisfino i requisiti di una tutela giurisdizionale effettiva». Si cfr. anche Corte giust. 27 febbraio 2018, in causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, cit., punto 37; 25 luglio 2018, in causa C‑216/18 PPU, Minister for Justice and Equality (Carenze del sistema giudiziario), cit., punto 53.

[67] In particolare, le conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, ECLI:EU:C:2020:33, punto 45 (le quali, tra l’altro richiamano esplicitamente la sentenza della Corte giust. 27 febbraio 2018, in causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, cit., punto 45), sottolineano che: «il fatto che questi ultimi [i giudici] percepiscano una retribuzione di livello adeguato all’importanza delle funzioni che esercitano costituisce una garanzia inerente all’indipendenza dei giudici».

[68] Da notare che gli stessi giudici della Corte di giustizia sono nominati, a tempo determinato, per 6 anni.

[69] In particolare Corte giust. 24 giugno 2019, in causa C-619/18, Commissione c. Polonia, cit., punto 75, ha sottolineato che: l’«indispensabile libertà dei giudici rispetto a qualsivoglia intervento o pressione esterni richiede, come ha ripetutamente ricordato la Corte, talune garanzie idonee a tutelare le persone che svolgono la funzione giurisdizionale, come l’inamovibilità» (si cfr. anche Corte giust. 25 luglio 2018, in causa C‑216/18 PPU, LM, ECLI:EU:C:2018:586, in Racc. digitale, punto 64). Sempre nella sentenza Commissione c. Polonia, punto 76, la Corte ha precisato che: «il principio di inamovibilità esige, in particolare, che i giudici possano continuare a esercitare le proprie funzioni finché non abbiano raggiunto l’età obbligatoria per il pensionamento o fino alla scadenza del loro mandato, qualora quest’ultimo abbia una durata determinata» (si cfr. anche Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 48). Dunque il fatto che i giudici di pace siano stati nominati per un periodo di tempo ‘determinato’ non dovrebbe essere considerato capace d’influenzare la loro imparzialità.

[70] Si cfr. le conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, cit., punto 46.

[71] Si cfr. le conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, cit., punto 46.

[72] Si cfr. le conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, cit., punto 47.

[73] Mentre sembra che con il D.lgs. 13 luglio 2017, n. 116, si sia sostanzialmente riusciti a ridurla.

[74] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 45.

[75] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 52.

[76] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 54.

[77] Si cfr. Corte giust.: 24 giugno 2019, in causa C-619/18, Commissione c. Polonia, cit., punto 76; 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 48.

[78] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punti 51-57.

[79] Così Corte giust. 24 giugno 2019, in causa C-619/18, Commissione c. Polonia, cit., punto 73. Si cfr. anche Corte giust.: 19 settembre 2006, in causa C‑506/04, Wilson, cit., punto 52; 9 ottobre 2014, in causa C-222/13, TDC, ECLI:EU:C:2014:2265, in Racc. digitale, punto 31; 14 giugno 2017, in causa C‑685/15, Online Games, cit., punto 61; 25 luglio 2018, in causa C‑216/18 PPU, LM, cit., punto 65.

[80] Si cfr. le conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, cit., punto 51.

[81] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 56.

[82] Si cfr. Corte giust. 13 giugno 2017, in causa C-258/14, Florescu e a., ECLI:EU:C:2017:448, in Racc. digitale, punto 61 e ss., dove la Corte ha statuito su un ricorso relativo alla cumulabilità dei regimi pensionistici dei magistrati derivanti dalla propria attività istituzionale, con quello derivante alle stesse persone da altra attività (in particolare l’insegnamento universitario di materie giuridiche).

[83] Si cfr. Corte giust. 27 febbraio 2018, in causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses, cit., in cui alcuni giudici erano chiamati a determinare la legittimità delle riduzioni salariali applicabili ad altri giudici (i quali peraltro si trovavano in una situazione assimilabile a quella dei remittenti).

[84] Si cfr. Corte giust. 7 febbraio 2019, in causa C-49/18, Escribano Vindel, ECLI:EU:C:2019:106, in Racc. digitale, attinente a delle riduzioni salariali applicabili ai magistrati contenenti una possibile discriminazione in base all’età.

[85] Si cfr. Corte giust. 19 novembre 2019, in cause riunite C-585/18, C-624/18 e C-625/18, AK, ECLI:EU:C:2019:982, in Racc. digitale, attinente alle modalità secondo le quali veniva disposto in Polonia il collocamento a riposo anticipato dei giudici, considerato dalla Corte di giustizia «non imparziale».

[86] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 59.

[87] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 61. Si cfr. anche Core giust.: 14 gennaio 1982, in causa 65/81, Reina, ECLI:EU:C:1982:6, in Racc. 1982, p. 33, punti 7 e 8; 20 ottobre 1993, in causa C‑10/92, Balocchi, ECLI:EU:C:1993:846, in Racc. 1993, p. I-5105, punti 16 e 17; 11 luglio 1996, in causa C‑39/94, SFEI, ECLI:EU:C:1996:285, in Racc. 1996, p. I-3547, punto 24; 16 giugno 2015, in causa C‑62/14, Gauweiler, ECLI:EU:C:2015:400, in Racc. digitale, punto 26; 7 febbraio 2018, in causa C‑304/16, American Express, ECLI:EU:C:2018:66, in Racc. digitale, punto 34; 6 settembre 2018, in causa C‑472/17, Di Girolamo, cit., punto 24; 10 dicembre 2018, in causa C‑621/18, Wightman, ECLI:EU:C:2018:999, in Racc. digitale, punto 30; 17 gennaio 2019 (ordinanza), in causa C‑626/17, Rossi, ECLI:EU:C:2019:28, inedita, punto 22.

[88] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 61. Si cfr. anche Corte giust.: 11 luglio 1996, in causa C‑39/94, SFEI, cit., punto 24; 7 luglio 2016, in causa C‑567/14, Genentech, ECLI:EU:C:2016:526, in Racc. digitale, punto 23; 6 novembre 2018, in cause riunite C‑569/16 e C‑570/16, Bauer e Willmeroth, cit., punto 58; 6 novembre 2018, in causa C‑684/16, Max-Planck-Gesellschaft, cit., punti 20 e 31.

[89] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 63. Si cfr. anche Corte giust.: 17 maggio 1994, in causa C-18/93, Corsica Ferries, ECLI:EU:C:1994:195, in Racc. 1994, p. I-1783, punto 12; 19 ottobre 1995, in causa C-111/94, Job Centre, ECLI:EU:C:1995:340, in Racc. 1995, p. I-3361, punto 9; 15 gennaio 2002, in causa C‑182/00, Lutz, cit., punto 12; 27 aprile 2006, in causa C-96/04, Standesamt Stadt Niebüll, cit., punto 13; 16 dicembre 2008, in causa C-210/06, Cartesio, ECLI:EU:C:2008:723, in Racc. 2008, p. I-9641, punto 56.

[90] Si cfr. Corte giust. 14 dicembre 1971, in causa 43/71, Politi, ECLI:EU:C:1971:122, in Racc. 1971, p. 1039, punti 4 e 5; 17 maggio 1994, in causa C-18/93, Corsica Ferries, cit., punto 12; 18 giugno 1998, in causa C-266/96, Corsica Ferries France, ECLI:EU:C:1998:306, in Racc. 1998, p. I-3949, punto 23; 5 giugno 2009, in causa C-14/08, Roda Golf & Beach Resort, ECLI:EU:C:2009:395, in Racc. 2009, p. I-5439, punto 33.

[91] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 63. Si cfr. Corte giust: 19 ottobre 1995, in causa C-111/94, Job Centre, cit., punto 9; 14 giugno 2001, in causa C‑178/99, Salzmann, cit., punto 14; 15 gennaio 2002, in causa C‑182/00, Lutz, cit., punto 13; 30 giugno 2005, in causa C-165/03, Längst, ECLI:EU:C:2005:412, in Racc. 2005, p. I-5637, punto 25; 27 aprile 2006, in causa C-96/04, Standesamt Stadt Niebüll, cit., punto 13, 16 dicembre 2008, in causa C-210/06, Cartesio, cit., punto 56; 5 giugno 2009, in causa C-14/08, Roda Golf & Beach Resort, cit., punto 34; 4 settembre 2019, in causa C‑347/18, Salvoni, ECLI:EU:C:2019:661, in Racc. digitale, punto 26.

[92] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 77.

[93] Come sottolineato da C. Cass. civ. Sezione lavoro, 4 gennaio 2018, n. 99, M.B.M. (in http://studiolegale.leggiditalia.it/), punto 14: carica ‘onoraria’ è quella derivante da «un rapporto di servizio volontario, con attribuzione di funzioni pubbliche, ma senza la presenza degli elementi che caratterizzano l’impiego pubblico». Si cfr. anche: C. Cass. civ. Sezione Unite, 17 febbraio 1994, n. 1556, Scalia (in http://studiolegale.leggiditalia.it/).

[94] Anche C. Cass. civ. Sezione Unite, 17 febbraio 1994, n. 1556, Scalia, cit., esclude la sussistenza di un impiego pubblico in presenza di una temporaneità dell’incarico onorario. Si cfr. anche Cass. civ. Sezione Unite, 14 gennaio 1992, n. 363, Panuccio e Verdirame (in http://studiolegale.leggiditalia.it/).

[95] Come sottolineato da C. Cass. civ. Sezione lavoro, 4 gennaio 2018, n. 99, M.B.M, cit., «l’esclusione di qualsiasi connotato di sinallagmaticità tra esercizio delle funzioni di giudice di pace e trattamento economico per tale esercizio e la consequenziale natura indennitaria dell’erogazione erariale per l’esercizio di una funzione pubblica portano il rapporto col Ministero della giustizia al di fuori dal rapporto di lavoro». Si cfr. anche C. cass. civ. Sezione Unite, 17 febbraio 1994, n. 1556, Scalia, cit.

[96] Si cfr. Cons. Stato, Sezione V, 21 febbraio 2020, n. 1326, D.G.G. (in http://studiolegale.leggiditalia.it/).

[97] Direttiva del Consiglio, del 12 giugno 1989, n. 89/391/CEE, «concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro», in GUCE del 29 giugno 1989, n. L 183, p. 1.

[98] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punti 81 e 82. Peraltro è da notare che, ai sensi dell’art. 2 della Direttiva 89/391/CEE, restano esclusi dal proprio ambito d’applicazione, alcuni settori «quando particolarità inerenti ad alcune attività specifiche nel pubblico impiego, per esempio nelle forze armate o nella polizia, o ad alcune attività specifiche nei servizi di protezione civile vi si oppongono in modo imperativo». Tra tali settori evidentemente non rientra l’attività svolta dal Giudice di pace.

[99] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 89.

[100] Si cfr. Corte giust. 27 ottobre 1971, in causa 23/71, Janssen, ECLI:EU:C:1971:101, in Racc. 1971, p. 2311, punto 11; 26 febbraio 1992, in causa C-357/89, Raulin, ECLI:EU:C:1992:87, in Racc. 1992, p. I-1027, punto 10; 26 febbraio 1992, in causa C-3/90, Bernini, ECLI:EU:C:1992:89, in Racc. 1992, p. I-1071, punto 14; 8 giugno 1999, in causa C-337/97, Meeusen, ECLI:EU:C:1999:284, in Racc. 1999, p. I-3289, punto 13; 6 novembre 2003, in causa C-413/01, Ninni-Orasche, ECLI:EU:C:2003:600, in Racc. 2003, p. I-13187, punto 23; 21 febbraio 2013, in causa C‑46/12, L.N. ECLI:EU:C:2013:97, in Racc. digitale, punto 39.

[101] Come evidenziato da G.F. Mancini, L’incidenza del diritto comunitario sul diritto del lavoro degli Stati membri, in Rivista diritto europeo, 1989, p. 9, in partic. a p. 13: «è evidente, infatti, che se il rapporto di lavoro fosse da definire in base alle norme dei vari Stati membri, avremmo di esso tante nozioni quanti sono gli ordinamenti di tali Stati, col rischio - in realtà con la certezza - di dover rinunciare ad un mercato comune del lavoro o di dover constatare la sua riduzione ad una formula vuota».

[102] Si cfr. Corte giust.: 19 marzo 1964, in causa 75/63, Unger, ECLI:EU:C:1964:19, in Racc. 1964, p. 348, punto 1; 27 ottobre 1971, in causa 23/71, Janssen, cit., punto 11; 23 marzo 1982, in causa 53/81, Levin, ECLI:EU:C:1982:105, in Racc. 1982, p. 1035, punto 11; 3 giugno 1986, in causa 139/85, Kempf, ECLI:EU:C:1986:223, in Racc. 1986, p. 1741, punto 15; 21 giugno 1988, in causa 197/86, Brown, ECLI:EU:C:1988:323, in Racc. 1988, p. 32O5, punto 21; 31 maggio 1989, in causa 344/87, Bettray, ECLI:EU:C:1989:226, in Racc. 1989, p. 1621, punti 11 e 12; 14 ottobre 2010, in causa C-428/09, Union syndicale Solidaires Isère, cit., punto 28; 20 novembre 2018, in causa C-147/17, Sindicatul Familia Constanţa, ECLI:EU:C:2018:926, in Racc. digitale, punto 41; 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 88.

[103] Così anche Corte giust.: 3 luglio 1986, in causa 66/85, Lawrie-Blum, ECLI:EU:C:1986:284, in Racc. 1986, p. 2121, punto 17; 8 giugno 1999, in causa C-337/97, Meeusen, cit., punto 13; 23 marzo 2004, in causa C-138/02, Collins, ECLI:EU:C:2004:172, in Racc. 2004, p. I-2703, punto 26; 14 ottobre 2010, in causa C-428/09, Union syndicale Solidaires Isère, cit., punto 28; 3 maggio 2012, in causa C-337/10, Neidel, ECLI:EU:C:2012:263, in Racc. digitale, punto 23; 21 febbraio 2013, in causa C‑46/12, L.N., cit., punto 40; 19 luglio 2017, in causa C-143/16, Abercrombie & Fitch Italia Srl, ECLI:EU:C:2017:566, in Racc. digitale, punto 19; 20 novembre 2018, in causa C-147/17, Sindicatul Familia Constanţa, cit., punto 41; 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 94. In dottrina si cfr. M. Orlandi, Cittadinanza europea e libera circolazione delle persone, ESI, Napoli 1996, p. 113 e ss.; Id. Il diritto alle ferie..., cit., p. 43.

[104] Si cfr. anche W. Rawlinson & M.P. Cornweel-Kelly, European Community Law, Waterlow, London 1990, p. 130, i quali precisano che: «the term worker covers all persons working under a contract of employment and it covers salaried employees and executives as well as manual workers».

[105] Si cfr. Corte giust.: 3 luglio 1986, in causa 66/85, Lawrie-Blum, cit., punto 17; 21 giugno 1988, in causa 197/86, Brown, cit., punto 21; 14 dicembre 1989, in causa C-3/87, Agegate, ECLI:EU:C:1989:650, in Racc. 1989, p. 4459, punto 35; 26 febbraio 1992, in causa C-357/89, Raulin, cit., punto 10; 26 febbraio 1992, in causa C-3/90, Bernini, cit., punto 14.

Per quanto concerne la dottrina si cfr.: L.S. Rossi, I beneficiari della libera circolazione delle persone nella giurisprudenza comunitaria, in Il foro italiano, 1994, IV, p. 97, in partic. a p. 101, la quale pone l’accento sul parametro economico per la valutazione di una attività come lavorativa; G. Druesne, Droit et Politiques de la Communauté et de l’Union européennes, Presses Universitaires de France, Paris 1995, p. 98, il quale dà una definizione appena più articolata della nozione di lavoratore e precisa come «la jurisprudence définit le travailleur par la réunion de trois critères: c’est une personne qui accomplit pendant un certain temps des prestations, en faveur d’une autre personne et sous la direction de celle-ci, en contrepartie desquelles elle perçoit une rémunération».

[106] Come precisato da Corte giust. 23 marzo 1982, in causa 53/81, Levin, cit., punto 16: «le nozioni di lavoratore e di attività subordinata vanno intese nel senso che le norme relative alla libera circolazione dei lavoratori si applicano anche a coloro che svolgono o che intendono svolgere soltanto un’attività subordinata a orario ridotto e che percepiscono o percepirebbero, per questo motivo, solo una retribuzione inferiore a quella minima garantita nel settore considerato».

Sul punto si veda anche: 3 giugno 1986, in causa 139/85, Kempf, cit., punto 10; 3 luglio 1986, in causa 66/85, Lawrie-Blum, cit., punto 21; 26 febbraio 1992, in causa C-357/89, Raulin, cit., punto 13; 26 febbraio 1992, in causa C-3/90, Bernini, cit., punto 16; 21 febbraio 2013, in causa C‑46/12, L.N., cit., punto 41.

[107] Si cfr. Corte giust. 7 settembre 2004, in causa C-456/02, Trojani, ECLI:EU:C:2004:488, in Racc. 2004, p. I-7573, punto 16.

[108] Come precisato dalla Corte di giustizia 3 giugno 1986, in causa 139/85, Kempf, cit., punto 16: «il fatto che un cittadino di uno Stato membro, che eserciti, sul territorio di un altro Stato membro, un’attività lavorativa subordinata tale da poter essere di per sé considerata come un’attività reale ed effettiva, chieda di fruire di un aiuto finanziario pubblico a carico dello Stato membro onde integrare il reddito ricavato da tale attività, non permette di escludere nei suoi confronti l’applicazione delle norme di diritto comunitario relative alla libera circolazione dei lavoratori».

[109] Come chiarito da Corte giust.: 12 dicembre 1974, in causa 36/74, Walrave, ECLI:EU:C:1974:140, in Racc. 1974, p. 1405, punti 4/6, siccome l’attività sportiva «riveste il carattere di una prestazione di lavoro subordinato o di una prestazione di servizio retribuita, essa rientra nell’ambito di applicazione degli art. 48-51 o 59-66 del Trattato, a seconda dei casi». Si cfr. anche Corte giust. 14 luglio 1976, in causa 13/76, Donà, ECLI:EU:C:1976:115, in Racc.1976, p. 1333, punto 12; 15 dicembre 1995, in causa C-415/93, Bosman, ECLI:EU:C:1995:463, in Racc 1995, p. I-4921 (ed in Giustizia Civile, 1996, parte I, p. 601, con nota di M. Orlandi, Ostacoli alla libera circolazione dei calciatori e numero massimo di ‘stranieri comunitari’ in una squadra: osservazioni in margine alla sentenza Bosman), punto 72; 13 giugno 2019, in causa C‑22/18, TopFit eV, ECLI:EU:C:2019:497, in Racc. digitale, punto 37

[110] Come chiarito da Corte giust. 3 luglio 1986, in causa 66/85, Lawrie-Blum, cit., punto 18: «nella fattispecie è accertato che il tirocinante è sottoposto, per l’intera durata del tirocinio, alla direzione e alla sorveglianza della scuola alla quale è assegnato, che gli impone le prestazioni da fornire e gli orari di lavoro, di cui egli deve eseguire le istruzioni e osservare i regolamenti [...]. Le somme che egli percepisce possono essere considerate come una retribuzione in contropartita dei servizi prestati e degli obblighi inerenti allo svolgimento del tirocinio. Si deve quindi constatare che, nella fattispecie, i tre criteri per la sussistenza di un rapporto di lavoro sono soddisfatti». Sul punto si veda anche Corte giust. 26 febbraio 1992, in causa C-3/90, Bernini, cit., punto 15.

[111] Nella sentenza del 5 ottobre 1988, in causa, 196/87, Steymann, ECLI:EU:C:1988:475, in Racc. 1988, p. 6159, punto 14, la Corte ha precisato che: «costituiscono attività economiche le attività svolte dai membri di una comunità fondata su una religione o su un’altra concezione spirituale o filosofica della vita, nell’ambito delle attività commerciali esercitate da tale comunità, qualora le prestazioni fornite dalla comunità ai suoi membri possano essere considerate come l’indiretta contropartita di attività reali ed effettive».

[112] Come chiarito da Corte giust. 21 giugno 1988, in causa 197/86, Brown, cit., punto 23: «il cittadino di un altro Stato membro il quale entri in un rapporto di lavoro nello Stato membro ospitante [...] e che non sarebbe stato assunto dal datore di lavoro se non fosse già stato ammesso all’università, va considerato un lavoratore».

[113] Si cfr. Corte giust. 7 febbraio 2019, in causa C-49/18, Escribano Vindel, cit., punto 43.

[114] Si cfr. Corte giust.: 23 marzo 1982, in causa 53/81, Levin, cit., punto 17; 31 maggio 1989, in causa 344/87, Bettray, cit., punto 13; 26 febbraio 1992, in causa C-357/89, Raulin, cit., punto 13; 26 febbraio 1992, in causa C-3/90, Bernini, cit., punto 14; 17 luglio 2008, in causa C‑94/07, Raccanelli, ECLI:EU:C:2008:425, in Racc. 2008, p. I-5939, punto 33; 3 maggio 2012, in causa C-337/10, Neidel, cit., punto 23; 21 febbraio 2013, in causa C‑46/12, L.N., cit., punto 40; 26 marzo 2015, in causa C-316/13, Fenoll, ECLI:EU:C:2015:200, in Racc. digitale, punto 27; 21 febbraio 2018, in causa C‑518/15, Ville de Nivelles, ECLI:EU:C:2018:82, in Racc. digitale, punto 28; 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 93.

[115] Ai sensi del D.lgs. 13 luglio 2017, n. 116, cit., art. 1, par. 3: «a ciascun magistrato onorario non può essere richiesto un impegno complessivamente superiore a due giorni a settimana».

[116] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 95.

[117] Retribuzione che è composta di una somma fissa per ogni mese e di un’indennità per ogni giorno di udienza ed un’ulteriore indennità per la definizione delle cause innanzi a sé pendenti. Vi è da aggiungere che si tratta di un lavoro impegnativo il quale, se teoricamente consente l’esercizio di altra attività, per espressa disposizione di legge impedisce ai giudici di pace di esercitare la professione per la quale si sono formati: quella di avvocato.

[118] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 100.

[119] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 101. Si cfr. anche Corte giust.: 23 marzo 1982, in causa 53/81, Levin, cit., punto 16; 30 marzo 2006, in causa C‑10/05, Mattern e Cikotic, ECLI:EU:C:2006:220, in Racc. 2006, p. I-3145, punto 22; 4 giugno 2009, in cause riunite C‑22/08 e C‑23/08, Vatsouras e Koupatantze, ECLI:EU:C:2009:344, in Racc. 2009, I-4585, punto 27.

[120] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 2 del dispositivo.

[121] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 103. Si cfr. anche Corte giust. 20 novembre 2018, in causa C-147/17, Sindicatul Familia Constanţa, cit., punto 42.

[122] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 103. Si cfr. anche Corte giust. 10 settembre 2015, in causa C-47/14, Holterman Ferho Exploitatie e a., ECLI:EU:C:2015:574, in Racc. digitale, punto 46; 20 novembre 2018, in causa C-147/17, Sindicatul Familia Constanţa, cit., punto 42.

[123] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 106.

[124] Come evidenziato da Corte di giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 109: «sebbene possano organizzare il loro lavoro in modo più flessibile rispetto a chi esercita altre professioni, i giudici di pace sono tenuti a rispettare tabelle che indicano la composizione del loro ufficio di appartenenza, le quali disciplinano nel dettaglio e in modo vincolante l’organizzazione del loro lavoro, compresi l’assegnazione dei fascicoli, le date e gli orari di udienza».

[125] Si cfr. le conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, cit., punto 83 e 85.

[126] Si cfr. le conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, cit., punto 84.

[127] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 106.

[128] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 113.

[129] In effetti, come chiarito da Corte giust. 11 novembre 2015, in causa C-219/14, Greenfield, cit., punto 48: «nessuna disposizione della Direttiva 2003/88 fissa espressamente le modalità con cui l’indennità finanziaria sostitutiva del periodo o dei periodi minimi di ferie annuali retribuite debba essere calcolata». Si cfr. anche Corte giust.: 20 gennaio 2009, in causa C-350/06 e C-520/06, Schultz-Hoff e a., cit., punto 57; 15 settembre 2011, in causa C-155/10, Williams e a., cit., punto 16.

[130] Così Corte giust. 16 marzo 2006, in cause riunite C-131/04 e C-257/04, Robinson-Steele e a., cit., punto 58. Si cfr. anche Corte giust.: 15 settembre 2011, in causa C-155/10, Williams e a., cit., punto 20; 22 maggio 2014, in causa C-539/12, Lock, cit., punto 17; 12 giugno 2014, in causa C-118/13, Bollacke, cit., punto 21.

[131] Così Corte giust. 11 novembre 2015, in causa C-219/14, Greenfield, cit., punto 50. Si cfr. anche Corte giust.: 16 marzo 2006, in cause riunite C-131/04 e C-257/04, Robinson-Steele e a., cit., punto 50; 20 gennaio 2009, in causa C-350/06 e C-520/06, Schultz-Hoff e a., cit., punto 58; 15 settembre 2011, in causa C-155/10, Williams e a., cit., punto 19.

[132] Così Corte giust. 13 dicembre 2018, in causa C-385/17, Hein, cit., punto 44. Si cfr. anche Corte giust. 22 maggio 2014, in causa C-539/12, Lock, cit., punto 20.

[133] Si cfr. Corte giust. 15 settembre 2011, in causa C-155/10, Williams e a., cit., punto 26.

[134] In particolare Corte giust. 15 settembre 2011, in causa C-155/10, Williams e a., cit., punto 24, ha sottolineato che: «qualsiasi incomodo intrinsecamente collegato all’esecuzione delle mansioni che il lavoratore è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro e che viene compensato tramite un importo pecuniario incluso nel calcolo della retribuzione complessiva del lavoratore [...], deve obbligatoriamente essere preso in considerazione ai fini dell’ammontare che spetta al lavoratore durante le sue ferie annuali».

[135] Si cfr. Corte giust.: 16 marzo 2006, in cause riunite C-131/04 e C-257/04, Robinson-Steele e a., cit., punto 50; 20 gennaio 2009, in causa C‑350/06 e C‑520/06, Schultz-Hoff, cit., punto 60; 22 maggio 2014, in causa C‑539/12, Lock, cit., punto 17; 12 giugno 2014, in causa C‑118/13, Bollacke, cit., punto 21; 29 novembre 2017, in causa C‑214/16, King, cit., punto 35; 6 novembre 2018, in cause riunite C‑569/16 e C‑570/16, Bauer e Willmeroth, cit., punto 39.

[136] Si cfr. Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 115.

[137] Si cfr. Corte giust.: 4 luglio 2006, in causa C-212/04, Adeneler, ECLI: EU:C:2006:443, in Racc. 2006, p. I-6057, punto 56; 9 luglio 2015, in causa C-177/14, Regojo Dans, ECLI:EU:C:2015:450, in Racc. digitale, punto 31.

[138] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 121. Si cfr. anche Corte giust. ordinanze: 21 settembre 2016, in causa C‑631/15, Álvarez Santirso, ECLI:EU:C:2016:725, inedita, punto 28; 22 marzo 2018, in causa C‑315/17, Centeno Meléndez, ECLI:EU:C:2018:207, inedita, punto 39; 19 marzo 2019, in causa C‑293/18, CCOO, ECLI:EU:C:2019:224, inedita, punto 30; 19 marzo 2020, in cause riunite C‑103/18 e C‑429/18, Sánchez Ruiz, cit., punto 108.

[139] Come chiarito da Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 118: «la mera circostanza che un’attività professionale, il cui esercizio procura un beneficio materiale, sia qualificata come ‘onoraria’ in base al diritto nazionale è priva di rilevanza, ai fini dell’applicabilità dell’accordo quadro, pena il mettere seriamente in questione l’effetto utile della Direttiva 1999/70 e quello dell’accordo quadro».

[140] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 125. Si cfr. anche Corte giust.: 1° marzo 2012, in causa C‑393/10, O’Brien, ECLI:EU:C:2012:110, in Racc. digitale, punto 41.

[141] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 132.

[142] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 133.

[143] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 134.

[144] Si cfr. Corte giust.: 13 settembre 2007, in causa C-307/05, Del Cerro Alonso, ECLI:EU:C:2007:509, in Racc. 2007, p. I-7109, punto 27; 9 luglio 2015, in causa C-177/14, Regojo Dans, cit., punto 32. In altri termini, come chiarito da Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 137, la Direttiva 1999/70/CEE e l’accordo quadro vietano che «i lavoratori a tempo determinato siano trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di svolgere un’attività in forza di un contratto a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive».

[146] In effetti Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 141, conferma che: «la clausola 4, punto 1, dell’accordo quadro costituisce un’espressione specifica, richiede che situazioni comparabili non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato». Si cfr. anche Corte giust.: 11 luglio 2006, in causa C‑313/04, Franz Egenberger, ECLI:EU:C:2006:454, in Racc. 2006, p. I‑6331, punto 33; 8 settembre 2011, in causa C‑177/10, Rosado Santana, ECLI:EU:C:2011:557, in Racc. 2011, p. I-7907, punto 65; 5 giugno 2018, in causa C‑677/16, Montero Mateos, cit., punto 49.

[147] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 143. Si cfr. anche Corte giust.: 8 settembre 2011, in causa C‑177/10, Rosado Santana, cit., punto 65; 18 ottobre 2012, in cause riunite da C‑302/11 a C‑305/11, Valenza e a., ECLI:EU:C:2012:646, in Racc. digitale, punto 42; 5 giugno 2018, in causa C‑677/16, Montero Mateos, punto 51.

[148] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 147.

[149] Come sottolineato da C. Cost. 16 febbraio 2006, n. 60, G.M. (in http://studiolegale.leggiditalia.it/), «la posizione dei magistrati che svolgono professionalmente ed in via esclusiva funzioni giurisdizionali non è raffrontabile a quella di coloro che svolgono funzioni onorarie, ai fini della valutazione del rispetto del principio di eguaglianza» di trattamento giuridico ed economico. Si cfr. anche Cons. Stato del 18 luglio 2017, n. 3556, B.P. e F.A., cit.

[150] In effetti il TAR de L’Aquila Sezione I, Sent., 3 luglio 2018, n. 344, G.D.G. (in http://studiolegale.leggiditalia.it/), ritiene che le «Direttive europee 1999/70, 1997/81, 2003/88 e 2000/78 [non risulterebbero violate] nella parte in cui le leggi nazionali non prevedono, a parità di mansioni, lo stesso trattamento economico, previdenziale e assistenziale dei magistrati ordinari, ivi compresi il diritto alle ferie e al trattamento di fine rapporto». Peraltro il TAR usa tali argomentazioni per negare in toto la retribuibilità delle ferie dei giudici di pace. In effetti, i giudici amministrativi non si accorgono che la questione dell’equiparabilità delle mansioni, la quale darebbe diritto ad un trattamento retributivo per le ferie analogo a quello dei magistrati di ruolo, è totalmente distinta dalla sussistenza di un diritto alla retribuzione delle ferie di ogni lavoratore.

[151] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 150. Si cfr. anche Corte giust.: 13 settembre 2007, in causa C-307/05, Del Cerro Alonso, cit., punto 57; 5 giugno 2018, in causa C‑677/16, Montero Mateos, punto 56.

[152] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 153.

[153] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 152. Si cfr. anche Corte giust.: 18 ottobre 2012, in cause riunite da C‑302/11 a C‑305/11, Valenza e a., cit., punto 52; 20 settembre 2018, in causa C‑466/17, Motter, ECLI:EU:C:2018:758, in Racc. digitale, punto 38.

[154] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 159.

[155] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 158. Si cfr. anche Corte giust.: 8 settembre 2011, in causa C‑177/10, Rosado Santana, cit., punto 79; 20 settembre 2018, in causa C‑466/17, Motter, cit., punto 45; 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 15.

[156] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 166.

[157] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 161.

[158] Così Corte giust. 16 luglio 2020, in causa C‑658/18, UX, cit., punto 161.

[159] Per dei casi recenti in cui la Corte giust. ha ribadito il principio del primato si cfr. 14 giugno 2012, in causa C‑606/10, ANAFE, ECLI:EU:C:2012:348, punto 73; 8 settembre 2015, in causa C‑105/14, Taricco ECLI:EU:C:2015:555, in Racc. digitale, punto 52; 14 maggio 2020, in causa riunite C-924/19 PPU e C 925/19 PPU, FMS e FNZ, ECLI:EU:C:2020:367, in Racc. digitale, punto 146 e 147.

[160] Come chiarito da C. Cass. se. III. pen. 15 settembre 2015, n. 2210, in Giurisprudenza Italiana, Aprile 2016, p. 965 con nota di F. Rossi, La Cassazione disapplica gli artt. 160 e 161 c.p. dopo la sentenza Taricco, punto 8 e soprattutto 15, dove afferma che, conformemente a «quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza della nostra giurisprudenza costituzionale a partire dalla storica sentenza Granital (170/84) in poi il compito di risolvere le antinomie tra norme di Legge nazionali [...] e norme di diritto UE dotate di effetto diretto [...] spetta unicamente al giudice comune».

[161] Ai sensi dell’art. 4, par. 3, del TUE: «in virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai Trattati. Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai Trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione. Gli Stati membri facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione».

[162] Come evidenziato nelle conclusioni presentate il 23 gennaio 2020 dall’Avv. gen. J. Kokott, in causa C-658/18, UX, cit., punto 114: «la minaccia di una sanzione per l’applicazione del diritto dell’Unione e la contestuale disapplicazione del diritto nazionale incompatibile sarebbe contraria al primato del diritto dell’Unione, al principio di leale cooperazione sancito dall’articolo 4, paragrafo 3, TUE e al diritto ad una tutela giurisdizionale effettiva ai sensi dell’articolo 47 della Carta. Al contempo, sarebbe dubbio se un giudice, alla luce del rischio di una responsabilità per l’applicazione prioritaria del diritto dell’Unione, possa continuare ad applicare in maniera indipendente tale diritto».

[163] Così Corte giust. 29 luglio 2019, in causa C‑620/17, Hochtief Solutions, ECLI:EU:C:2019:630, in Racc. digitale, punto 41. Si cfr. anche Corte giust.: 30 settembre 2003, in causa C‑224/01 Köbler, ECLI:EU:C:2003:513, in Racc. 2003, p. I–10239 (con note di P. Biavati, Inadempimento degli Stati membri al diritto comunitario per fatto del giudice supremo: alla prova la nozione europea di giudicato, in Il Corriere giuridico, 2005, p. 62; M. Breuer, State Liability for Judicial Wrongs and Community Law: the Case of Gerhard Köbler v Austria, in European Law Review, 2004, p. 243; B. Kotschy, Responsabilité de l’État. Arrêt ‘Köbler’, in Revue du droit de l’Union européenne, 2003, n. 3, p. 763), punto 53; 13 giugno 2006, in causa C‑173/03, Traghetti del Mediterraneo, ECLI:EU:C:2010:335, in Racc. 2006, p. 5176 (con note di F. Chaltiel, Nouvelles précisions sur la responsabilité de l’État en droit communautaire. À propos de l’arrêt préjudiciel TDM du 13 juin 2006, in Revue du marché commun et de l’Union européenne, 2006, p. 609; P. Martín Rodríguez, TJCE - Sentencia de 13.06.2006, Traghetti del Mediterraneo SpA/ República Italiana, C-173/03 - Responsabilidad del Estado por incumplimiento del Derecho comunitario imputable a los órganos judiciales de última instancia, in Revista de Derecho Comunitario Europeo, 2006, p. 1017; M. Nicolella, Responsabilité de l’État imputable à une juridiction nationale statuant en dernier ressort pour violation du droit communautaire, in Gazette du Palais, 2007, n. 52-53, I, p. 25), punti 32 e 42; 24 novembre 2011, in causa C‑379/10, Commissione c. Italia, ECLI:EU:C:2011:775, in Racc. 2011, p. I-180, pub. somm., punto 41.

[164] Così Corte giust. 29 luglio 2019, in causa C‑620/17, Hochtief Solutions, cit., punto 42. Si cfr. anche Corte giust. 5 marzo 1996, in cause riunite C-46/93 e C-48/93, Brasseriedu pêcheur e Factortame, ECLI:EU:C:1996:79, in Racc. 1996, p. I-1029, punti 56 e 57; 30 settembre 2003, in causa C‑224/01 Köbler, cit., punti 55 e 56; 28 luglio 2016, in causa C-168/15, Tomášová, ECLI:EU:C:2016:602, in Racc. digitale, punti 25 e 26.

[165] Si cfr. Cons. Stato, Sezione V, 21 febbraio 2020, n. 1326, D.G.G., cit., punto 4, la quale afferma che, per quanto riguarda i «Giudici di pace, la natura di funzionario onorario, [...] esclude l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato [e], rende inapplicabile le Direttive europee che hanno tale ambito oggettivo di applicazione».

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