Nuovi orientamenti in materia di controllo del giudice amministrativo sui poteri sanzionatori delle autorità amministrative indipendenti tra giudici italiani e Corte europea dei diritti dell’uomo

Fausto Vecchio

Professore associato di Diritto pubblico comparato Università Kore di Enna

 

Abstract: Nel corso degli ultimi quindici anni, il controllo sull’esercizio del potere sanzionatorio delle autorità amministrative indipendenti è stato al centro di diversi interventi legislativi e giudiziari. In tempi più recenti, alcune pronunce dei giudici amministrativi hanno riaperto una questione che sembrava risolta dalla giurisprudenza costituzionale

 

Parole chiave: autorità amministrative indipendenti, controllo giurisdizionale, interesse legittimo, conflitto di giurisdizione, Corte europea dei diritti dell’uomo

 

 

1. Il quadro normativo e giurisprudenziale preesistente

 

Con una serie di provvedimenti adottati tra marzo e agosto 2018, il Tribunale Amministrativo del Lazio è nuovamente tornato a pronunciarsi sulla questione dei rapporti tra giurisdizione amministrativa e giurisdizione ordinaria[1]. Nei casi presi in considerazione in questo breve commento, l’oggetto del contendere è relativo alla materia dell’impugnazione di regolamenti di atti di autorità amministrative indipendenti che fungono da presupposto per l’adozione di un atto sanzionatorio.

È il caso di segnalare che, oltre ad essere stata oggetto di altre decisioni ad opera del giudice amministrativo, in passato la materia è stata oggetto di numerosi interventi. Più precisamente, nel corso degli ultimi quindici anni, sul punto hanno avuto modo di pronunciarsi le Sezioni unite della Corte di Cassazione, il legislatore ordinario, il giudice costituzionale e il Consiglio di Stato.

Punto di partenza di questo serrato confronto tra le istituzioni è stata la decisione n. 13703 del 22 luglio 2004[2]. Con questo provvedimento, la Corte di Cassazione ha ritenuto che la competenza a giudicare sulle sanzioni inflitte dalla CONSOB spettasse al giudice ordinario perché questo tipo di provvedimenti incide su diritti soggettivi e non su meri interessi legittimi. In estrema sintesi, secondo la suprema Corte, decisivo per giungere alla conclusione riferita sarebbe il fatto che le sanzioni CONSOB sono applicate sulla base di criteri di legge sottratti alla discrezionalità amministrativa.

Per affidare la questione alla giurisdizione amministrativa, il legislatore delegato ha predisposto un articolo 133 del Codice del processo amministrativo (Decreto Legislativo n. 104 del 2 luglio 2010 adottato per dare attuazione all’articolo 44 della legge 69 del 18 giugno 2009)[3]. Secondo la disposizione in questione, “sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, salvo ulteriori previsioni di legge: (…) le controversie aventi ad oggetto tutti i provvedimenti, compresi quelli sanzionatori ed esclusi quelli inerenti ai rapporti di impiego privatizzati, adottati dalla Banca d’Italia, dalla Commissione nazionale per le società e la borsa, dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas, e dalle altre Autorità istituite ai sensi della legge 14 novembre 1995, n. 481, dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, dalla Commissione vigilanza fondi pensione, dalla Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità della pubblica amministrazione, dall’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private, comprese le controversie relative ai ricorsi avverso gli atti che applicano le sanzioni ai sensi dell’articolo 326 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209”[4].I successivi articoli 134 e 135 provvedono poi a specificare che il giudice si pronuncia con cognizione estesa al merito e che la competenza spetta inderogabilmente al Tribunale amministrativo del Lazio[5].

Il nuovo riferimento normativo però non ha definito la questione a causa degli interventi del giudice costituzionale. Con la sentenza n. 162 del 27 giugno 2012, la Consulta ha ritenuto che la riforma del processo amministrativo non ha rispettato la Costituzione e ha dichiarato l’incostituzionalità dell’articolo 133, dell’articolo 134 e dell’articolo 135 nella parte in cui attribuiscono al Tribunale amministrativo del Lazio la competenza inderogabile a decidere sulla legittimità delle sanzioni Consob[6]: essendosi discostato dalla ricostruzione fornita dalle Sezioni unite della Cassazione, il legislatore delegato ha innovato il quadro normativo e, in contrasto con le indicazioni provenienti dalla Corte costituzionale, lo ha fatto in assenza di “principi e criteri direttivi idonei a circoscrivere la discrezionalità” della sua azione[7]. Lo stesso schema di ragionamento è stato ripreso anche dalla sentenza 94 del 15 aprile 2014 con cui i giudici costituzionali hanno ritenuto che anche le sanzioni irrogate dalla Banca d’Italia debbano essere attribuite alla competenza del giudice ordinario[8].

Nonostante la censura della Consulta, in tempi più recenti, il Consiglio di Stato (con la sentenza n. 3822 del 31 luglio 2017) ha cassato una sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio (sentenza n. 4235 del 7 aprile 2016) con cui si rileva il difetto di giurisdizione ed è tornato sulla vicenda per ribadire la sua possibilità di intervenire per controllare l’azione sanzionatoria delle Autorità amministrative indipendenti. Pur senza smentire apertamente la decisione della Corte costituzionale, i giudici di Palazzo Spada hanno puntualizzato che “la giurisdizione del giudice ordinario riguarda la sanzione inflitta e gli atti del procedimento sanzionatorio, ma non anche gli atti a monte del procedimento medesimo, espressione di poteri di diversa natura (regolamentare o amministrativa appunto) e rispetto ai quali sussistono certamente posizioni di interesse legittimo la cui tutela spetta, secondo gli ordinari criteri di riparto, alla giurisdizione del giudice amministrativo”. Inoltre, il giudice di secondo grado ha ribadito che “la giurisdizione del giudice ordinario sulle sanzioni non può ritenersi una giurisdizione di carattere esclusivo, in grado di estendersi a tutti gli atti comunque afferenti alla materia procedimentale sanzionatoria, a prescindere dalla situazione giuridica soggettiva vantata dall’interessato” e che“come si desume anche dalla sentenza della Corte costituzionale n. 162 del 2012, (…) la giurisdizione ordinaria sulle sanzioni inflitte deriva dal fatto che di fronte ad esse si rinvengono tradizionalmente situazioni di diritto soggettivo, in quanto le stesse sono applicate sulla base di criteri che non possono considerarsi espressione di discrezionalità amministrativa” Pertanto si conclude affermando che “la giurisdizione del giudice amministrativo resta ferma (…) in applicazione dei principi generali, sugli atti regolamentari presupposti. In questo caso, viene in rilievo l’esercizio di un potere generale dell’amministrazione connotato da discrezionalità in relazione al quale il privato è titolare di un interesse legittimo”.

 

2. Il conflitto di giurisdizione nella prospettiva della decisione TAR Lazio n. 2508/18

 

È prendendo lo spunto dalle vicende appena riportate che, nel corso dei mesi passati, i giudici amministrativi di primo grado sono ritornati ad esprimere il loro punto di vista. Più precisamente, con la prima delle quattro pronunce in commento (n. 2508 del 5 marzo 2018), la Seconda sezione quater del Tribunale del Lazio è stata chiamata a pronunciarsi su un ricorso con cui un consigliere di amministrazione della Banca popolare della Etruria e del Lazio contesta il fondamento giuridico di una pesante sanzione pecuniaria. Al fine di ottenere l’annullamento dei provvedimenti di sanzione, il ricorso è incentrato sul provvedimento della Banca d’Italia del 27 giugno 2011 (relativo alla “Disciplina della procedura sanzionatoria amministrativa ai sensi dell’articolo 145 del decreto legislativo 385 del 1993 e dell’articolo 195 del decreto legislativo 58 del 1998 e delle modalità organizzative per l’attuazione del principio della distinzione tra funzioni istruttorie e decisorie”). Sempre per addivenire all’annullamento delle sanzioni vengono inoltre impugnati “in quanto applicati e rilevanti” le “disposizioni di vigilanza in materia di sanzioni e procedura sanzionatoria amministrativa” del 18 dicembre 2012 e un non meglio identificato provvedimento della Banca di Italia del 22 dicembre 2015. A giudizio del ricorrente, tali atti avrebbero determinato una supposta violazione dell’articolo 24 della legge n. 262 del 2005, del principio di imparzialità dell’amministrazione tutelato dall’articolo 97 della Costituzione, dei principi del giusto procedimento, del contradditorio e della piena conoscenza degli atti e del diritto di difesa: avendo disegnato un procedimento sanzionatorio che nelle fasi conclusive si svolge ad insaputa dei soggetti ad esso sottoposti, le disposizioni in questione avrebbero illegittimamente leso posizioni giuridiche rilevanti del ricorrente. È evidente la connessione con l’iter argomentativo utilizzato dal Consiglio di Stato nel 2017: le contestazioni sui provvedimenti che disciplinano sul piano generale il procedimento sanzionatorio sembrano strumentali ad aggirare l’eccezione del difetto di giurisdizione e ad offrire una base giuridica su cui fondare l’intervento del giudice amministrativo sulla legittimità delle sanzioni pecuniarie impugnate.

A fronte di un ricorso così costruito, il resistente, oltre a contestare nel merito il fondamento giuridico delle lagnanze, in via preliminare eccepisce il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo e la carenza di interesse del ricorrente.

La prima delle obiezioni preliminari si rivela essere decisiva e viene prontamente confermata dal giudice. Se, come ha sostenuto il Consiglio di Stato nel 2017 e come pretende il ricorrente, il giudice amministrativo può intervenire (soltanto) per dichiarare l’illegittimità di un atto regolamentare che funge da presupposto per l’adozione di un provvedimento sanzionatorio e per tutelare l’interesse legittimo ad un corretto uso della discrezionalità amministrativa nella regolazione del procedimento, le lagnanze con cui si lamenta la violazione di posizioni giuridiche che a giudizio del Tribunale laziale devono essere sicuramente configurate come diritti soggettivi (diritto alla difesa e al contraddittorio) non possono che portare alla conclusione del difetto di giurisdizione. Detto altrimenti, l’esistenza di norme di legge che impongono il rispetto di certi parametri esclude in radice la possibilità che Banca d’Italia eserciti una qualsivoglia discrezionalità nell’esercizio del suo potere sanzionatorio e una loro eventuale inosservanza non è configurabile come lesione di un interesse legittimo, ma al contrario integra una violazione di un diritto soggettivo che, come tale, deve essere conosciuta dal giudice ordinario. Così, dopo aver richiamato numerosi precedenti giurisprudenziali[9], il Tribunale esplicitamente afferma che il “Collegio, sul punto, ritiene di discostarsi dall’orientamento espresso dal Consiglio di Stato in caso analogo a quello oggetto del presente ricorso” e che in relazione al rispetto dei principi invocati non vi possono che essere posizioni di diritto soggettivo di competenza esclusiva del giudice ordinario.

 

3. I diversi percorsi argomentativi seguiti dalla giurisprudenza successiva

 

Nei mesi immediatamente successivi, il giudice amministrativo laziale, pur facendo ricorso a modalità argomentative non sempre perfettamente coincidenti con quelle della pronuncia 2508 del 2018, ha avuto modo di statuire l’inammissibilità in altre tre vicende in cui gli veniva richiesto di pronunciarsi sulla legittimità del procedimento sanzionatorio disciplinato per via regolamentare da un’autorità amministrativa indipendente.

In un primo caso, con la decisione n. 3833 del 6 aprile, la stessa sezione del Tar Lazio ribadisce in pieno quanto affermato nel mese di marzo. Anche in questo caso l’intervento del giudice amministrativo prende lo spunto da un ricorso con cui si chiede l’annullamento di alcune sanzioni e delle disposizioni del “Regolamento sui procedimenti sanzionatori della CONSOB”su cui queste si fondano[10]. Secondo il ricorrente le norme impugnate sarebbero illegittime sotto diversi profili poiché creano un procedimento che interferisce sul diritto alla difesa e sul diritto al giusto procedimento. Più precisamente, si ritiene che la commistione tra organo decidente e organo requirente, la limitazione dell’accesso agli atti della procedura, l’inconoscibilità del termine di conclusione del procedimento, l’assenza di confronto diretto sulle prove poste a fondamento delle contestazioni e la previsione dell’immediata esecutività del provvedimento sanzionatorio allontanerebbero il Regolamento dagli standard normativi imposti dall’articolo 6 CEDU, dall’articolo 41 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dall’articolo 24 e dall’articolo 111 della Costituzione. Non diversamente da quanto accaduto in relazione al caso 2508 del 2018, anche in questo caso naturalmente il ricorso appare costruito sulla base dell’iter argomentativo utilizzato dal Consiglio di Stato nel 2017: ancora una volta, le lagnanze relative alle regole generali del procedimento sanzionatorio sono funzionali a consentire che il giudice amministrativo possa intervenire per annullare le sanzioni concretamente irrogate. Non meraviglia dunque che al momento di decidere i giudici richiamino esplicitamente la sentenza 2508 e, ripercorrendo integralmente l’iter argomentativo inaugurato appena un mese prima della pronuncia, statuiscano che, in contrasto con l’orientamento del Consiglio di Stato, che è compito del giudice ordinario giudicare sulle questioni oggetto del ricorso e che pertanto va “dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo sulla controversia in esame, la quale deve ritenersi attribuita alla giurisdizione del giudice ordinario”.

In un secondo procedimento (n. 3630 del 3 aprile), la seconda sezione bis dello stesso tribunale amministrativo regionale sceglie un percorso argomentativo parzialmente differente per pronunciare l’inammissibilità del ricorso. Ancora una volta, al fine di ottenere la revoca di provvedimenti sanzionatori, si richiede l’annullamento del Regolamento della Banca d’Italia contenente “disposizioni di vigilanza in materia di sanzioni e procedura sanzionatoria amministrativa”. In questo caso, in ragione di una supposta violazione dei principi del contraddittorio effettivo, della parità delle parti e dell’imparzialità dell’autorità sanzionatoria, si richiede di accertare il contrasto tra il procedimento sanzionatorio disposto dal Regolamento impugnato e l’articolo 6 della CEDU. Inoltre, sulla scorta del caso Grande Stevens c. Italia[11], si chiede al giudice di accertare il diritto dei ricorrenti alla riedizione di un procedimento amministrativo sanzionatorio conforme alle regole del giusto processo. Investito della questione, il Tribunale amministrativo sceglie di non smentire apertamente il Consiglio di Stato e, pur arrivando comunque a pronunciare l’inammissibilità del ricorso, opta per un’interpretazione che, almeno in parte, sembra discostarsi da quella offerta nel 2011 dalla Corte di Cassazione. Infatti, in attesa che la Corte di Cassazione abbia la possibilità di pronunciarsi in maniera definitiva sul ricorso presentato dalla Banca d’Italia contro la decisione 3822 del 2017, la seconda sezione bis prende atto del contrasto giurisprudenziale esistente in materia di giurisdizione sul regolamento presupposto e, “in ossequio alla funzione nomofilattica del Consiglio di Stato”, ritiene “sussistente la giurisdizione amministrativa sull’impugnazione del regolamento proposta dai ricorrenti”. Tuttavia, pur non avendo negato la sua giurisdizione, i giudici laziali precisano che il ricorso è inammissibile per carenza di interesse ad agire: partendo dal presupposto per cui è pacifico che il giudice amministrativo non possa pronunciarsi sugli atti sanzionatori, essi concludono che quindi “l’eventuale (…) annullamento del regolamento impugnato (…) non potrebbe estendersi alle sanzioni concretamente adottate nei confronti dei ricorrenti”. Pertanto, in attesa che la Corte di Cassazione pronunci l’ultima parola sul residuo di giurisdizione amministrativa individuato dal Consiglio di Stato, il Tribunale amministrativo statuisce che il ricorso è “in parte, inammissibile, per difetto di interesse e, per il resto, dichiara il difetto di giurisdizione in favore dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria”.

Fatte salve alcune specificità processuali del caso concreto, un’impostazione argomentativa sostanzialmente identica è stata infine ripresa in una terza e più recente decisione (n. 8694 del 2 agosto) adottata dalla stessa sezione seconda bis che, come abbiamo appena visto, si è pronunciata nel mese di aprile del 2018. In questo caso, il ricorso, oltre a domandare ancora una volta l’annullamento del Regolamento della Banca d’Italia contenente “disposizioni di vigilanza in materia di sanzioni e procedura sanzionatoria amministrativa”, richiede in via subordinata al giudice di sollevare questione incidentale di costituzionalità per ottenere l’annullamento delle sanzioni contenute nell’articolo 187 Ter del Testo unico finanziario. Ancora una volta si lamenta la violazione dei principi del giusto processo come esplicitati dalla sentenza Grande Stevens della Corte europea. Così, seguendo lo schema elaborato dalla decisione di aprile, il Tribunale amministrativo assume un atteggiamento formalmente deferente nei confronti della decisione del Consiglio di Stato del 2017 e, in attesa che la Corte di Cassazione chiarisca la questione, non nega la giurisdizione e ammette la possibilità di potersi pronunciare sul regolamento impugnato. Tuttavia, nega nuovamente l’esistenza di un interesse all’azione: preso atto della pronuncia con cui la Corte di appello, “unica autorità giurisdizionale cui l’ordinamento consente di giudicare la legittimità delle sanzioni amministrative in materia bancaria”, ha già confermato le sanzioni irrogate dalla Banca d’Italia, si conclude che “la pronuncia giurisdizionale richiesta al giudice amministrativo sarebbe del tutto inutile nella prospettiva soggettiva del ricorrente” e quindi si statuisce che “il ricorso inammissibile per carenza di interesse”.

 

4. Conclusioni. Nuovi orientamenti in materia di controllo del giudice  amministrativo sui poteri sanzionatori delle autorità amministrative indipendenti tra giudici italiani e Corte europea dei diritti dell’uomo

 

Le decisioni pronunciate dal giudice amministrativo laziale nel corso del 2017 sono certamente accomunate dall’esito finale dell’inammissibilità. Tuttavia, come si è cercato di mettere in evidenza nei paragrafi precedenti, al di là di questa comune conclusione, esse si discostano sotto il profilo degli argomenti utilizzati per arrivare alla statuizione di inammissibilità: nei primi due casi si punta sull’assenza di giurisdizione e negli ultimi due si ammette (seppur in attesa di una pronuncia della Corte di Cassazione) la possibilità che esistano margini per affermare la giurisdizione e si preferisce far leva sull’assenza di interesse ad agire.

Come si può facilmente intuire, da questa differente impostazione possono sorgere conseguenze pratiche assai importanti che vale la pena di prendere rapidamente in considerazione. Infatti, l’orientamento che esclude la giurisdizione nega in radice la possibilità che il giudice amministrativo possa pronunciarsi sui regolamenti delle autorità amministrative indipendenti che fungono da presupposto per l’adozione di provvedimenti sanzionatori. Al contrario, l’orientamento che ha dedotto l’inammissibilità dalla carenza di interesse ad agire sembra più prudente in quanto non esclude in radice la possibilità che il giudice amministrativo si pronunci su questo tipo di controversie.

In presenza di una sentenza del Consiglio di Stato che afferma apertamente la sua giurisdizione pochi dubbi possono esserci sul fatto che l’iter argomentativo incentrato sull’assenza di giurisdizione non possa essere condiviso e appaia al contrario preferibile quello che decide il caso a partire dalla carenza di interesse ad agire. In questo senso non pare ci possano essere argomenti per giustificare l’atteggiamento con cui il giudice di primo grado, pur sforzandosi di legittimare la sua decisione con il richiamo di numerosi precedenti giurisprudenziali, ribadisce quanto affermato in precedenza e, in maniera abbastanza clamorosa, si discosta da quanto ha affermato il giudice di secondo grado nel 2017. Per contro, per la sua capacità di trovare risposte meno radicali e più flessibili, pare convincente il percorso seguito dalle ultime due decisioni prese in considerazione nel paragrafo precedente.

Tuttavia, come sottolineano le stesse sentenze in cui si ammette la possibilità di una giurisdizione residua, questa situazione potrebbe presto cambiare a causa del ricorso per Cassazione presentato contro la pronuncia del Consiglio di Stato. Qualora in quella sede di giudizio, la suprema corte dovesse pronunciarsi in maniera definitiva contro la giurisdizione amministrativa, ovviamente, verrebbero meno le ragioni formali che oggi spingono a condannare l’atteggiamento tenuto in prima battuta dal Tribunale amministrativo del Lazio. A questo proposito vale la pena segnalare che la Cassazione avrebbe ottime ragioni per ribaltare il quadro giuridico per l’ennesima volta e per affermare la sua giurisdizione esclusiva: per un verso, si realizzerebbe una razionalizzazione dei procedimenti che, in un quadro controverso come quello analizzato, avrebbe positivi effetti in termini di economia processuale e di effettività della tutela; per un altro, si darebbe un contributo importante per allineare l’ordinamento italiano alle richieste della Corte di Strasburgo che con sempre maggior frequenza ribadisce che il giusto procedimento è un diritto a tutti gli effetti.

In attesa che la Corte di Cassazione scriva un nuovo (e probabilmente definitivo) capitolo di questa controversa saga giudiziaria, per il momento, pare possibile concludere prendendo atto del fatto che, pur restando margini non secondari di incertezza, con le decisioni in commento si afferma un orientamento fortemente restrittivo del giudice amministrativo di primo grado che di fatto rifiuta ripetutamente di intervenire sulle vicende giudiziarie oggetto dei ricorsi.



[1] Il problema del rapporto tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione amministrativa è stato oggetto di innumerevoli studi. Per un inquadramento generale del tema si veda V. Cerulli Irelli, Il problema del riparto delle giurisdizioni. Premesse allo studio del sistema vigente, Pescara, Editrice Italia, 1972, A. Pajno, Il riparto della giurisdizione, in Trattato di diritto amministrativo, Milano, Giuffrè, 2003, 4270, A. Pajno, Riparto della giurisdizione, in Dizionario di Diritto pubblico, Milano, Giuffrè, 2006, A. Sandulli, Diritto processuale amministrativo, Milano, Giuffré, 2007, 33 ss., F. G. Scoca, Riflessioni sui criteri del riparto delle giurisdizioni (ordinaria e amministrativa), in Studi per il centenario della quarta Sezione, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1989, 433 ss..

[2] Per un commento alla decisione S. Rizzini Bisinelli, Competenza del giudice ordinario in materia di sanzioni inflitte dalla Consob, in Le Società, 2005, 49 ss.

[3] Per un commento alla disposizione si rinvia a R. Caponigro, Il principio di effettività della tutela nel codice del processo amministrativo, in www.giustizia-amministrativa.it, R. Garofoli, La giurisdizione esclusiva nel codice del processo amministrativo: evoluzione, dubbi interpretativi e posizioni antistoriche, in www.giustizia-amministrativa.it e A. Police, Giurisdizione amministrativa in www.treccani.it eA. Romano Tassone, La giurisdizione esclusiva tra glorioso passato ed incerto futuro, in AA. VV., Il nuovo processo amministrativo, Napoli, Esi, 2011, 101 ss..

[4] Si veda il punto l) del primo comma dell’articolo 133 del Codice del processo amministrativo.

[5] Si vedano rispettivamente il primo comma lettera c) dell’articolo 134 e il primo comma lettera c) dell’articolo 135 del Codice del processo amministrativo.

[6] Per un commento alla decisione si veda A. Nicotra, Il giudice naturale delle sanzioni Consob e Banca d'Italia, in Giurisdizione amministrativa, 2012, 7 – 8, 289 ss. e A. Tricarico, La vexata questio del riparto di giurisdizione in ordine al potere sanzionatorio della Consob, in Diritto della banca e del mercato finanziario, 2013, 1, 91 ss..

[7] Così la sentenza della Corte costituzionale 293 del 4 ottobre 2010. Per un commento alla decisione si veda A. Guazzarotti, “Seguito” delle sentenze CEDU e opportunismi legislativi, in www.forumcostituzionale.it e F. Patroni Griffi, Prime impressioni a margine della sentenza della Corte costituzionale n. 293 del 2010, in tema di espropriazione indiretta, in www.federalismi.it.

[8] Per un commento alla decisione si veda A. Daidone, Repetita non iuvant: la Corte costituzionale torna sulla giurisdizione esclusiva, in www.federalismi.it e G. Serges, Usi e abusi della reviviscenza nella giurisprudenza costituzionale, in www.federalismi.it.

[9] In particolare, oltre al già citato caso 4235 del 2016 della Terza sezione del TAR Lazio e oltre alla sentenza 162 del 2012 e alla sentenza 94 del 2014 della Corte costituzionale,la pronuncia in commento cita anche la decisione 5420 della Sesta sezione del Consiglio di Stato del 22 novembre 2017, 3787 della Quinta sezione del Consiglio di Stato del 27 giugno 2012, 3656 della Seconda Sezione della Cassazione Civile del 24 febbraio 2016, 7347 della seconda Sezione Quater del 22 giugno 2017, 721 della seconda Sezione Quater del19 gennaio 2018, 1650 della Sesta sezione del Consiglio di Stato del 10 aprile 2017 e l’ordinanza 11388 delle Sezioni unite della Corte di Cassazione del 31 maggio 2016.

[10] In particolare si richiede l’annullamento degli articoli 1, 4 comma 2, 5 commi 1, 2 e 8 commi 1 e 7.

[11] Si fa riferimento alla sentenza,Grande Stevens c. Italia, n. 18640, 18647, 18663, 18668 e 18698 pronunciata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo il 4 marzo 2014. Per un commento si veda A. F. Tripodi, Uno più uno (a Strasburgo) fa due. L'Italia condannata per violazione del ne bis in idem in tema di manipolazione del mercato, in www.penalecontemporaneo.it.

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