CODICE ROSSO E TUTELA DELLE VITTIME PARTICOLARMENTE VULNERABILI. ANALISI DELLE MODIFICHE AL CODICE DI PROCEDURA PENALE IN TEMA DI COMUNICAZIONE DELLA NOTIZIA DI REATO E ASCOLTO DELLA VITTIMA, ALLA LUCE DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL E DELLA DIRETTIVA

Dr Fabrizio Valerio Nocita

Funzionario della Polizia di Stato, Dirigente della Squadra Mobile della Questura di Pisa

Abstract: L’elaborato propone una panoramica generale sulla Legge 69/2019, meglio nota con l’appellativo “Codice Rosso”, recentissimo intervento legislativo volto a novare, sul crinale sostanziale e procedimentale, il panorama normativo in tema di violenze domestiche e di genere. Nel prosieguo della trattazione, sono state analizzate in maniera approfondita le modifiche apportate, nell’ambito del codice del rito, agli articoli 347, 362 e 370 c.p.p., in tema di comunicazione della notizia di reato, di obbligo di ascolto della vittima da parte del pubblico ministero entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia, nonché  di attività delegata alla polizia giudiziaria, analizzando la novella sin dai lavori parlamentari, nel tentativo di interpretarne la ratio legis, alla luce altresì del principio di celerità nella tutela della vittima e del  divieto di vittimizzazione secondaria, princìpi sanciti dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva 2012/29/UE, fonti ispiranti i più recenti interventi legislativi di diritto interno sui delicati temi dei reati di genere e delle vittime particolarmente vulnerabili.

Parole chiave: Codice Rosso, Convenzione di Istanbul, ascolto della vittima, violenza di genere, vittima particolarmente vulnerabile, L. 69/2019.

La Legge n. 69/2019: il quadro normativo di riferimento del Codice Rosso- Le modifiche agli articoli 347 e 362 c.p.p. apportate dalla Legge 69/2019 alla luce della Convenzione di Istanbul e della Direttiva 2012/29/UE – Il termine di tre giorni per l’ascolto della persona offesa: relazione tra il regime di maggior tutela previsto per le vittime particolarmente vulnerabili derivante dal diritto internazionale e dal diritto interno - Conclusioni

 

 

La Legge n. 69/2019: il quadro normativo di riferimento del “Codice Rosso”.

La Legge del 19 luglio 2019 n. 69 titolata “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, entrata in vigore il 9 agosto 2019, è l’ultimo intervento legislativo emanato dalle Camere in materia dei reati cc.dd. di genere, tema tanto sensibile quanto multidisciplinare nell’ambito dell’ordinamento giuridico generale.

La legge, giornalisticamente nota con l’appellativo Codice Rosso, lambisce e modifica settori strategici del codice penale sostanziale e processuale.

Sul crinale del diritto sostanziale, è stato attuato un inasprimento dei compassi edittali di molti fra i sex-crimes, nonché dei reati commessi in ambito domestico, oltre all’introduzione della nuova fattispecie di reato di cui all’art. 612 ter “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, nota anche con l’espressione revenge-porn, del reato previsto dall’articolo 558 bis rubricato “Costrizione mediante violenza e minaccia a contrarre nozze o unioni civili”, del reato di “Violazione del provvedimento di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, inserito all’articolo 387 bis e del reato di “Deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso”, già circostanza aggravante specifica del reato di lesioni, divenuta con la riforma fattispecie autonoma di reato all’articolo 583 quinquies c.p.

Nell’ambito del reato dei maltrattamenti contro familiari e conviventi, è stata rimarcata la pluri-offensività della condotta maltrattante, quando la stessa sia assistita da minore che, con la novella, diviene persona offesa dal reato, alla stregua della vittima immediata della condotta delittuosa.

Dal punto di vista del codice processuale penale, molteplici sono stati gli interventi del Legislatore, attinenti tanto alla fase procedimentale, quanto a quella processuale e dell’esecuzione della pena. Importante novità è rappresentata dalla cristallizzazione del principio di circolarità informativa tra giurisdizione civile e penale, sancito dalla novella introduzione del nuovo articolo 64 bis nelle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, rubricato “Trasmissione obbligatoria di provvedimenti al giudice civile”, che impone l’obbligo di trasmissione, senza ritardo, di molti atti processuali penali al giudice civile, sovente chiamato a pronunciarsi su tematiche civilistiche che si compenetrano nelle vicende penali a carattere famigliare, compendio conoscitivo ritenuto legittimamente insostituibile dal Legislatore per la formazione del giudicato civile, soprattutto quando lo stesso debba essere espresso in tema di separazione personale dei coniugi ovvero quando debba essere operata una più compiuta  valutazione sulla genitorialità delle parti, in tema di potestà familiare e affidamento di minori.

Il pilastro portante della riforma, tuttavia, sul quale sono state gettate le basi dell’intervento legislativo e che ha offerto il noto appellativo alla novella, poggia sulle modifiche apportate agli articoli 347, 362 e 370 del codice del rito.  Il primo aspetto è correlato agli obblighi di comunicazione, da parte della polizia giudiziaria, delle notizie concernenti i reati di cui agli artt. 572, 609bis, 609 ter, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 612 bis e 612 ter, degli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale, nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576 primo comma, numeri 2, 5 1 e 577, primo comma n.1 e secondo comma codice penale. Nelle richiamate fattispecie, come novellato, la polizia giudiziaria dovrà procedere a dare comunicazione immediata al pubblico ministero, avvalendosi anche del mezzo telefonico.

L’articolo 370 c.p., in tema di esecuzione delle attività delegate da parte del pubblico ministero, è stato radicalmente modificato, individuando un termine per l’esecuzione delle indagini delegate in questi settori, che dovranno essere compiute senza ritardo.

Il centro del dibattito della riforma, tuttavia, si è poggiato sulla modifica dell’art. 362 c.p.p., istituente, al comma 1 ter, l’obbligo di ascolto in capo al pubblico ministero della persona offesa dal reato, ovvero di chi abbia presentato querela, denunzia o istanza, entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato; disposizione che ha generato aspre querelle in sede di approvazione del disegno di legge e sul quale sono emerse, sin dai lavori preparatori, le spaccature più evidenti tra forze in Parlamento[1].

 

Le modifiche agli articoli 347 e 362 c.p.p. apportate dalla Legge 69/2019 alla luce della Convenzione di Istanbul e della Direttiva 2012/29/UE

 

Il tema centrale della novella, giornalisticamente nota con la locuzione Codice Rosso, verte sulle modifiche legislative degli artt. 347 e 362 c.p.p. in materia di comunicazione di notizia di reato e assunzione di informazioni dalla vittima e dei soggetti che abbiano presentato denunzia all’autorità.

Alla stregua degli interventi legislativi che hanno modificato la disciplina delle misure cautelari e pre-cautelari del codice del rito, dunque del D.L. n. 119 del 2013, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere nonché del D.Lgs. 212/2015, in materia di norme minime a protezione delle vittime particolarmente vulnerabili, appare evidente come, sin dalla prima disamina, il Codice Rosso si atteggi a strumento di ulteriore impulso attuativo della Convenzione di Istanbul, titolata “Sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” siglata dai Paesi aderenti al Consiglio d’Europa in data 11 maggio 2011 e ratificata dall’Italia nel 2013.

La Convenzione, in materia di indagini, procedimenti penali, diritto processuale e misure protettive, impone agli Stati aderenti di adottare misure legislative, o di altro tipo, necessarie per garantire che le indagini e i procedimenti penali relativi a tutte le forme di violenza, che rientrino nel campo di applicazione della Convenzione, siano avviati senza indugio giustificato, prendendo in considerazione i diritti della vittima in tutte le fasi del procedimento penale[2].

Alla stessa stregua, in tema di risposta immediata, prevenzione e protezione, la Convenzione impone agli Stati di adottare le misure legislative e di altro tipo necessarie per garantire che le autorità incaricate dell’applicazione della legge affrontino in modo tempestivo e appropriato tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione, offrendo una protezione adeguata ed immediata alle vittime. In particolare viene fatto espresso riferimento alla necessità di adottare interventi tempestivi ed adeguati anche in tema di misure operative volte alla prevenzione ed alla raccolta di prove[3].

Dalla disamina della Convenzione, emerge la vocazione multisettoriale della stessa, chiamata ad affrontare, in chiave programmatica, aspetti diversi correlati alla tutela della donna, non solo sul piano della repressione dei reati ma, soprattutto, sul crinale della prevenzione e della protezione, attraverso la formazione dei vari livelli delle strutture sociali preposte alla tutela dei diritti correlati.

Ma la fonte di diritto pattizio non è l’unico strumento sul quale il Legislatore ha inteso basare il motivo dominante della riforma.

La Direttiva comunitaria 2012/29/UE, istituente norme minime in materia di diritti assistenza e protezione delle vittime da reato[4], al suo articolo 20, cristallizza un vero e proprio diritto all’ascolto delle vittime di particolari reati, nel rispetto della discrezionalità giudiziale, ovvero a che l’audizione della vittima si svolga senza indebito ritardo dopo la presentazione della denuncia relativa presso l’autorità competente.

La tempestività richiesta dal Legislatore comunitario, attuata soltanto parzialmente tramite il D.Lgs.  n. 212/2015, ha trovato pieno e attuale riscontro con l’avvento, lo scorso 9 agosto, della novella L. 69/2019, che ha persino elevato il livello di tutela stabilito dalla Direttiva in tema di norme minime di protezione, individuando un termine, alquanto celere di tre giorni, entro il quale il pubblico ministero, titolare delle indagini, dovrà procedere all’audizione della persona offesa dai noti reati dall’iscrizione della notizia di reato.

Per garantire la tempestività dell’iscrizione l’articolo 347 c.p.p., come novellato, prevede una immediata comunicazione ad opera della polizia giudiziaria al pubblico ministero, avvalendosi anche del mezzo telefonico, della notizia concernente i reati elencati all’articolo 1 della Legge 69/2019.

La norma, colmando una pregressa lacuna, sino ad ora sanata dalla prassi e dal buon senso, ha parificato, in tema di comunicazione, i reati cc.dd. di genere a quelli già di particolare gravità annoverati all’interno dell’art. 407 comma 2 lettera a) numeri da 1 a 6 c.p.p., per i quali l’art. 347 c.p.p. prevede l’obbligo per la polizia giudiziaria di dare notizia immediata all’A.G., cristallizzando quanto già veniva svolto nella prassi, su indicazione di dettagliate circolari emesse dalla maggior parte delle Procure italiane, in tema di reati di violenza di genere.

Come già evidenziato, l’accelerazione dei tempi di trasmissione della notizia di reato è frutto dell’allineamento, voluto fortemente dal Legislatore, agli obblighi assunti dallo Stato italiano in ambito internazionale e dinanzi all’Unione Europea.

In particolare, la Direttiva 2012/29/CE, istituente norme minime a protezione di vittime di reato in condizioni di particolari vulnerabilità, attribuisce particolare solennità al momento dell’acquisizione della denuncia ad opera della vittima. Ed infatti, oltre a richiederne la forma scritta[5] nonché il rilascio di copia di avvenuta ricezione al denunciante[6], stabilisce come anche il momento in cui una vittima presenta la denuncia debba essere ritenuto rientrante nell’ambito del procedimento penale[7].

Analogamente, la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, stabilisce come gli Stati si impegnino a garantire l’adozione di misure legislative volte a garantire che le indagini, nell’ambito dei reati di genere, siano avviate senza indugio ingiustificato, prendendo in considerazione i diritti della vittima in tutte le fasi del procedimento penale[8].

Alla tregua di quanto evidenziato la novella, entrata in vigore il 9 agosto 2019, soddisferebbe, in maniera decisamente più che congrua, gli impegni stabiliti in ambito internazionale in tema di celerità di avvio del procedimento penale per queste tipologie di reato.

Come verrà analizzato nel prosieguo della trattazione, l’obbligo di immediata comunicazione, da parte della polizia giudiziaria, al pubblico ministero della notizia di reato nelle materie citate, offrirà importanti spunti di riflessione anche sul tema dei nuovi termini stabiliti per l’ascolto della vittima.   

 

Il termine di tre giorni per l’ascolto della persona offesa: relazione tra il regime di maggior tutela previsto per le vittime particolarmente vulnerabili derivante dal diritto internazionale e dal diritto interno.

 

Come noto, il motivo dominante della riforma, che ha apportato importanti modifiche tanto sul piano sostanziale quanto sul crinale processuale, ha sortito una considerevole accelerazione dei tempi di attivazione della macchina della Giustizia in materia di reati di violenza di genere. Il disegno di Legge, modificativo nel punto in parola dell’art. 362 c.p.p., è stato oggetto di un importante confronto tra le varie anime parlamentari, tanto in sede di assemblea dei nove, quanto in sede di approvazione.

Le principali obiezioni mosse alla riforma erano e sono prevalentemente radicate intorno al termine stabilito dalla norma per l’ascolto della vittima, ritenuto da alcuni poco elastico, circostanza che, secondo tale assunto, porterebbe ad una sostanziale paralisi degli uffici giudiziari requirenti, che si vedrebbero investiti di un carico di lavoro considerevole da evadere in un lasso di tempo, a dir poco, esiguo[9].

Se poi si considera quanto ancora evidenziato in sede di dibattito parlamentare, ovvero che la richiamata modifica è stata apportata con clausola di invarianza di spesa[10], è evidente che la stessa non può non sortire un cambiamento organizzativo negli uffici giudiziari e, analogamente, nelle sezioni e nei servizi di polizia giudiziaria.

Alcune considerazioni sono state mosse anche ponendo il termine in relazione al particolare status vissuto dalle vittime di questi delicati reati, spesso psicologicamente non in grado di abbattere, sin da subito, il muro del silenzio al punto da narrare, a pochi giorni di distanza dall’apertura del procedimento, le vicende che hanno turbato, profondamente e nell’intimo, la loro esistenza[11].  

Secondo quanto novellato dalla riforma infatti, all’articolo 2, rubricato assunzione di informazioni, viene introdotto all’articolo 362 del c.p.p. il nuovo comma 1ter, che dispone che quando si procede per i delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice, il pubblico ministero assume informazioni dalla persona offesa e da chi ha presentato denuncia, querela o istanza, entro il termine di tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato, salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell'interesse della persona offesa.

La prima censura mossa in sede di approvazione della riforma afferisce alla esiguità del termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, termine troppo breve per poter attivare in maniera organizzata, e non convulsa, la macchina della Giustizia[12].

A tal fine, per apprezzare meglio i contenuti della contesa occorrerebbe, preliminarmente, interrogarsi sulla natura giuridica del termine istituito dalla novella.

E’ evidente come lo stesso non appaia di natura decadenziale, dal momento che l’art. 173 c.p.p. stabilisce che sono da considerarsi tali soltanto quelli esplicitamente indicati dalla Legge.

Alla stregua del citato assunto, l’ascolto non tempestivo della persona offesa dal reato non costituirebbe motivo di decadenza dall’atto.

E’ indubbio, tuttavia, che l’inosservanza del termine non sarebbe, tout court, orfana di conseguenze per il titolare dell’azione penale, ovvero per i suoi delegati. E difatti, l’inosservanza immotivata del termine potrebbe comportare l’eventuale configurazione di un illecito disciplinare nei confronti del pubblico ministero o della polizia giudiziaria dallo stesso delegata al compimento dell’attività.

Chiarito l’aspetto correlato alla natura giuridica del termine, appare opportuno approfondire un altro elemento di analogo pregio conoscitivo: il dies a quo.

Secondo la disciplina da poco entrata in vigore, il termine di tre giorni decorrerebbe dal momento dell’iscrizione della notizia di reato, che dovrebbe avvenire secondo le liturgie stabilite dagli artt. 335 c.p.p. e 109 Disp. Att. c.p.p.  

A mente di quanto disposto dall’art. 109 Disp.Att. c.p.p., pervenuta la notizia di reato tramite trasmissione, la segreteria della Procura della Repubblica annotata la data e l’ora dell’avvenuta ricezione, sottopone la comunicazione con i rispettivi allegati immediatamente al Procuratore della Repubblica per la relativa iscrizione nel registro delle notizie di reato.

Come noto nella prassi giudiziaria, soprattutto delle grandi realtà, a causa degli enormi carichi da gestire, i richiamati termini risultano sovente più dilatati rispetto alla prevista immediatezza.

Ed invero, tra le eccezioni mosse in sede di discussione del documento di legge, è stato osservato come ancorare il termine al momento dell’iscrizione delle notizie di reato potesse dilatare ulteriormente i tempi di attesa per l’ascolto della vittima; poiché i tempi tra la ricezione e l’effettiva iscrizione, in alcune Procure, possono talvolta essere notevoli.[13]

Secondo l’interpretazione offerta dall’analisi dei lavori preparatori, la volontà di radicare il dies a quo al momento dell’iscrizione della notizia, risiederebbe nel fatto che in quel momento, secondo il novello Legislatore, il pubblico ministero assumerebbe concretamente la direzione delle indagini.

In realtà, come agilmente evincibile dall’art. 327 c.p.p, il pubblico ministero sovente assume la direzione delle indagini ben prima, dunque, al momento stesso della comunicazione, che può essere spesso molto antecedente rispetto alla fase dell’iscrizione e dell’assegnazione.

Ed infatti, l’art. 347 c.p.p., per taluni reati dotati di particolare gravità, in deroga alla comunicazione scritta da eseguirsi senza ritardo, contempla in capo alla polizia giudiziaria un obbligo di comunicazione immediata al pubblico ministero, anche attraverso il mezzo telefonico, quale anticipazione della successiva comunicazione scritta. La ratio di tale norma prevista ora, dalla nuova disciplina, anche per la comunicazione delle notizie dei reati cc.dd. di genere, risiede nella necessità di porre immediatamente il pubblico ministero, contattato in regime di turnazione d’urgenza, nella condizione di poter valutare l’opportunità di assumere, a seconda della gravità della notizia e attesa la completezza informativa fornita dalla polizia giudiziaria, sin da subito la direzione delle indagini, avvalendosi delle prerogative stabilite dall’art. 327 c.p.p..

Stante quanto sopra argomentato, nulla vieterebbe pertanto al pubblico ministero, assunta la direzione delle indagini con la comunicazione telefonica da parte della polizia giudiziaria, di decidere di escutere a sommarie informazioni immediatamente la vittima, senza dover attendere l’iscrizione della notizia di reato, ovvero delegando l’atto immediatamente alla polizia giudiziaria ai sensi dell’articolo 370 c.p.p., anticipando pertanto anche i tempi di risposta giudiziaria imposti dalla novella disciplina.

Altro aspetto meritevole di considerazione è quello correlato alla delegabilità dell’ascolto della persona offesa, da parte del pubblico ministero, alla polizia giudiziaria.

Dalla disamina dei lavori parlamentari, emergerebbe come la volontà del Legislatore di radicare il termine per l’ascolto della vittima al momento dell’iscrizione risiederebbe nella necessità di velocizzare la fase di assunzione della direzione delle indagini da parte della magistratura requirente[14], attraverso il compimento di un atto di elevata caratura investigativa per queste tipologie di reato, quale l’ascolto della persona offesa e delle persone che possano fornire elementi utili ai fini delle indagini di quei delicati reati.

Invero, la prassi giudiziaria restituisce delle esperienze differenti rispetto a quelle considerate dal Legislatore, radicate nella volontà di coinvolgere, sin dall’inizio dell’indagine, l’azione diretta del pubblico ministero mediante l’escussione della persona offesa.

Ed infatti, come è comprensibile, a causa degli ingenti carichi di lavoro che coinvolgono gli uffici giudiziari, sono molto rari i casi in cui il pubblico ministero titolare delle indagini decida di ascoltare direttamente la persona offesa, procedendo piuttosto a delegare l’esecuzione dell’atto, come previsto dall’articolo 370 c.p.p., alla polizia giudiziaria.

La polizia giudiziaria d’altro canto, nel maggior numero dei casi, è proprio la stessa autorità presso la quale la vittima, in prima istanza, si rivolge per presentare querela o denunzia o, semplicemente, per rendere sommarie informazioni circa i delicati reati indicati dalla novella disciplina, formalizzandoli in un verbale redatto da ufficiali e agenti di pg.

Come noto, le vittime di questi reati delicati rientrerebbero nel regime previsto dall’articolo 90 quater c.p.p., che disciplina lo status di protezione delle vittime dotate di particolare vulnerabilità, le quali dovrebbero godere di un regime di maggior tutela nell’ambito del procedimento penale rispetto alle “vittime comuni”.

Alla luce di tali elementi, la pedissequa applicazione del comma uno ter dell’art. 362 c.p.p., nuova formulazione, condurrebbe ad una convocazione reiterata, in un breve lasso di tempo, della persona offesa particolarmente vulnerabile, sin dalle fasi preliminari del procedimento penale, negli uffici di polizia giudiziaria.

Ed infatti la persona offesa, nella maggioranza dei casi, dopo aver trascorso ore all’interno di un ufficio di polizia per rendere una dettagliata querela-denuncia su vicende delicatissime e personali, si vedrebbe riconvocata, nel giro di qualche giorno, in altro ufficio o, persino, nello stesso ufficio di polizia giudiziaria, per essere riascoltata sugli stessi temi, questa volta, su delega del pubblico ministero.

Tale circostanza imporrebbe alcune puntuali riflessioni in tema di divieto di vittimizzazione secondaria, alla stregua di quanto previsto dal comma 1 bis dell’art 362 c.p.p., disciplinante l’ascolto delle persone particolarmente vulnerabili, giusto il quale tale tipologia di persona offesa non dovrebbe essere chiamata più volte a rendere sommarie informazioni, salva l’assoluta necessità per le indagini.

La disposizione in parola, entrata in vigore già nel 2012, è il prodotto dell’attuazione della Direttiva 2012/29/UE e muove dalla necessaria tutela delle vittime particolarmente vulnerabili. Nel suo preambolo, la Direttiva stabilisce testualmente quanto sia opportuno limitare il rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta, di intimidazione e ritorsione […] svolgendo il procedimento in modo coordinato e rispettoso, che consenta alle vittime di stabilire un clima di fiducia con le autorità. E’ opportuno che l’interazione con le autorità competenti avvenga nel modo più agevole possibile ma che si limiti al tempo stesso il numero di contatti non necessari fra queste e la vittima[15].

Analogamente la Direttiva, in tema di ascolto della vittima, entra nel dettaglio al suo articolo 20, titolato Diritto delle vittime alla protezione durante le indagini penali.

La lettera b) della richiamata disposizione stabilisce che il numero delle audizioni della vittima sia limitato al minimo e le audizioni abbiano luogo solo se strettamente necessarie ai fini dell’indagine penale.

Pertanto, dall’interpretazione in combinato disposto del nuovo comma 1 ter dell’articolo 362 c.p.p. con l’ultimo periodo del comma 1 bis, sarebbe possibile individuare importanti deroghe all’obbligo di riascolto da parte del pubblico ministero nel termine di 3 giorni, alla luce anche dei principi, cristallizzati dalle fonti di rango superiore, di divieto di vittimizzazione secondaria delle vittime di tali reati.

Pertanto, nel caso in cui sia proprio la vittima stessa ad attivare la macchina della Giustizia, presentandosi presso un ufficio di polizia per formalizzare con una querela o con una denunzia dettagliata le condotte indicate all’interno della legge 69/2019, il pubblico ministero, alla stregua dell’interpretazione sistematica del comma 1 ter dell’art 362 c.p.p. con il comma 1 bis, sarà tenuto ad ascoltare, ovvero a delegare alla polizia giudiziaria, l’ascolto della vittima soltanto in caso di assoluta necessità per le indagini.  Tale assunto risulta coerente, anche sul crinale assiologico, con i principi cristallizzati nella Convenzione di Istanbul e nella Direttiva 29/2012/CE in materia di ascolto di vittime particolarmente vulnerabili.

Difformemente, laddove la comunicazione di notizia di reato risulti scarna a causa della carenza di elementi di dettaglio, ovvero quando la notizia di reato non derivi direttamente da una querela, da una denunzia resa dalla vittima ma, a mero titolo esemplificativo, dalla mera trasmissione di un referto medico, emesso in sede di ricovero o dimissioni ospedaliere della vittima, ovvero dalla sola annotazione preliminare redatta dalla polizia giudiziaria a seguito di una richiesta di primo intervento, l’obbligo di ascolto della persona offesa dal reato entro tre giorni  diverrebbe uno strumento di fondamentale importanza per entrare, in tempi celerissimi, nel cuore della vicenda descritta nella notizia.

Altra deroga, ben più evidente, è custodita all’interno della formulazione della stessa riforma, che evidenzia e riscontra ulteriormente il potere discrezionale del pubblico ministero, unico dominus dell’attività di indagine, che può espressamente derogare all’obbligo di ascolto entro tre giorni della persona offesa o delle persone informate sui fatti salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell'interesse della persona offesa.

Il riscontrato regime di protezione, tuttavia, non dovrebbe trovare applicazione per i terzi denuncianti, estranei alla condotta delittuosa, non rientrando gli stessi nel novero delle vittime particolarmente vulnerabili; rimanendo fermo per questi ultimi il termine di trre giorni, salvo le imprescindibili esigenze delineate al capoverso precedente.

 

Conclusioni

La riforma degli articoli 347, 362 e 370 c.p.p. ha, sicuramente, apportato un cambiamento sostanziale nell’ambito degli obblighi di comunicazione di determinate notizie di reato e, verosimilmente, comporterà una considerevole accelerazione dei tempi d’indagine in queste materie.  

Il contributo apportato dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva 2012/29/UE, ha prodotto, in chiave diacronica, un’evoluzione positiva dei meccanismi di tutela delle vittime particolarmente vulnerabili, nel quale ambito non possono non essere ricomprese le vittime dei cc.dd. reati di genere.

I principi di celerità nella tutela della vittima e di divieto di vittimizzazione secondaria devono essere tra loro contemperati al fine di apportare una tutela rapida e, al contempo, non sconsideratamente invasiva della sfera emotiva della persona offesa.

 Le critiche presentate alla riforma, dunque della paventata paralisi del sistema giudiziario, potrebbero essere agilmente superate, alla luce dei principi richiamati e di un’accurata esegesi dell’art. 362 c.p.p..

Un’interpretazione sistematica dei commi 1bis e 1 ter dell’art. 362 c.p.p. e, parimenti, ispirata ai principi sanciti dalla Convenzione di Istanbul e della Direttiva 2012/29/UE comporterebbe, senz’altro, un adeguato contemperamento delle esigenze investigative con quelle di tutela della vittima particolarmente vulnerabile.

Pertanto, alla stregua di quanto argomentato, quando fosse la stessa vittima a denunciare l’accadimento, la polizia giudiziaria, acquisita e annotata la notizia di reato, prima di procedere all’acquisizione della denunzia, avrebbe il dovere di contattare, a mente della novella formulazione dell’art. 347 c.p.p., immediatamente anche avvalendosi del mezzo telefonico, il pubblico ministero il quale, valutata l’esaustività della notizia di reato comunicata dall’ufficiale di polizia giudiziaria,  potrebbe già procedere all’ascolto della persona offesa, direttamente ovvero delegando l’atto alla stessa P.G. senza oneri di forma, non essendo l’assunzione della direzione delle indagini da parte del titolare dell’azione penale strettamente ancorata all’iscrizione della notizia di reato, ma anticipabile al momento in cui il pubblico ministero, messo al corrente dell’accadimento delittuoso, decida di assumere la direzione investigativa.

Alternativamente, laddove la denuncia, o le sommarie informazioni, acquisite dalla polizia giudiziaria dalla vittima stessa, anche in una fase antecedente all’assunzione della direzione delle indagini da parte del pubblico ministero, fossero esaustive al punto da non ritenere necessario, per la prosecuzione delle indagini, un ulteriore ascolto della vittima, il pubblico ministero, sulla base di una interpretazione in chiave di combinato disposto del comma 1bis con il comma 1ter dell’art. 362 c.p.p., potrebbe anche considerare di non procedere all’ulteriore riascolto della vittima, come previsto dalla novella.

La richiamata interpretazione, coerente sul piano sistematico, troverebbe altresì corrispondenza con i principi, stabiliti in ambito internazionale e comunitario in queste materie, di celerità dell’azione penale e di divieto di vittimizzazione secondaria, tra loro contemperabili, come ampiamente argomentato, attraverso un’interpretazione sistematica dei vari commi dell’art. 362 c.p.p.,  consentendo pertanto un ascolto tempestivo della vittima dei reati di violenza di genere, nell’ambito del quale attivare i relativi meccanismi di protezione fisica e giuridica, senza così costringere la persona offesa a reiterate audizioni in tempi oltremodo ristretti, salvo che per comprovate esigenze investigative.  

 

 



[1] Resoconto Stenografico dell’Assemblea, seduta n. 150 del 27 marzo 2019; XVIII Legislatura – Lavori- Resoconti -Assemblea https://www.camera.it  p.p. 15 Bongiorno; 16-19 Boldrini, nonché Esame art. 2 L. 69/2019, A.C. 1455-A.

[2] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, Istanbul 11 maggio 2011, Capitolo VI articolo 49, in tema di obblighi generali.

[3] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, Istanbul 11 maggio 2011, articolo 50 in tema di Risposta immediata prevenzione e protezione. 

[4] Direttiva 2012/29/UE, emanata il 12 ottobre 2102, sostitutiva della decisione quadro 2001/220/GAI, emanata sulle stesse materie.

[5] Direttiva 2012/29/UE paragrafo 41.

[6] Direttiva 2012/29/UE paragrafo 24.

[7] Direttiva 2012/29/UE paragrafo 22.

[8] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, Istanbul 11 maggio 2011, articolo 49 in tema di obblighi generali.

[9] Rapporto stenografico, Esame articolo 2 L. 69/2019 – A-C- 1455_A ; Morani, Annibali, Ferri, Miceli- https://www.camera.it.

[10] Rapporto stenografico, Esame articolo 2 L. 69/2019 – A-C- 1455_A; Boldrini, discussione emendamento 2.100- https://www.camera.it.

[11] Rapporto Stenografico, Boldrini, XVIII Legislatura- Lavori – Resoconti Assemblea- Dettaglio sedute – p. 19 “la donna, in un lasso di tempo tanto breve, di tre giorni, potrebbe anche non essere pronta, psicologicamente non in grado di sostenere un colloquio così importante e delicato, che potrebbe compromettere poi anche l’andamento del procedimento e la sua attendibilità considerata tale nel procedimento” https://www.camera.it .

[12] Rapporto stenografico, Esame articolo 2 L. 69/2019 – A-C- 1455_A ; Morani, Annibali, Ferri, Miceli- https://www.camera.it.

 

[13] Rapporto Stenografico, Annibali, dichiarazione sulla discussione dell’emendamento 2.10 seduta sull’esame dell’articolo 2 – A.C. 1435-A, https://www.camera.it.

[14] Resoconto Stenografico dell’Assemblea, seduta n. 150 del 27 marzo 2019; XVIII Legislatura – Lavori- Resoconti -Assemblea http://www.camera.it  p.p. 9-11-14 Palmisano, Bartolozzi, Bisa.

[15] Direttiva 2012/29/UE, paragrafo 53.

 

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